La politica dei sacrifici (per niente inevitabili)

Il governo Berlusconi si è accorto che le cose vanno male in Europa e che bisogna uscire, almeno per un po’, dall’era dell’ottimismo. A questo punto ha rispolverato un sempreverde della politica economica italiana degli ultimi decenni: “i sacrifici inevitabili”. Già si annunciano misure innovative per la prossima finanziaria: blocco dei pensionamenti, tagli agli stipendi per gli statali, magari qualche condono mascherato e per finire un draconiano (si fa tutto per scherzare) taglio del 5% dei compensi di parlamentari e ministri.

Ne scrivemmo già nei primi giorni della crisi greca: l’ondata speculativa spingerà i governi europei a stringere sulla spesa pubblica invece che a regolare la finanza e le agenzie di rating. La crisi, insomma, potrebbe aggravarsi. E le politiche dei governi di centrodestra, presentate come inevitabili,  potrebbero aumentare ancora di più le disuguaglianze che sono state alla base del crollo del 2008.

Tutto inevitabile? E’ lecito dubitare.

1. In un articolo molto tecnico l’economista Loretta Napoleoni spiega il meccanismo di salvataggio approvato in sede di Unione Europea. Niente affatto blindato come sembra, rischia tra l’altro di sottoporre le politiche economiche europee ai diktat della BCE o del Fondo Monetario Internazionale, un po’ come ai bei tempi succedeva per paesi come Messico e Indonesia. I quali, sia detto per inciso, non uscirono molto bene da queste “cure”. In pratica, si tratta di un nuovo salvataggio: due anni fa venivano soccorse le banche, oggi i paesi sotto tiro della speculazione per il loro pesante indebitamento. Pagheranno i contribuenti europei, con quali risorse non si sa, vista la crisi. La domanda finale dell’articolo vale la pena di essere soppesata: “A che serve salvare l’Europa se per farlo dobbiamo sacrificarne gli abitanti?”. E soprattutto: perchè perdere un’altra occasione per creare un coordinamento europeo delle politiche fiscali e affidarsi invece a meccanismi “automatici” gestiti da soggetti come la BCE o il Fondo?

2. I nuovi sacrifici non arrivano a colpire società tutto sommato opulente e “assistenziali” come quelle dei primi anni ’90. Non ci sono più pensioni baby da eliminare o cure termali gratis da abolire come ai tempi del governo Amato. L’Italia è oggi un paese dove si taglia il consumo di pane, dove si muore dissanguati per protestare perchè non si riceveva uno stipendio, dove il livello delle disuguaglianze si avvicina (già prima di un’eventuale cura dell’FMI) a quello del Messico. I diritti del lavoro sono in ginocchio, basta leggere cosa succedeva in questo call center di Incisa Valdarno (sì in Toscana, non in provincia di Caserta). E’ anche questo il paese che dovrebbe sopportare nuovi sacrifici, facendovi fronte chissà come e con quali anticorpi politici e sociali.

3. Il rischio è che ciò che rimane del centrosinistra italiano faccia un’opposizione d’ufficio, accettando in realtà l’idea che queste politiche siano inevitabili, che non ci sia alternativa. La retorica dei sacrifici, “duri ma necessari”, è stata uno dei pezzi forti del centrosinistra italiano degli anni novanta. Nei pochi mesi di governo progressista in questo decennio, il ministro Padoa Schioppa non si discostò molto da quel paradigma. Ad accompagnare questa retorica c’era sempre l’idea che, tutto sommato, noi avessimo un welfare troppo generoso, che si spendesse troppo in pensioni e che bisognasse “attaccare le incrostazioni conservatrici”. Che poi erano sempre le stesse cose: i sindacati, i privilegi dei poveri, le truffe dei falsi invalidi, le sacche di inefficienza nella pubblica amministrazione. Il centrodestra ci aggiungeva una connotazione ben più odiosa: i favori per i più ricchi, si pensi ai condoni o agli “scudi fiscali”.

E’ sulla combinazione sacrifici-favori ai ricchi che si è costruita, anche, l’Italia di oggi dove conviene vivere di rendita ed evadere piuttosto che lavorare. E’ questo ribaltamento del sistema di incentivi e sanzioni che ha penalizzato questo paese, non i presunti privilegi dei poveri.

