Roma e il lavoro (industriale)

Roma e il lavoro hanno sempre avuto un rapporto contrastato. Non per il luogo comune logoro e più volte smentito del romano sfaticato, quanto piuttosto per le scelte politiche che le classi dirigenti hanno compiuto sulla città. Dalla Roma papalina, al fascismo, al dopoguerra fino ai giorni nostri. La recente ricorrenza della festa dei lavoratori è anche un’occasione per riflettere su alcuni modelli produttivi e sulle “tracce” che essi hanno lasciato sulla nostra città. Tracce nascoste per scelta o solo per noncuranza ma sempre tracce interessanti.

Nella seconda metà dell’Ottocento i settori più conservatori della Chiesa Cattolica vedevano con timore lo sviluppo industriale, troppo legato al diffondersi delle idee socialiste. Ma fu papa Pio IX che aprì le porte alla modernità e, all’Ostiense, iniziò a nascere un grande quartiere industriale degno di ogni capitale europea. La neonata Italia Unita continuò nell’opera.

Di fronte al porto fluviale di Trastevere e alla grande Manifattura Tabacchi venne costruita la centrale di Montemartini. La manifattura tabacchi occupava essenzialmente manodopera femminile e fu una delle aziende più importanti nel settore per tutto il paese. La fama delle donne trasteverine emancipate e un po’ aggressive fu di molto rafforzata da questa presenza: donne povere ma in grado di provvedere in una certa autonomia alle proprie famiglie e al proprio destino.

La centrale di Montemartini oggi è un bel museo che gioca sul contrasto tra archeologia industriale e arte antica. E’ poco noto e poco visitato, ma è interessantissimo. Inoltre ha il pregio di non aver cancellato la sua forte identità originaria.

La sua storia (e la sua funzione) ci aiutano anche a riflettere sul rapporto tra sviluppo e beni culturali. Ci basti pensare che, prima della centrale Montemartini, la (piccola) centrale elettrica di Roma era sita al centro del Circo Massimo !!!!!

Poi nacquero il Gasometro e i Mercati generali e i Magazzini Generali, infine il gigantesco Mattatoio comunale di Testaccio. Intorno sorsero le Vetrerie Riunite Bordoni, dove ora si trova il rettorato di Roma Tre, la fabbrica della Mira Lanza, la Società Anonima Lavanderia, la Società Farmaceutica Fratelli Garroni e molto altro. Nel 1892 nasceva a Venezia la Società Italo Americana per il Petrolio è costruì uno dei suoi depositi più importanti proprio in questa zona, sul vicolo di via di Pietra Papa. C’erano poi i Mulini e il Pastificio di Antonio Biondi, eretti non lontano dalla Stazione Trastevere nei primi anni del ‘900. I Magazzini del Consorzio Agrario Cooperativo di Roma nel 1902, in via del Porto Fluviale. Poco distante e tutto intorno il quartiere operaio e popolare di Testaccio. Nello stesso periodo sorse il primo nucleo della Stazione Termini con il Ponte di ferro, attuale ponte dell’industria, che collegava il porto di Civitavecchia al centro della città. Fu costruito in Gran Bretagna e poi trasportato a Roma. Era considerato un piccolo capolavoro dell’ingegneria moderna. Nel 1922 nacque il grande edificio della Croce Rossa Italiana in via Ostiense, la Dogana e la capitaneria di porto. I magazzini dell’Aereonautica Militare al Porto Fluviale, sempre tra la fine degli anni dieci e l’inizio dei Venti.

