Cosa ci dicono le ultime elezioni tedesche

Sulla carta, il risultato delle elezioni nel più popoloso Land tedesco, il Nordreno-Westfalia, cuore economico dell’Europa, parla chiaro: c’è una maggioranza di sinistra formata da SPD (34,5%), Verdi (12,1%) e Linke (5,6%). Il governo democristiano-liberale del Ministerpräsident Rüttgers è stato sconfitto.  La realtà delle cose, tuttavia, è più complicata e la probabilità che si formi effettivamente una coalizione rosso-verde-rossa non è molto alta: siamo di fronte, dunque, a una vittoria di Pirro che si tradurrà in una scialba Groβe Koalition fra CDU e socialdemocratici? Nessuno può prevedere come finiranno le difficili settimane di trattativa che attendono le dirigenze dei partiti in riva al Reno. In ogni caso, non ci interessa il toto-coalizioni, bensì capire il perché continui ad essere difficile per la sinistra tedesca definire un progetto di governo comune, anche quando il messaggio dell’elettorato sembra interpretabile come un’indicazione a procedere in quella direzione.

Difficoltà che risultano, a prima vista, ancor meno comprensibili se si considera l’abbandono del paradigma della Terza via da parte di una SPD in fase di rinnovamento, che, liberandosi dell’ossessione centrista dell’epoca di Schröder, sembra aver capito la lezione della durissima sconfitta delle elezioni federali dello scorso settembre. La socialdemocrazia del Nordreno-Westfalia, in particolare, è stata la prima delle grandi federazioni regionali a voler cercare di riguadagnarsi un profilo di partito vicino ai problemi dei lavoratori. Nel Land industriale per eccellenza, nel quale la SPD ha governato per quasi quarant’anni fino al 2005, ottenendo negli anni migliori oltre il 50% dei suffragi, è tornata ad avere un rapporto dichiarato e forte con il sindacato, rappresentato dalla candidatura del segretario renano della confederazione DGB Guntram Schneider come “numero due” (e possibile futuro ministro del lavoro) dopo la capolista Hannelore Kraft. Dopo gli anni dell’ostentato distanziarsi dalle organizzazioni dei lavoratori, uno dei segni distintivi della terza via europea (dall’originale blairiano alle sue versioni all’amatriciana dei D’Alema e Veltroni), i socialdemocratici hanno senz’altro capito che l’autentico “centro” da conquistare è, innanzitutto, quello del proprio blocco sociale di riferimento. Non solo: in una società frammentata e individualizzata quanto si vuole, nella quale il lavoro industriale “novecentesco” ha senz’altro perso di rilievo (ma torna d’attualità quello “ottocentesco”…), l’organizzazione sindacale resta comunque un corpo sociale intermedio di importanza cruciale, una risorsa organizzativa e politica dalla quale è insensato prescindere.

Le urne hanno dunque premiato la SPD, pur se soltanto in misura relativa alla catastrofe del voto per il Bundestag, quando prese in Nordreno-Westfalia il 28,5%. La risalita rispetto alla caduta, infatti, non va confusa con un’autentica vittoria, per la quale probabilmente – se si vuol dirlo ottimisticamente –  i tempi non sono ancora maturi: il risultato ottenuto dalla Kraft e compagni è infatti il peggiore della storia delle elezioni per il Landtag di Düsseldorf (-2,6% rispetto al 2005). Destino condiviso dalla CDU, che tuttavia perde molto di più in relazione alla precedente tornate elettorali: cinque anni fa raggiungeva il 44,8%, ben dieci punti in più di quanto ottenuto ora. Insieme ai Verdi, il cui straordinario risultato è un chiaro segnale di rigetto dei programmi del governo federale relativi al mantenimento in vita delle centrali nucleari, il vero vincitore è la Linke, che riesce a superare la soglia del 5% ed entrare nel parlamento renano.

E qui, se vogliamo, sta il cuore del problema: il partito che ha tra i suoi fondatori Oskar Lafontaine è, in questa regione, decisamente “a sinistra”. Troppo, probabilmente, per poter essere considerato come partner sicuro per una coalizione di governo, persino da parte di una SPD post-schröderiana ,che, infatti, non nascondeva il desiderio che la Linke non raggiungesse il quorum. Proposte come la settimana lavorativa di trenta ore a parità di salario, la socializzazione delle industrie più importanti, l’eliminazione completa del lavoro interinale, oltre che una dirigenza fatta in buona parte di ex-gruppettari di estrema sinistra, piuttosto inesperti nell’arte del compromesso: questi gli ingredienti che rendono indigeribile agli stomaci socialdemocratici la Linke “alla renana” e che rendono molto complicata la definizione di una coalizione che rappresenti una chiara alternativa all’alleanza democristiano-liberale. Obiettivo comunque non impossibile, soprattutto se prevarrà la volontà di valorizzare gli importanti punti programmatici comuni, come l’abolizione delle tasse universitarie e la riforma della scuola.