4. Non è tutto inevitabile. Anche in questa situazione di estrema ristrettezza si possono fare politiche diverse dal passato. Nessuno nega che servano dei soldi, ma si possono andare a prendere altrove: alziamo le tasse sulle rendite, che sono le più basse d’Europa; rimettiamo la tassa di successione per i grandi patrimoni; redistribuiamo il carico fiscale che oggi grava quasi tutto sul lavoro dipendente e spostiamo i soldi dalle opere pubbliche faraoniche (anche quelle ritenute “inevitabili” se si vuole “modernizzare”) come l’alta velocità verso nuove politiche di welfare che aiutino la mobilità sociale e la natalità. Un’altra politica di bilancio è possibile, basta farsi un giro su Sbilanciamoci che la propone da anni.

5. Libro dei sogni? Il governo giapponese, paese con un debito più alto del nostro, ha fatto proprio questo: dirottato soldi dalle spese faraoniche verso un sussidio di 100 euro al mese a figlio per tutti, stranieri compresi. E dall’anno prossimo si arriva a 200 euro al mese. La coalizione al potere a Tokyo si ispira all’Ulivo italiano ma il ministro delle finanze Naoto Kan ha capito una cosa fondamentale: “Il punto non è vincere le elezioni, e conquistare il governo. Ma mantenerlo. Non vogliamo fare la fine del centrosinistra italiano”. Per fare politica, per fare un partito, bisogna sapere quale parte della società si rappresenta e pensare che, rafforzandola, si renderà tutta la società più giusta e più dinamica.

I democratici giapponesi, certo non degli estremisti, un po’ l’hanno imparato. Quelli italiani, forse, potrebbero cominciare a pensare che dalla crisi non si uscirà per forza con un Paese più ingiusto e più triste di prima. Avranno la capacità di immaginarlo?

(Mattia Toaldo)

9 commenti

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9 risposte a “La politica dei sacrifici (per niente inevitabili)

  1. andrea

    Caro Mattia, che dire? Io penso che il debito pubblico vada abbattuto. Che la spesa pubblica debba diminuire. Altrimenti, crisi come quelle attuali saranno sempre nel novero delle possibilità concrete. Solo che tutto questo dovrebbe accompagnarsi a contropartite tangibili come la lotta all’evasione fiscale, i tagli agli sprechi, il rilancio della competitività del paese attraverso una politica della ricerca e dell’innovazione. Eccetera.
    Purtroppo i “sacrifici” si sono fatti anche prima degli anni 90, basti pensare al taglio della scala mobile dell’84. Il problema è che, allora come oggi– ma tu stesso lo dici nel tuo post –, ai tagli correnti, certi, immediati, quelli che servono per rispettare questo o quel parametro macroeconomico, non si associa alcuna forma di compensazione. I governi del pentapartito, per intenderci, non solo tagliarono la scala mobile ma inaugurarono anche nuove politiche molto più “market friendly”, per usare un eufemismo. D’altra parte, all’inizio del decennio c’era stata la marcia dei 40 mila ed era appena iniziata l’era Reagan negli USA. A tutto ciò non si associò nessuna vera e seria riforma del paese. Tutt’altro: per avere la riforma delle Poste – che pure negli anni 80 sembrava una specie di rivoluzione, visto che senza internet qualsiasi pagamento lo facevi allo sportello – si è dovuto aspettare il primo governo Prodi… Alla durezza delle cosiddette ”leggi del mercato” non venne contrapposto uno stato sociale più efficace ed efficiente. Al contrario, iniziò a cronicizzarsi la crisi della macchina pubblica: l’esplosione del debito pubblico è di quegli anni. La crisi dello stato sociale, pure. Per non parlare della ripresa delle disuguaglianze.

