Pec in galera? perchè no?

F. T. è uno come tanti: in galera e lontano dalla famiglia. Non chiede l’impunità, ma solo di poter scontare la pena vicino a casa. Richiesta ragionevole: le relazioni familiari sono tra le più importanti (quando si riescono a mantenere) nella prospettiva del reinserimento, tanto che l’ordinamento penitenziario le considera un pilastro del “trattamento” dei detenuti; d’altro canto, se prima o poi si deve essere reinseriti, è bene che lo si faccia vicino a casa propria, piuttosto che in un luogo ignoto che verrà abbandonato il giorno dopo la scarcerazione.

Tanto ragionevole è la richiesta di F. T. che il regolamento penitenziario prevede che i detenuti siano assegnati a un istituto della regione di residenza e solo quando ciò non sia possibile per indisponibilità di posti si vada a finire in una località comunque “prossima”. Ma è una vecchia storia, questa della territorializzazione della pena, che merita di essere ricordata, ma che non è il motivo principale di questo post.

F. T. presenta dunque la sua istanza di trasferimento, per avvicinarsi alla famiglia e alla moglie malata. Presenta la sua istanza e poi ci scrive: se possiamo aiutarlo, se possiamo sapere che fine ha fatto la sua istanza, se potrà essere accolta. E’ il 21 ottobre del 2009. Come facciamo in circostanze di questo genere, gli chiediamo conferma che non ci abbia scambiato per un ufficio dell’amministrazione e che abbia effettivamente fatto domanda all’ufficio competente, tramite la ordinaria trafila burocratica. A gennaio ci rassicura e allora noi scriviamo a quel misterioso e potentissimo ufficio che potrebbe deciderne. Molto cortesemente (nessuno lo obbliga), il primo aprile il Direttore generale ci risponde: non risulta, agli atti, alcuna istanza di trasferimento di F. T.! Come nel gioco dell’oca, dopo sei mesi F. T. torna alla casella di partenza.

Intanto, però, il Ministro Brunetta ha annunciato urbi et orbi che da lunedì 26 aprile sono disponibili 50 milioni di caselle di posta elettronica certificata per semplificare le comunicazioni tra i cittadini e la pubblica amministrazione. 50 milioni sono tante: al netto di neonati e anziani informaticamente analfabeti, significa che c’e n’è una per ogni cittadino adulto, e anche per gli stranieri, regolari o irregolari che siano. Perché allora non dare a ogni detenuto la sua casella di posta elettronica certificata per scrivere direttamente all’ufficio trasferimenti dell’amministrazione penitenziaria? Perché non risparmiare loro questa logorante, vessatoria e incerta trafila amministrativa? Perché non liberare anche i detenuti dalla schiavitù della carta, della penna e del francobollo? Oops! Ho scritto “liberare”: pardon, come non detto …

(Stefano Anastasia)

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