Cosa succede quando si “riforma” la Giustizia

La principale conseguenza politica delle elezioni regionali sembra un rinnovato impulso al piano di “riforme” costituzionali portato avanti dalla maggioranza di centrodestra. Uno dei cardini del progetto riguarda la giustizia: condurre il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) sotto il controllo parlamentare, e l’azione dei pubblici ministeri sotto quello del governo. Cosa cambierebbe? Molto. Ciò che accade in questi giorni al giudice Garzón in Spagna (vedi foto), accusato di abuso di potere e a rischio di interdizione dalla professione, costituisce uno straodinario esempio concreto della probabile evoluzione del rapporto tra poteri in Italia, se alcune di queste riforme andassero in porto.


1. Baltasar Garzón Real, oggi giudice istruttore superiore dello stato spagnolo, è uno dei magistrati più conosciuti al mondo: molti criminali internazionali hanno dovuto avere paura di lui. Occupandosi del caso di alcuni cittadini spagnoli, ha richiesto l’estradizione di Augusto Pinochet per crimini contro l’umanità, ed ha processato vari funzionari della dittatura argentina per genocidio (riuscendo a far condannare il repressore Adolfo Scilingo a 640 anni di carcere). Altre sue indagini hanno decapitato l’ETA, ma hanno anche dimostrato l’esistenza di un gruppo paramilitare di ultradestra creato dai vertici militari e della polizia spagnola, e coperto dal governo, per combattere il terrorismo basco nei primi anni ‘80. Inoltre, ha indagato Berlusconi e Dell’Utri per irregolarità nella proprietà della tv spagnola Tele5 e per evasione fiscale: giunse a chiedere al Parlamento Europeo una sospensione della loro immunità, ma il governo Aznar impedì che la domanda fosse presentata in tempo. Una vera e propria toga rossa, secondo alcuni: ma nel 1994 non esitò a dimettersi da parlamentare socialista quando si accorse che l’impegno anti corruzione del governo di Felipe González era solo di facciata (in effetti, l’esecutivo cadde falcidiato dagli scandali solo due anni dopo).

2. La messa in stato di accusa deriva dal suo lavoro più recente: un’indagine su fosse comuni ritrovate negli ultimi anni, che potrebbero essere state utilizzate dagli uomini di Franco, durante la Guerra Civile (1936-1939) e la dittatura (1939-1975), per fare scomparire fino a 115.000 vittime; e un’investigazione a largo raggio su un sistema di corruzione, riciclaggio e frode fiscale (trama Gürtel): degli imputati, 71 appartengono, anche ad altissimo livello, al conservatore Partito Popolare.

Alcune associazioni neofasciste e la Falange Spagnola (discendente politico diretto del partito unico franchista) hanno denunciato alla Cassazione l’inchiesta sulle fosse comuni come una violazione della Legge di Amnistia (1977), che perdona tutti gli atti politici commessi prima della morte di Franco: una legge che l’ONU ha chiesto alla Spagna di abrogare, senza successo. Un giudice, Luciano Varela, ha accolto l’istanza e processerà con rito abbreviato Garzón, accusandolo di “prevaricazione” (cioè: ha indagato dove non doveva), una violazione del codice punibile con la sospensione da 10 a 20 anni dalla professione. Varela ha respinto i documenti portati dalla difesa e le prove a discolpa che associazioni e magistrati di tutto il mondo hanno fatto pervenire alla Cassazione spagnola, classificandole come “ingerenza”. La sospensione appare dunque certa: solo vincendo il processo il giudice potrà tornare ad esercitare la sua professione.

3. Come è possibile che questa inchiesta possa costare la carriera a Garzón? La risposta, al di là del merito delle accuse, è da ricercare nelle regole che disciplinano l’autogoverno della magistratura in Spagna, simili a quelle che si vorrebbero introdurre in Italia. A differenza di quella italiana, la Costituzione spagnola (1978) è il frutto di un patto tra il sistema politico franchista, che si adeguava alla democrazia, e le forze di opposizione, che invece accettavano il ritorno della monarchia e alcuni retaggi del regime, come un potere giudiziario fortemente condizionato dal potere politico.

Infatti, i membri del CSM spagnolo (Consejo General del Poder Judicial) vengono tutti scelti da Camera e Senato e ratificati dal re (in Italia, 1/3 dal Parlamento e 2/3 dalla scelta autonoma dei giudici): nell’ultima elezione, socialisti e popolari si sono assicurati un numero di membri sufficiente a costituire una minoranza di blocco (ad esempio, utile per difendere la decisione su Garzón), scegliendo soprattutto tra chi aveva già ricoperto incarichi politici. E’ questo CSM politicizzato che elegge i membri della Cassazione, tra cui il giudice Varela. Coerentemente, dei 12 membri del Tribunale Costituzionale spagnolo, ben otto sono scelti dal Parlamento, due dal governo, e due dal CSM.

4. Questo scenario rende possibile l’offensiva contro Garzón: nessun personaggio del franchismo è stato mai processato in Spagna, e se la politica vuole evitare questa eventualità può contare su una sponda nella magistratura. Non solo: bloccando Garzón, si indebolisce la più grande indagine di corruzione che abbia mai riguardato il Partito Popolare (ed altre minori, che interessano i socialisti catalani). Le denunce coincidono temporalmente con l’avvio delle indagini sulla trama Gürtel – se Varela non riuscisse a sospenderlo, è già pronta una nuova denuncia per uso abusivo delle intercettazioni telefoniche – insieme a una campagna di delegittimazione condotta dai media di centrodestra. Nessuno, tra i giudici di parte socialista, è intervenuto finora in sostegno dell’accusato, e anche il governo si è tenuto in disparte: l’isolamento (e la perdita della carriera) è il prezzo pagato da chi non ha voluto rinunciare all’imparzialità e al principio di indipendenza della magistratura.

Una lezione da imparare a memoria per chi, in Italia, si chiede dove porteranno le riforme della giustizia per cui Berlusconi è disposto a stravolgere una Costituzione che chiama “sovietica”, ma che è la nostra massima garanzia contro una deriva autoritaria.

(Riccardo Pennisi)

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