    Ecco, il guaio è che oggi, anche per questa lunga storia, quando vengono chiesti sacrifici, si producono aspettative pessimistiche. E non stupisce che ci siano difese corporative di interessi particolari. Sappiamo che si viene chiamati a pagare oggi per avere qualche sensibile beneficio solo a babbo morto. E nessuno, giustamente, ci crede. Anche perché neanche ci si prova a dire quali saranno questi benefici. In passato ci si è baloccati con l’idea che un mercato efficiente facesse l’interesse di tutti. La mano visibile toglie oggi, la mano invisibile darà nel futuro… Mi sembra una troppo facile riedizione della divina provvidenza.
    Il problema è che la politica del nostro paese non prende impegni credibili per contrapporre, ai sacrifici di oggi, i benefici di domani. Dicendo, per esempio, chi e come guadagnerà o perderà da certe riforme. Oppure, illustrando come, le famose riforme, dovranno essere fatte. Per farlo dovrebbe avere una capacità e una credibilità che è andata sempre più perdendo. Ai sacrifici chiesti ai tempi della tanto vituperata “unità nazionale” corrispose la riforma sanitaria. Ma oggi?

    Oggi circola molto il tema della narrazione. Forse bisognerebbe chiedersi che cosa raccontare agli italiani in modo che possano credere che questo copione – paghi oggi e prendi, forse, non so che, domani – non venga recitato l’ennesima volta. Naturalmente, mi posso aspettare che la destra non lo faccia: in definitiva, l’unica destra pensante, quella americana, ha pensato di affrontare il tema della spesa pubblica in base al principio “affama la bestia” (cioè, strangola lo stato sociale, rendilo ingiusto e inefficiente e vedrai che nessuno, a partire dai beneficiari, lo vorrà più). Ma la sinistra dovrebbe sentire questo come un problema urgente.

  2. Valerio

    Trovo che Mattia abbia colto nel segno.
    Essendo però io vecchio dentro ripenserei il discorso dell’investimento sulle opere pubbliche, anche perchè il Giappone dal punto di vista infrastrutturale, malgrado una geologia ancora peggiore della nostra, ha saputo risolvere i suoi problemi molti anni fa
    .
    Le opere pubbliche, qualora non diventino “faraoniche” (ovvero simboli machisti stile ponte, non soluzione per bisogni), sono un’eccezionale misura di sviluppo economico. L’Italia ha un disperato bisogno di opere pubbliche “normali”, per esempio invece della TAV serve il raddoppio delle linee ferroviare in buona parte del paese (Palermo-Messina è solo un esempio tra tanti), una corsia in più in molte autostrade, una metropolitana leggera in molte città, un posteggio di interscambio in molti comuni, un porto per navi porta container su molte coste, ecc. ecc.

    Il problema è semmai capire perchè un kilometro di autostrade italiano costi 5 o 6 volte di più che in altri paesi mediterraneei (mica la Svezia!), ovvero che, ed è ormai luogo comune, il nostro sviluppo economico è strangolato dalla corruzione politica, che, appunto, trasforma le opere pubbliche da investimento per il cittadino a favore clientelare, effetto mediatico, quando non esplicito aiuto alle mafie.
    Con tre effetti: l’opera costa molto di più del guisto, la criminalità e il clientelarismo si rafforzano con i miei soldi, l’opera ha un utilità pratica dubbia perchè decisa al di fuori di ogni logica costi-benefici.

    Il problema è antico ma è peggiorato. Nel 1954 la FIAT, imponendo l’auto come mezzo per modernizzare il paese, pagò in parte di tasca sua il progetto dell’A-1, l’autostrada del sole, che fu inaugurata 10 anni dopo.
    Ripeto pagò, ottenedone un duraturo e significativo ritorno in autovetture prodotte, però per fare un’opera pubblica di indubbia utilità nazionale.
    Oggi la TAV sembrerebbe non servire a un c!””o. E la TAV è, forse, meno scandalosa di molti altri progetti, meno noti ma dolorosamente, scandalosamente e costosamente inutili come il “mini mose” delle paratie sul lungo lago di Como.
    Inoltre i lavori in Italia si fanno a c?%o; sempre osservando il mio microcosmo lariano non posso far a meno di notare come i nostri posteggi in galleria sotto il livello del lago siano stati abbandonati dopo anni di inutili e costosi lavori, l’acqua li aveva invasi ed alcune case circostanti rischiavano di crollare, a Lugano, appena oltre confine, non solo funzionano (le tecnologie esistono) ma il comune ci ha guadagnato dei soldi e i cittadini meno traffico e più posteggi.
    Forse lì l’architetto non era amico del vicesindaco e l’impresa che aveva il cantiere non era sponosrizzata da CL.
    Quante zone d’Italia avrebbero bisogno di un nuovo ospedale? Quanto spesso l’ospedale viene costruito in 30-40 anni, viene inaugurato ad ogni elezione per 10 anni, oppure (ritornando a Como) il nuovo ospedale pubblico è molto più piccolo e mal posizionato di quello vecchio, favorendo la concorrenza del privato?

