Come abbiamo perso il Piemonte

Passato il difficile fine settimana elettorale, le danze per il  centrosinistra (non ovunque uniforme) si sono già aperte: vittoria, pareggio o sconfitta? In questa sede ci interessa andare al di là del computo numerico dei voti o delle regioni, da cui ci sembra non si evinca un granché. Mai come in queste elezioni, infatti, ciascuna regione faceva storia a sé: si pensi a com’era finita la giunta nel Lazio (dove il “miracolo” l’ha fatto molto di più l’ottima Bonino che non la Polverini) o ai disastri campano e calabrese, con un controverso cambio al vertice nel primo caso e la ricandidatura dell’impresentabile presidente uscente nel secondo. Al di là del computo tennistico 7-6, pertanto, ci pare opportuno riflettere su che cosa ha vinto o ha perso. Altrimenti detto: che tipo di politica di centrosinistra è premiata e quale no.

Prendiamo, a tal fine, due casi (relativamente) comparabili: il Piemonte e la Puglia. In entrambi, come sappiamo, due Presidenti uscenti di centrosinistra, eletti piuttosto a sorpresa alle elezioni del 2005. In entrambi, inoltre, dalle ultime europee usciva uno scenario simile: il centrodestra in netto vantaggio sullo schieramento avversario (48,9% contro il 42,1% in Piemonte; 43,2% contro il 40,8% in Puglia) con l’UdC a fare da possibile ago della bilancia (avendo il 6,1% e il 9,1% rispettivamente). Simile anche la strategia (chiamiamola così) studiata nei mesi scorsi dalla dirigenza del PD: sommare aritmeticamente i voti della vecchia coalizione dell’Unione ai democristiani dell’UdC et voilà, vittoria assicurata. Sappiamo bene come sono andati gli sviluppi di questa vicenda: il partito di Casini è stato aggregato all’insieme di forze a sostegno di Mercedes Bresso (come in Liguria: dall’UdC a Rifondazione), mentre si è presentato in solitaria nella Puglia di Nichi Vendola, dopo il mancato putsch ad opera dei luogotenenti di D’Alema. Ultima similitudine: gruppi dirigenti locali piuttosto divisi,con malcelate ambizioni di ruspanti sindaci come Emiliano e Chiamparino, smaniosi di fare il salto nella grande politique regionale.

Le analogie finiscono qua, purtroppo per i piemontesi (come chi scrive). Come tutti sappiamo, da una parte la giunta uscente è stata premiata, dall’altra è stato preferito il cambiamento a favore, horribile dictu, del leghista Cota. Decisivo, in quest’ultimo caso, è stato il voto alla lista di Beppe Grillo (3,66%), che ha raccolto più voti di Rifondazione o di Sinistra e Libertà. Per dirlo con più precisione, determinante è stato il voto al candidato presidente dei grillini (4,08%), che ha beneficiato del voto disgiunto in suo favore e a svantaggio di Bresso, la quale non ha caso ha parlato di “fuoco amico” contro di lei: i circa diecimila voti (lo 0,42%) che sono mancati all’appello della presidente uscente sono finiti al candidato dei “cinque stelle”. Fin troppo facile dire che al generico “fattore-vaffa” si è aggiunto il più pesante “fattore-TAV”, che in questa regione smuove (giustamente) gli animi di molti.