C’è da aspettarsi che considerazioni tattiche si intreccino a visioni di più ampio respiro, in una situazione nella quale il margine di errore è molto alto e nessuna scelta sarà presa senza pagare dei prezzi anche alti. La SPD ha arrestato il declino, ma non è riuscita a riguadagnare il suo elettorato tradizionale in misura sufficiente da essere “coperta a sinistra”. La Linke, da par suo, si trova a dover gestire un patrimonio di fiducia dovendo scegliere se amministrarlo investendo in un’assunzione di responsabilità di governo o in un’opposizione intransigente. Posizione, quest’ultima, solo apparentemente più comoda, perché la SPD non è più il facile bersaglio degli anni del centrismo “riformista”: esiste il rischio per la Linke che l’arroccamento ideologico le costi il consenso dei  socialdemocratici di sinistra disposti ad accordare nuovamente la loro fiducia ad una “vera” SPD. Ma è pur vero, d’altra parte, che la Linke non può eccessivamente “socialdemocratizzarsi”, proprio perché ha di fronte una SPD che torna ad essere se stessa. Non pochi dilemmi, dunque, che definiscono un quadro incerto, dal quale si ricava, forse, solo un punto fermo : la forza per fermare i regali fiscali ai ricchi e i tagli al welfare, che sono nei piani del governo federale del duo Merkel-Westerwelle, c’è. Quella per cominciare a costruire un’alternativa, ancora non si sa.

(Jacopo Rosatelli)

4 commenti

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4 risposte a “Cosa ci dicono le ultime elezioni tedesche

  1. Arianna Lovera

    Uh quanto invidio i tedeschi! 😉
    Avere la forza di opporsi e risultare efficaci, poter arrestare alcuni processi… mi sembra decisamente qualcosa.
    Rispetto all’importanza del sindacato per le sinistre, invece, sono più perplessa. Conosco poco il sindacato tedesco ma quello italiano mi pare decisamente distante da una porzione non irrilevante del possibile elettorato di sinistra. Si tratterebbe quindi anzitutto di riformare il sindacato, perché allo stato attuale non mi pare che le organizzazioni dei lavoratori si stiano occupando adeguatamente delle nuove disuguaglianze che si stanno creando nel mondo del lavoro. I lavoratori “atipici”, i precari, chi apre partita IVA per farsi assumere – de facto – come dipendente… vengono per sbaglio presi in considerazione dai sindacati? Non mi pare proprio.

    • Jacopo Rosatelli

      Cara Arianna,

      è senz’altro vero che il sindacato (in tutta Europa, direi) è in difficoltà nel rappresentare quelle che vengono definite “nuove identità” di lavoro. Ci prova, ma non ci riesce in misura soddisfacente: è certamente ammalato di burocrazia e spesso prigioniero di vecchie mentalità.
      E tuttavia, mi sembra altrettanto innegabile che nelle situazioni di lavoro “più classiche”, chiamiamole così, il sindacato esiste ancora e svolge un ruolo decisamente importante per la vita concreta delle persone. Ora, se il problema della sinistra in Italia è (anche) quello di essere lontanissima dalla realtà dei problemi quotidiani, a me sembra che l’impegno di tanti sindacalisti e delegati che quotidianamente “si sporcano le mani” con la realtà di fabbriche, uffici, scuole, supermercati etc. non debba essere ignorato. Per ragioni, come dico, di “aderenza alla realtà” dei problemi, ma anche di “radicamento e organizzazione” come si dice in gergo.
      Ciò non toglie che, da un lato, il sindacato deve riuscire a colmare la distanza con le nuove figure del lavoro, di cui tu molto opportunamente parli, anche attraverso un rinnovamento generazionale dei suoi quadri e dirigenti. E, dall’altro, che i partiti e movimenti politici non devono pensare che il mondo del lavoro si esaurisca in quello che trova rappresentanza nelle organizzazioni sindacali. Ma nemmeno che lo ignorino, come mi sembra, invece, avvenga in buona misura adesso.

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