    Concludendo i lavori pubblici sono potenzialmente un utilissimo modo per avvicinarsi alla piena occupazione, ridurre le sacche di sotto sviluppo, migliorare la vita dei cittadini e dei pendolari ecc. Per poterli fare in Italia abbiamo bisogno di una rivoluzione, almeno culturale, perchè il modello attuale, tra appalti, corruzione, amministratori impreparati, campanilismi (quante treni ad alta velocità fermano in piccole città solo per compiacere qualcuno?) e mille altri problemi di incapacità di gestione ci stà portando al fallimento.
    Non è impossibile, serve la volontà politica unita alla capacità di progettare opere pubbliche utili e capillari, non grandiose e incomprensibili.

    • andrea

      Caro Valerio, il problema degli inutili costi delle opere pubbliche è “il problema” del nostro paese e, per estensione, del nostro stato sociale. Ma per favore, NON PRENDIAMOCELA CON LA TAV. Evitiamo questo inutile pendolo. La TAV è utile (certo, se fatta bene e a costi standard europei…). Se gestita nell’ambito di una politica fattibile ma ambiziosa, libererebbe molte merci dal trasporto su gomma (il grosso del trasporto TAV sarebbe per merci, non per passeggeri). Non serve per risparmiare pochi minuti. Serve per fare una grande rete paneuropea che faccia concorrenza a mezzi di trasporto più flessibili. Inoltre, libererebbe delle tratte per rafforzare il trasporto locale. Scusa se è poco. Se tutto questo non si fa è perché la nostra classe politica non ha la minima capacità di fare politiche di qualche tipo. Insomma, costruire ferrovie e far andare i treni è molto utile, ma non è che sia qualche cosa che al mondo non si sia mai visto…

      • Valerio

        Resto molto scettico sulla TAV. Gli studi “scientifici” sull’impatto, positivo o negativo, che questa grande opera potrebbe avere sull’economia italiana danno risultati discordanti che spesso rispecchiano l’appartenenza ideologica di chi ha commisionato o svolto lo studio.
        I val susini non sono tutti idioti, loro di sicuro ne vedono (magari ingigantendo un dato reale) gli aspetti negativi per le loro vite e per l’ambiente (sorgenti, amianto ecc., tutti problemi risolvibili se si volesse spendere molto più denaro per costruire l’opera). Certamente esistono altre variabili di interesse generale, che potrebbero rendere la TAV un’opera utile e necessaria. Su questo tema sarei anche piuttosto laico. Mi lasciano però perplesse due considerazioni: la ferrovia Torino-Lione per merci e passeggeri esiste già, funzionando però a circa il 30% annuo delle sue capacità (ovvero non funzionando…), la TAV è appunto ad “alta velocità”, tutto il casino nasce dal voler costruire una galleria a bassissima pendenza, l’alta velocità non serve affatto per le merci Andrea, anzi se la pensiamo per quello scopo sono soldi buttati nel c&$$o, ha un suo valore solo se si usa per i passeggeri. La ferrovia già esistente ha già una buona capacita (migliorabile) per trasporto merci, non viene usata (come buona parte della rete ferroviaria, oppure le vie d’acqua), ci sarà un perché?