Nasceva così Roma industriale. Per qualità e quantità un sito che non aveva poco o nulla da invidiare ai centri industriali delle città che avevano iniziato il processo di modernizzazione ben molti anni prima. E nasceva proprio in quella zona appena fuori le mura Aureliane dove solamente potevano essere sepolti i non cattolici e dove nacque il suggestivo cimitero che tuttora conserva le spoglie di Keats, Gramsci e molti altri. Una zona che aveva il valore simbolico dell’”altrove” forse addirittura dello sconsacrato anche se era attraversata dal percorso che il pellegrini intraprendevano per arrivare alla quarta basilica del Giubileo, la Basilica di San Paolo fuori le mura che nel luglio del 1823 aveva subito un incendio devastante. Per la ricostruzione nella versione definitiva con il grande portico bisogna aspettare la fine degli anni venti del Novecento quando il quartiere aveva già definitivamente assunto la fisionomia di città industriale.

Il fascismo riservò all’industria romana di fioritura tutta dipendente dall’edilizia e dall’industria bellica. In quel periodo furono costruiti la stazione del trenino a porta san Paolo che portava direttamente verso Ostia.

Negli anni trenta nacque lo stabilimento dell’Alfa Romeo che ancora negli anni sessanta aveva una sua importanza. Poi il deposito ATAC, inaugurato nel 1928. La vasca Nazionale per gli esperimenti di architettura navale che è dello stesso periodo. La società aereostatica “Avorio” quando l’esercito italiano era impegnato in Etiopia e gli stabilimenti della Società Ottico Meccanica Ialiana (OMI) nonché il famoso “Granaio dell’Urbe”.

La stagione di fioritura fu però piuttosto effimera, ma l’identità della zona come quartiere operaio fu senz’altro salvaguardata. Non per coincidenza, la Liberazione vide questi quartieri protagonisti con i gloriosi fatti di porta San Paolo. Poi, con la ricostruzione, riprese anche lo sviluppo industriale. Ma sorsero nuovi dubbi.

Già lo stesso fascismo aveva parzialmente messo in discussione l’identità dell’area con la costruzione del quartiere elegante dell’EUR che mal sopportava le officine dei dintorni con le case degli operai e dei lavoratori. Poi la classe dirigente democristiana decise di fare di Roma la città del terziario e del turismo riprendendo le vecchie paure dei settori più retrivi della chiesa cattolica. Ci riuscì solo in parte.

Lo sviluppo industriale della città riprese altrove (ed esempio sulla Tiburtina) con interventi assai timidi e controllati che risentivano del paternalismo assistenzialista di uno Stato che aveva istituito la Cassa del Mezzogiorno e delle grandi aziende private del Nord che aprivano le loro “succursali”. La capitale ormai controllava solo in parte questi processi produttivi anche in virtù del fatto che gli imprenditori romani erano molto vicino a quegli ambienti ecclesiastici e democristiani che mal sopportavano l’idea dello sviluppo industriale della città assecondato solo in quanto risposta, parziale e momentanea, ai problemi della disoccupazione.

Da quel momento lo sviluppo autentico della città smise di fornire la sua forza propulsiva per rappresentare un ibrido di impresa liberista e assistenzialismo.

Oggi che abbiamo molte buone ragioni per dichiarare finita l’epoca dell0 sviluppo industriale possiamo pensare con più serenità a questo passato, rivalutarne le grandi eredità e pensare al futuro in termini diversi “vaccinati” come potremmo essere da certe interferenze ideologiche di una destra che ha ripreso vigore ma che è ancora legata esclusivamente a quegli schemi che tanti danni hanno procurato alla crescita civile della città. Ma questo potrà essere oggetto di un’altra riflessione.

(Gioacchino De Chirico)

ps. Per chi volesse approfondire la storia della Roma industriale è imprescindibile il volume di Grazia Pagnotta, Roma industriale, Roma: Editori Riuniti, 2009, 304 pagine, 15 €

1 Commento

Archiviato in economia, letture, Roma, Uncategorized

Una risposta a “Roma e il lavoro (industriale)

  1. lorenzo

    Nel proseguire il tuo percorso industriale ricordo che all’inizio della Portuense ,sotto l’attuale Ponte Bianco,fu localizzata la raffineria Purfina che solo anni dopo fu trasferita . L’incredibile è che oggi l’area, ormai vuota ,giaccia abbandonata……

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...