Come interpretare tutto ciò? La lettura comparata Puglia-Piemonte suggerisce un abbozzo di analisi, certamente tutta da approfondire.  La differenza sembra averla fatta, nella sostanza, una politica che in un caso è stata partecipata e popolare, nell’altro piuttosto asettica ed élitaria. Né la ex Presidente Bresso, né alcun membro della sua Giunta (molti dei quali, infatti, non sono stati eletti in Consiglio) ha brillato per carisma e capacità di comunicazione e coinvolgimento. Nulla di lontanamente paragonabile alle “fabbriche di Nichi” e all’impegno sincero e appassionato di migliaia di cittadini pugliesi che si sono identificati nel “loro” governo regionale, pur con tutte le difficoltà che ha attraversato. La passione  di Vendola per la sanità o l’acqua pubblica la si poteva ritrovare sotto le Alpi solo nell’incomprensibile, oltre che ridicolo, fanatismo pro-TAV della classe dirigente del PD piemontese. Ma non tutta la colpa della sconfitta è da attribuirsi ai moderati della coalizione: i “radicali” ne condividono in pieno la mediocrità. Rifondazione, ad esempio, invece che puntare tutto sul buon lavoro della sua assessore uscente alla sanità, Eleonora Artesio, ha preferito concordare un’improbabile “desistenza” con un PD ben contento, da par suo, di poter scaricare la scomoda comunista per un più maneggevole bonzo dell’UdC, cui già era stata promesso quell’assessorato. Sinistra e Libertà, poi, è riuscita nel capolavoro di litigare e dividersi – anche a colpi di denunce agli organi di controllo del partito – persino a due settimane dal voto.

Una volta di più, insomma, ci sembra che il centrosinistra vinca laddove è (o per lo meno prova ad essere) politica autentica e perda laddove si presenti soprattutto come mera amministrazione (dall’alto) dell’esistente o come politicismo esasperato. E ci sembra che la capacità di conquistare il consenso sia appannaggio dei candidati e dei partiti che, al di là del loro collocarsi sull’asse moderati-radicali, sono capaci di ascolto e dialogo con le persone, di coinvolgimento, senza spocchiose sottovalutazioni di aree di dissenso. E’ il lavoro politico “di base” e non l’alchimia  delle aritmetiche “di vertice” che porta a vincere: meglio fermarsi a rifletterci un po’ su, prima di pontificare, come fa già Bersani, su di un improbabile “modello Liguria”, del tutto identico al fallito “modello Piemonte”. Non aver preso, in Piemonte, i voti che sono andati a Grillo è responsabilità della ex presidente Bresso e di ciascun partito che l’ha sostenuta, nessuno escluso. Possiamo senz’altro lamentarci dell’immaturità democratica degli elettori no-Tav e di sinistra  che hanno scelto Grillo, ma il discorso non cambia: altrimenti finiamo anche noi con il dire che quando il popolo non dà ragione al governo, è il governo che deve sciogliere il popolo ed eleggerne un altro.

(Jacopo Rosatelli)

8 commenti

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8 risposte a “Come abbiamo perso il Piemonte

  1. jacopo condivido sostanzialmente e manderò miei calcoli..(non capisco quel che dici dell’Artesio e non credo lo capisca il lettore…) bisogna sottolineare onestamente però che in Piemonte era più difficile che in Puglia in base alle europee come dici tu, tutti quanti o quasi lo dimenticavano. Prego te e tutti quanti di non fare confusione sul rapporto tra voto a liste e voto a Bresso. La Bresso ha comunque preso 134 mila voti più della somma delle sue liste ( e Cota 153 mila voti più della somma delle sue) quindi non è facile dare valutazioni sicure su questo aspetto.
    Vedete anche articoli su nuovasocieta.it e aspettiamo studi seri sui flussi. Le uniche cose di cui sono sicuro è che 1) il fanatismo pro Tav del Pd ha danneggiato la coalizione e 2) troppa gente si occupa di cultura movimenti comitati manifestazioni e quant’altro e troppo poca di fare campagna elettorale quando c’è bisogno.

    • Jacopo Rosatelli

      Caro Paolo, hai ragione nell’avvertire che occorre sospendere il giudizio, in attesa di studi più sicuri, sul tema del voto disgiunto Bresso-Grillo (ossia Bono).