        Faccio però fatica ad essere laico quando si analizza il modello di rapporto tra governo del territorio, pro TAV e no TAV.
        I no TAV potrebbero essere in torto, ma non sono stati trattati come cittadini da convincere, ma come problema di ordine pubblico da rimuovere (a suon di botte, per giunta); il dialogo tra istituzioni e territorio si è interrotto, riprendendo (male) solo in prossimità di campagne elettorali e scadenze di cantiere.
        Tutta la questione dell’impatto ambientale è stata (temo volutamente) trascurata, prima si è deciso per il si TAV, poi si sono incominciati gli studi (che non sono ancora terminati!). Questi fatti creano, per forza, malumore e rifiuto.

        In Francia c’è uno splendido sito di stoccaggio per i rifiuti radioattivi, è in una bella zona della Borgogna, scelta dopo accurati studi che identificarono alcuni possibili siti in tutto il paese. Il comune ospitante e la sua provincia si candidarono (dal basso) come ospiti, visto che in cambio il governo centrale garantì tutta una serie di servizi, contropartite ed opportunità, oltre a degli standard di sicurezza cui in Italia non avremmo creduto. Oggi il sito è persino una risorsa turistica.
        Questo modello nel nostro paese non si usa, chi si “becca” un’opera pubblica problematica non ha contropartite, solo espropri. Il modello con cui vengono trattati i cittadini è rimasto fermo al Vajont… poi nascono i movimenti NIMBY e ci si stupisce…

  3. andrea

    Be’, il fatto che gli studi scientifici diano dati discordanti significa che bisogna mettersi d’accordo. Le ferrovie a bassa pendenza sono quelle più efficienti. Usare il vecchio tracciato ampliando la portata significa raddoppiare locomotori, produrre problemi di rumori, costi maggiori (perché i treni devono anche frenare, ecc.). Io non sono un tecnico, ma parlando con dei tecnici pro TAV, che hanno lavorato a quel progetto, di sinistra, questo ho saputo. Così come il fatto che la linea servirà per la maggior parte il traffico merci. Che poi la partita sia stata giocata malissimo è un altro paio di maniche. Vale per qualsiasi opera pubblica, grande o piccola. Anche un parco pubblico crea queste problematiche, volendo. E’ la scarsa credibilità della politica che produce l’effetto NIMBY, non semplicemente l’egoismo. Che non è invenzione italiana o di oggi. Eppure, le grandi opere si sono sempre fatte, qualche volta anche con il consenso. L’esempio che tu porti della Francia è eloquente: uno stato autorevole porta i depositi per le scorie radioattive dove ritiene sia giusto, perché dà garanzie. Però, parlare male della TAV in quanto grande opera – perché questo avviene – non mi trova d’accordo. Poi, certo, la TAV richiede, tanto per dirne una, una politica dei pedaggi autostradali coerente (ma su questo non mi dilungo). Solo che in Italia, la destra non sa quello che fa la sinistra…

  4. Pingback: La crisi disuguale « Italia2013

  5. Gianni

    Ciao, vorrei solo dare un contributo credo utile ad approfondire i commenti di Valerio in primis e di Andrea. C’è molta confusione sul tema della Nuova Linea Torino Lione. La linea come precisa Valerio non è una linea ad alta veocità: non andrà cioè agli oltre 300 km/h di un tgv, per intenderci. La linea sarà una semplice linea moderna, come tante ne esistono in europa. Alta velocità e alta capacità, cioé treni passeggeri che viaggeranno a circa 200 Km/h e treni merci che conviveranno con quelli passeggeri (andranno a circa 120 Km/h) con un’efficienza maggiore data da una pendenza limitata. In parte cose già dette da Valerio. Vi invito a vedere questi video in cui Virano fornisce elementi che molti non considerano:

  6. andrea

    Questo contributo è interessante. Penso che alla base di tutti ci sia l’idea che la ragionevolezza può servire a fare grandi cose. Il che implica una classe politica intenzionata e qualificata per affrontare i problemi, non per evitarli. Penso che questo alla fine, sia quanto in realtà ci siamo andati dicendo in questi commenti. D’altra parte, lo stesso Epifani ha detto ieri a Ballarò che non è contrario ai sacrifici, visto che la situazione è piuttosto grave. Piuttosto, il problema è come distribuirli equamente e con quali prospettive di sviluppo.

  7. Pingback: Consigli di lettura per la vecchia (ed ingiusta) Europa | Italia2013

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