5 tesi sulla società italiana

Nella prima iniziativa pubblica di Italia2013 abbiamo discusso 5 tesi interpretative sulla società italiana. Le vogliamo ora condividere con quante e quanti non hanno potuto esserci ieri.

Prima tesi: non siamo in tempi normali

Per anni la sinistra italiana ha sognato il modello Westminster, la creazione di una democrazia “come le altre”, parte integrante dell’Europa. Nulla di più lontano dalla situazione attuale: ancora prima delle tanto agognate “riforme condivise”, c’è un uomo solo al comando di un potere esecutivo che non conosce limiti, mentre la gran parte del popolo sceglie di non andare a votare.

Un uomo legibus soluto, che grazie alla legge elettorale che si è approvato nomina i membri del parlamento che dovrebbero controllarlo attraverso lo strumento della fiducia e per il quale invece, quello stesso strumento, è un modo per far approvare senza discussione i propri progetti.

Ci sono un partito e un uomo che, nell’ultima campagna elettorale, hanno controllato l’80% del tempo dedicato in TV all’informazione. Se si vuole cercare un paragone lo si trova a Mosca, non a Londra.

Sfidiamo chiunque a dire che oggi l’Italia e i suoi cittadini siano più liberi di 15 anni fa. Semmai, è vero il contrario. Chi sognava l’Inghilterra deve ricredersi: siamo più vicini ad un regime autoritario di quanto non sembri e, proprio come in molti paesi semi-autoritari, siamo costretti a sperare nelle crepe del regime, nel suo pluralismo interno, piuttosto che nel libero gioco democratico.

Dato questo contesto, Berlusconi non può comunque essere un alibi: il centrosinistra ha sottovalutato quello che stava accadendo e contemporaneamente ha perso i suoi insediamenti. I luoghi di lavoro, i quartieri delle città, il web, la radio ecc. ecc. Non si può pensare che la tv sia la causa di tutto. E’ questa la situazione del Paese, e da questa consapevolezza deve partire un nuovo impegno per capire e per agire sulla realtà. E’ un dato da assumere con consapevolezza che rende ancor più necessario un comportamento responsabile da parte nostra, un difficoltà in più che non sparisce se la denunciamo o ce ne lamentiamo.

Seconda tesi: c’è un ciclo (conservatore) ancora da chiudere

Il ciclo conservatore italiano non è concluso, al contrario degli Usa dove la vittoria di Obama ha segnato la fine di un trentennio terribile iniziato con Reagan e passato attraverso l’ideologia incerta della Terza via di Clinton. In Italia i conservatori hanno iniziato a vincere ideologicamente e culturalmente con la fine degli anni ’70. Oggi la loro egemonia poggia su componenti e fenomeni diversi: un’identità culturale forte, con caratteri identificabili e condivisi tra i leader della destra e i ceti che essi rappresentano; il ritorno del notabilato non solo al Sud; l’affermazione politica dei sindacati di territorio (Lega, An a Roma, gli autonomisti in Sicilia) che vedono nel federalismo la possibilità di contrattare i propri spazi di potere; la punizione politico/amministrativa dei soggetti avversi al governo (dipendenti pubblici, ceto intellettuale, corpi intermedi ostili); l’espansione della pressione sulle “classi” devianti, che aumentano di quantità e tipologia.

Oggi anche il lavoro che non tace diviene una categoria da colpire. Chi ha in tasca un contratto atipico sta capendo con la crisi a cosa e a chi servono realmente quelle forme contrattuali. A chi non si allinea, il governo contrappone un presunto “interesse generale” (che corrisponde al proprio) contro gli “egoismi particolari”, una pericolosissima modalità – autoritaria – di isolamento del dissenso sociale e politico.

I cicli politici si invertono, ma questo accade solo se hai preparato il terreno: costruito una narrazione nuova e  conquistato posizioni dentro la società. E’ un lavoro paziente, lento, che dà frutti solo nel tempo. Eppure, non è mai stato così urgente.

Terza tesi: una nuova narrazione per una nuova società

Descrivere la realtà è il primo passo per cambiarla. Se si accetta la descrizione che ne fa l’avversario si finisce per accettarne anche le proposte di cambiamento – o, più spesso, di conservazione dell’esistente. Bisogna ricostruire una narrazione collettiva di questo Paese e della sua società. Servono nuovi miti politici, occorre ribadire che questo Paese è anche nostro. Non si può accettare supinamente che Berlusconi sia l’unica autobiografia possibile di questo Paese semplicemente perché è storicamente un falso.