      Riformulo, quindi, dicendo che è lecito ipotizzare che nei ventimila voti in più presi da Davide Bono (candidato presidente) rispetto alla “lista cinque stelle” possano esservi alcune migliaia di voti disgiunti (magari proprio i fatidici diecimila), andati ad una delle liste della coalizione di centrosinistra ma non alla sua presidente. Il che non è in contraddizione con il fatto che alla candidata presidente sia andati comunque più voti di quelli espressi per qualcuna delle liste.
      Detto questo, resta il dato sostanziale che anche tu condividi, al di là del voto disgiunto o meno: l’estremismo pro-Tav del PD e della Bresso ha spinto molti, troppi, a votare per Grillo.

      Sulla Artesio (PRC), assessore uscente alla sanità, intendevo dire semplicemente ciò che segue: il PRC avrebbe dovuto rivendicare molto di più il suo essere stato una forza di governo negli ultimi cinque anni, spiegando le cose buone fatte dal proprio assessore. Invece ha deciso a priori che non sarebbe entrato nell’eventuale nuova giunta Bresso, tradendo quell’atteggiamento di compiaciuta fuga dalle responsabilità che, secondo me, è (è stato) uno dei limiti maggiori di una buona parte della (fu) “sinistra radicale”.

      • Ripeto che c’è ancora da indagare su alcuni aspetti dei risultati. Un po’ lo sto facendo. Chiedo a jacopo e alla redazione di precisare invece la faccenda pugliese. Leggo da Maltese su Repubblica : Puglia: Nelle politiche del 2008 la coalizione di centrodestra, già senza i voti dei centristi di Casini, aveva trionfato con 12 punti di vantaggio. «In Puglia, la prossima volta, possiamo candidare chiunque» aveva commentato Raffaele Fitto, vicerè berlusconiano, pregustando la rivincita per interposta persona. Ma insomma quant’era il vantaggio del centrodestra rimontato in Puglia?

      • mattiatoaldo

        Il vantaggio del centrodestra alle politiche era effettivamente consistente: 12 punti sulla sola coalizione PD-Idv, mentre includendo la sinistra arcobaleno era di 9 punti. In termini assoluti si trattava, ricomponendo le coalizioni in base come si sono presentate quest’anno, di un divario di 174mila voti. Da allora però il centrodestra (che qui a livello di partiti è quasi solo il Pdl) perde 230mila voti, il Pdl 472mila di cui evidentemente una gran parte va alle civiche di centrodestra. Il Pd perde in 2 anni il 44,4% dei suoi voti. In generale le liste a sostegno di Vendola perdono 45mila voti rispetto alle politiche, ma in un quadro in cui i voti validi diminuiscono di circa 200mila unità. Vendola invece recupera altri 80mila voti rispetto a quanto preso dalla coalizione alle politiche e quindi vince. In pratica: crolla il centrodestra, crolla il PD ma Vendola riesce a colmare questo gap. Tuttavia la sua vittoria assomiglia a quella di Marrazzo nel Lazio di 5 anni fa: la somma dei voti dati solo al candidato, della civica e del suo partito (SEL) arrivo al 40% della coalizione. Nel Lazio il “partito del presidente” ha sostituito i partiti deboli per una tornata elettorale. Poi è stato mangiato dall’astensionismo di sinistra ed ha vinto la destra.

