A proposito di narrazioni: chi si ricorda delle vittime del terrorismo?

Al Quirinale si è celebrata, lo scorso 8 maggio, la quarta giornata della memoria per le vittime del terrorismo e delle stragi, ricordando, a distanza di venti anni, il terribile bilancio del 1980. Oltre 200 morti.

Una giornata importante per un paese in cui le vittime sono dimenticate dalla procedura penale, e spesso rimosse dalla coscienza collettiva, anche in conseguenza di un approccio cattura-audience dei mass media, tutto piegato alla logica un po’ voyerista che ama spiare le ragioni e le identità dei colpevoli.

Le vittime non sono solo vite interrotte e dolore familiare. Sono, come ha giustamente ricordato il Presidente Napolitano, energie vive del Paese colpite a morte, opportunità sottratte allo sviluppo dell’Italia: magistrati, poliziotti, parlamentari, professori universitari, giornalisti, semplici cittadini. Risorse pubbliche annientate.

L’Italia è parte civile nel processo politico contro il terrorismo e lo stragismo così come contro ogni forma di criminalità organizzata. Anche se parlare di processi fa sorridere se si pensa agli esiti sconfortanti dei grandi processi per le stragi dell’ultimo trentennio del secolo scorso, da quello di Piazza Fontana a quello di Piazza della Loggia o alle verità eternamente “opache” che costellano la storia italiana, dall’omicidio Moro alla strage di Ustica.

La memoria non è solo il ricordo che ciascuno conserva dei suoi cari. E’ un tributo morale, politico ed economico per un danno subito. Dalle famiglie e dall’Italia.

Una società è fatta anche di liturgie collettive. Per quanto talvolta possano apparire retoriche, fanno parte degli strumenti simbolici che ciascuno ha a disposizione per comprendere chi è e da che parte sta.

La ricerca della verità e l’accertamento delle responsabilità per le tragedie che colpiscono  un paese, anche se lo spirito del tempo sembra soffiare dalla parte opposta, rappresentano il terreno su cui si fonda il patto democratico tra cittadini e istituzioni. Ogni volta che questo principio viene ribadito e celebrato, anche solo aprendo le porte del Quirinale a centinaia di famiglie colpite dalla violenza terroristica e stragista, siamo di fronte a un piccolo segnale di salute della democrazia.

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