Oltre a questo servono strumenti, modalità di analisi e comunicazione. Va ricostruito il rapporto tra politica e cultura. La politica deve credere nel fatto che la cultura non sia solo difesa del patrimonio delle opere, sostegno alla produzione culturale e alla sua diffusione, ma sia soprattutto un veicolo per la costruzione di identità e di legami dentro le nostre comunità. Comunità sempre più plurali, e per questo bisognose di parlarsi e/o di trovare un filo narrativo comune: se non si forniscono strumenti, si lascia che a comporre la sintesi di questa società siano i capipopolo più spregiudicati.

E’ la politica, nel senso nobile di polis, che ha bisogno della cultura, se vuole ritrovare se stessa e tornare ad essere utile a migliorare e a dare senso alla vita delle persone. Non ci sono scorciatoie: non si risolve la crisi della politica con un buon spin doctor e una campagna pubblicitaria azzeccata.

La sinistra italiana deve ricominciare a combattere la battaglia per costruire un nuovo senso comune da offrire alla società italiana. Bisogna farlo con una nuova generazione di intellettuali e di artisti che già  racconta la nuova Italia. E’ una battaglia che si fa con le fiabe, con le trasmissioni televisive, con gli spettacoli teatrali, con le fiction, con i concerti e con ogni strumento di espressione e di comunicazione artistica. Non di sola saggistica può vivere una controffensiva culturale come quella che dobbiamo condurre.

Quarta tesi: le riforme che cambiano la vita

Una multa d’ora in poi per chi associa il tema “riforme” solo alle questioni istituzionali. La sinistra esiste perché la società è ingiusta e perché quella società vuole riformarla. Bisogna tornare a proporre riforme estensive, universali, che riguardino la vita delle persone (vedi Obama e la riforma sanitaria). Alcuni esempi: conoscenza e lavoro; reddito minimo; la casa, i mutui; il sostegno al piccolo commercio strozzato dalla crisi, a chi ha una partita IVA per svolgere mero lavoro dipendente oppure per realizzare un lavoro intellettuale; ricostruire le nostre città daccapo: impatto zero, zero automobili. Libertà, reddito, verde, servizi. Riprendiamo l’agenda politica in mano, utilizzando i canali che abbiamo.

La politica è partecipata quando cambia la vita delle persone. E’ per questo che si va a votare ed è per l’assenza di questa ambizione, anche, che sempre meno gente va a votare, in Italia come altrove. La vita di milioni di donne è stata cambiata dalle riforme del diritto di famiglia, la sorte di milioni di bambini è stata segnata, in positivo, dall’introduzione della scuola media unica. Di queste riforme, di questa carica di liberazione ha oggi bisogno la società italiana.

Quinta tesi: sapere da dove vieni e chi rappresenti

A sinistra è diventato di moda invocare il ritorno al territorio. Forse il luogo dove bisogna tornare è la società italiana: temi come lo sfruttamento, la fatica, la sofferenza e l’esclusione sono la ragione di esistere della sinistra. Possono attuarsi in maniera diversa nelle realtà locali ma la loro esistenza è universale, così come la necessità di individuarli e denunciarli. Tornare nella società italiana essendo consapevoli di chi si rappresenta e per fare cosa. Un partito, lo dice la parola, rappresenta una parte. Un partito di sinistra pensa che rappresentando la sua parte, e migliorandone le condizioni, può cambiare e migliorare tutta la società Oggi nessuno dei partiti del centrosinistra è in grado di assolvere questo compito. Bisogna ricostruire un campo.

Non di un nuovo partito vogliamo ragionare, né di nuovi leader. Per anni ci si è avvitati in una discussione sulla creazione di nuovi contenitori e di nuove alleanze politiche, per non parlare dell’eterno dibattito sulla “leadership”.

Proviamo a rovesciare il ragionamento: c’è un legame innegabile tra la decisione su chi vuoi rappresentare, cosa vuoi fare per queste persone e che forma avrai. Cominciamo da lì.

(Cecilia D’Elia)

6 commenti

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6 risposte a “5 tesi sulla società italiana