  2. giulia locati

    Innanzitutto il fatto che molta gente abbia votato solo per il presidente e non per i partiti è secondo me già di per sé un dato negativo, nella misura in cui i partiti non sono più capaci di attirare voti e lo è invece una persona singola: detto in altri termini, conta la persona e non il programma, la Bresso e non il programma dei partiti che ci stanno dietro. questo secondo me per due ragioni: i programmi seri ormai non esistono più e se esistono non li conosce nessuno perché non vengono comunicati; la personalizzazione sempre più eccessiva della politica, purtroppo anche a sinistra. Ciò detto, secondo me jacopo ha ragione in tutto e per tutto, con un unico limite: ormai è anni che ci diciamo che la sinistra ha perso il contatto con la gente, con i problemi quotidiani (e la lega si è in parte accaparrata questo spazio vuoto) e per questo nessuno la vota. però secondo me dovremmo essere noi i primi ad impegnarci attivamente affinchè ciò cambi. Detto in altri termini: preso atto che nessuno di questi partiti agisce nella società, dobbiamo seriamente cominciare a farlo noi. Per quanto riguarda il Piemonte e Torino in particolare io inizierei con il candidato sindaco. Il PDL prsenterà Ghigo, che secondo me è un candidato forte da non sottovalutare assolutamente, anche in una città “rossa” come la nostra. I nomi che escono dal PD sono Profumo e Cristillen, espressione di una certa sinistra salottiera torinese che nessuno più sopporta. Io temo che si rischi a torino di perdere e propongo di lavorare per presentare noi qualcuno, almeno alle primarie che quasi sicuramente si faranno. Ci sono ovviamente poche probabilità di successo, ma secondo me sarebbe un successo già solo prospettare un’alternativa a questa classe dirigente bollita, creare un gruppo che ci lavori su e iniziare da qui. ovvio che è impegnativo, perché oltre all’analisi politica (che è importantissima) serve gente che ci creda e ci lavori su.
    Giulia

  3. valerio peverelli

    E se ci trovassimo a Torino una volta alla settimana in una PIAZZA per parlare alla gente, sopratutto delle contraddizioni della Lega (abolisce l’ICI affossando il federalismo fiscale che già esisteva, si dichiara per l’acqua pubblica ma poi vota per la privatizzazione, è capace di dirsi no-tav ma poi è si-tav ecc. ecc.), e per dare uno spazio che garantisca visibilità a tutte le lotte di precari, operai, disoccupati, insegnanti, vittime della crisi, disagio, femministe, pacifisti, ecc. ecc.

    Riformulo meglio e invio una mail ai torinesi che conosco… (oltretutto io agirei pro SEL, mentre molti di voi non la vedono così…vedremo)

    Concretezza compagni!

  4. jan k

    capisco pochino, caro jaco, dovresti ordinare un po’ queste considerazioni a favore dei non-piemontesi (meglio, dei non-torinesi).
    ma posso dare a tutti un suggerimento anti-accademico: in puglia ha vinto la gente, anche se guidata da un leader neopopulista. In piemonte ha vinto la vecchia politica, intesa in tutti i sensi, anche nel senso di un partito, la lega, che sembra sempre di più un vecchio partito, popolare, che sta tra la gente. Forse voi piemontesi questa cosa non la percepite come noi veneti. Ma per noi è adesso davvero difficile contrastare la lega. Ci siam ritirati dalle piazze dalle strade dalle case per far i nostri calcoli: ed ecco il risultato. Quegli spazi li ha riempiti la lega. Nichi Vendola e i suoi invece sono rimasti tra la gente, contro tutti e tutto. E hanno vinto. Ora, vediamola così: la politica dei salotti non funziona più durante le elezioni. Non funzionano le lunghe riunioni e il cervello. Funzionano la pancia e lo stare con chi ha bisogno di sentirsi qualcosa di vero attorno. Se Bersani lo capirà, forse salverà il Poco Democratico. Altrimenti, addio Italia. E per inciso: bisogna aver coraggio di star a sinistra, cosa che in Piemonte e in Veneto non è sempre avvenuto.

  5. Jacopo Rosatelli

    Grazie a tutti per i contributi sin qui inviati, anche al mio indirizzo di posta. Provo a rispondere velocemente ad alcune cose.