  1. mapi

    davvero molto interessante la vostra proposta. dopo mille analisi ascoltate finalmente una organica in tesi da sviluppare e possibilmente programmatica (ossia da qui si può partire), al posto delle solite recriminazioni sugli errori commessi, che sento ahimè da quando ho iniziato a leggere e interessarmi(non più di una decina d’anni). L’idea di uscire dal blog è positiva, l’unico rischio è che i luoghi e le persone che li frequentano non si contamino a sufficienza. Richiamo anche l’intervento del ragazzo che aveva fatto la campagna per il fratello 25enne: gli interventi di ieri (esclusi i diretti protagonisti) avevano un target ben preciso, di persone con esperienza, fondamentali per la mia crescita, ma mi viene il dubbio che a volte pecchino di autoreferenzialità. I ceti sommergenti siamo noi e sentiamo forte quanto loro il senso d’appartenenza alla sinistra, vogliamo dare e ricevere fiducia (adoravo lo slogan della Bonino), e vogliamo destrutturare quella complessità con le nostre piccole azioni quotidiane. e non parlo dei giovani anagraficamente, parlo di uno spirito positivo che mescola entusiasmo a paura e insicurezza e dunque ad umiltà, umiltà, umiltà. Non basta dire di aver sbagliato, le maniche bisogna rimboccarsele davvero, dimenticare le poltrone e scendere in strada e non solo per farsi fotografare. Qualcuno ancora lo fa, grazie Cecilia, grazie a tutti voi di Italia 2013. buon lavoro!

    • cecdelia

      grazie per i ringraziamenti, alla riunione c’erano persone eterogenee, alcune forse non avevano mai letto il blog, ma va bene. Abbiamo bisogno di comunicare. L’idea è quella di lavorare sulle parole, in modo da condividere insieme un linguaggio e un vocabolario. Abbiamo bisogno, anche per pratiche nuove, di mettere in circolo riflessioni nuove.

    • Ciao Mapi,
      mi fa piacere che il mio intervento abbia colpito la tua attenzione.

      Credo davvero che un modo nuovo di comunicare possa contribuire ad avvicinare le persone alla politica intesa come impegno “nobile” a favore dell’Altro. L’esperienza che ho raccontato mi fornisce molte conferme in questo senso.

      Ti invito, se sei interessata, a saperne di più visitando il blog della campagna:
      http://germanogiansante.wordpress.com/

  2. Andrea

    Cara Cecilia, sono tesi interessanti e da approfondire. A Roma stanno per avviare la costruzione di un mega parcheggio sulla stazione Termini. Si parla dell’uso delle caserme per nuovi centri direzionali. E’ passato un piano pullman delirante che contribuisce a espropriare gli abitanti di Roma della loro città. Penso che avviare delle battaglie contro queste iniziative e altre analoghe potrebbe valere la pena. Si lotterebbe per obiettivi concreti, vicini alla vita di tutti i giorni ma, nello stesso tempo, carichi di un impatto ampio (lotta alla rendita immobiliare, per esempio). Insomma, riprendendo la quarta tesi e prendendo spunto da un famoso slogan, si agirebbe particolarmente pensando generalmente. Lo slogan così rivisto fa veramente schifo, non c’è dubbio, e raccomanderei di non usarlo mai (anche se non credo ce ne sia bisogno). Ma penso che al livello di commento al tuo post possa essere utile.

    • cecdelia

      infatti dobbiamo provare a riragionare su Roma, come tu stesso ci hai proposto con il tuo post. Le tesi sono dei titoli adesso ci tocca entrare nel merito.

  3. Fabrizio Rasori

    Ho partecipato alla presentazione (e alla discussione) delle tesi, e trovo interessante e punti di partenza validi le “presa d’atto” in queste contenuti. Voglio (fortissimamente voglio) fuggire dall’istinto della recriminazione sulle responsabilità nella creazione della situazione odierna e guardare all’oggi e al domani, chiarendo e facendo prassi di un modo diverso, credo di Sinistra, di parlare e immaginare il presente e il domani.
    Inizio quindi dalla parola “aiuto economico” che in questi giorni è spesa senza criterio e critica alcuna per l’intervento dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale.
    Pare che prestare denaro al tasso annuo del 5% e obbligare uno Stato e i suoi cittadini a a un piano la cui impronta principale è il “Liberismo” e la “Sofferenza Sociale” sia un aiuto.
    Non è così.
    Aiuto sarebbe stato (forse) un acquisto da parte dell’Unione Europea dei titoli in scadenza, e la loro sostituzione con titoli di nuova emissione a interesse zero, con il solo rimborso del capitale (3% annuo) per i prossimi33 anni.
    Aiuto sarebbe stato lo studiare una ristrutturazione del Debito Pubblico Greco sostituendone la sua natura essenzialmente di rendita Finanziaria con una di natura essenzialmente Patrimoniale, tale da ridurne i volumi e gli effetti.
    Aiuto sarebbe stato portare una task force politico-amministrativa dai migliori stati europei (in particolare nord europei) a studiare la macchina amministrativa Greca per collaborare alla sua modernizzazione.
    Parliamo oggi di questo “aiuto” e di come lo vediamo e lo intendiamo. Perchè ancora ci pesa l'”aiuto” dato a noi Italia nel recente passato e soprattutto perchè domani non se ne debba subire ancora – e di peggiori – di “aiuti” siffatti.

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