    Sui dati, innanzitutto. Nel mio post parlavo delle europee, non delle politiche. Il PDL prese il 43,2%, le liste di centrosinistra (PD, IdV, PRC-PDCI, SEL) il 40,8%, l’UdC il 9,1%. Non ho considerato Fiamma e Forza Nuova da un lato e Pannella-Bonino dall’altro: se si vuole farlo, si aggiunga l’1,4% a destra e l’1,6% a sinistra. La differenza ffra gli schieramenti, come si vede, è minima rispetto al dato precedente: destra 44,6%, centrosinistra 42,4%.
    Meno chiaro è a chi si possano ascrivere i voti che prese un anno fa la coalizione MpA-Destra (3,1%), se alla Poli Bortone o a Palese. Io non saprei dire (è materia di politologia raffinatissima) esattamente il peso specifico di ciascuna delle due componenti: se si vuole fare un’ipotesi tanto per farla, si aggiunga l’1,55% al dato di partenza della Poli (che passerebbe così dal 9,1 al 10,65%) e altrettanto a quello delle liste di centrodestra (che passerebbero, così, dal 44,6% al 46,15%.
    Morale della favola: il distacco in favore del centrodestra, rispetto alle europee, può essere di un punto e tre decimali in più di quello che segnalavo io (46,15% contro 42,4% invece che 43,2% contro 40,8%).
    Ma, ripeto, dico tutto ciò facendo dei calcoli del tutto “anti-scientifici” sugli ultimi elementi riferiti al peso del MpA di Lombardo, alleato della Poli Bortone. E, in generale, per un discorso “sui dati” è sempre meglio ragionare con i voti assoluti. Ma il mio non era un intervento scientifico “sui dati”, bensì un (semplice) ragionamento a partire da alcuni valori di riferimento. Comunque, lo ripeto: mi riferivo alle europee.

    Mi spiace che jan k capisca poco e quindi accetterei volentieri l’invito a riordinare quanto scritto, ma avrei bisogno – lo dico sinceramente – di sapere che cosa non gli è chiaro. In assenza di ciò, posso solo ribadire che: 1. la vicenda della TAV è stata, a mio giudizio, determinante; 2. il PD piemontese esprime un modo di far politica lontano dalle persone (come confermato, ad esempio, dal fatto che due assessori di peso non siano stati eletti); 3. Rifondazione avrebbe dovuto puntare le sue carte sul fatto di aver governato bene la sanità (l’assessore uscente era infatti del PRC) e di continuare a volerlo fare, invece di scegliere a priori di non entrare nell’eventuale nuova giunta; 4. Sinistra e Libertà è particolarmente divisa in fazioni e questo ha avuto pesanti ricadute sullo svolgimento della sua campagna elettorale. Più chiaro?
    Come credo si capisse dal post, peraltro, la mia valutazione è del tutto simile a quella di jan k: il centrosinistra vince quando è “popolare”, perde quando è “tecnocratico-politicista”.

    Questo chiarimento mi offre l’occasione per chiarire una cosa a proposito di Sinistra e Libertà: non è mia intenzione in alcun modo entrare nel merito di ragioni o torti nelle divisioni di cui sopra. La mia è una valutazione da osservatore esterno che non vuole in alcun modo fare di tutta l’erba un fascio: sicuramente ci sarà chi, nel partito, agisce in modo più trasparente e chi meno, chi con maggiore correttezza e chi con meno. Non credo, tuttavia, che il dato oggettivo cambi: è un movimento politico ancora profondamente diviso al proprio interno. Registro senz’altro anche il fatto che molte bravissime persone, in Piemonte come altrove, si impegnino per farlo crescere e per rafforzarlo, al di là delle logiche “di componente”: speriamo abbiano la meglio.

    Ultimo appunto sulla TAV. Non penso che la Bresso e il PD dovessero assumere una posizione “anti-TAV”: non sarebbe stato coerente con quanto sostengono da anni, al di là del fatto se ciò sia giusto o sbagliato. Penso, piuttosto, che avrebbero dovuto avere un atteggiamento meno estremistico e ideologico, meno massimalista, della serie “TAV o morte”. Prudenza e capacità di mediazione (o chiamatela pure una sana democristiana dissimulazione) avrebbero aiutato a vincere, credo.

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