I sacrifici “inevitabili” di Zapatero

La tempesta borsistica che si è scatenata negli ultimi mesi ha oscurato con una minacciosa nuvola nera l’orizzonte finanziario dei paesi dell’Euro. Questa nube, seppure impalpabile, è destinata ad avere degli effetti ben peggiori della nuvola di cenere scaturita dal vulcano islandese Eyjafjallajökull: i paesi più esposti (quelli della periferia economica dell’Euro, nell’ordine Grecia, Spagna e Portogallo, Irlanda e Italia) stanno valutando misure di fortissimo impatto sociale per rimpolpare le casse dello stato e tranquillizzare i mercati.

Un post precedente ha analizzato i provvedimenti allo studio in Italia; Spagna e Portogallo, due paesi retti da governi socialisti, hanno invece già presentato concretamente i rispettivi piani di aggiustamento dei bilanci: un intervento che è diretta conseguenza del declassamento dei loro conti pubblici da parte delle agenzie di rating e dell’adozione del Fondo di salvataggio europeo. Vediamoli più da vicino.

1. La Spagna è passata dalla condizione di locomotiva della crescita continentale ad ottenere, a fine 2009, il primo posto nel Misery Index europeo di Moodys – calcolato sommando tasso di disoccupazione (20%) e deficit (+11,2%). Il premier Zapatero aveva promesso che la crisi “non sarebbe stata pagata dai più deboli, perchè non sono stati loro a provocarla”. Le misure annunciate, precedute da una telefonata di Obama e del ministro cinese Wen Jiabao, tradiscono questa affermazione. Da subito, verranno ridotti gli stipendi ai dipendenti pubblici del 5% (del 15% ai membri del governo) e congelati per il prossimo anno; nel 2011 non aumenteranno poi le pensioni (escluse le minime), che avrebbero dovuto seguire l’andamento dell’inflazione; dall’anno prossimo sparirà infine l’aiuto di 2.500€ per ogni neonato. Nel frattempo, il governo ha gà approvato l’aumento dell’IVA e ha in programma quello dell’età pensionabile fino a 67 anni, più una riforma del lavoro che renda tra l’altro più facile il licenziamento.

Non era l’unica cura possibile. I redditi dei più abbienti e i profitti delle banche (comunque aumentati durante la crisi) non saranno toccati, così come le accise su benzina, alcol e tabacco, tra le più basse d’Europa. Le imprese immobiliari, tra le massime responsabili del crack, hanno avuto il patrimonio rivalutato per legge. Il taglio degli stipendi della pubblica amministrazione, che è la misura più apprezzata dalla gente, renderà più facile una diminuzione delle paghe anche nel privato; d’altronde la disoccupazione è stata imputata alla mancanza di flessibilità: presto anche i lavoratori a tempo indeterminato saranno meno protetti. Lo stato invece ridurrà solo in piccola parte il programma di infrastrutture che sta dotando la Spagna della rete Alta Velocità più estesa del mondo, modello “una stazione davanti a ogni casa”.

2. Il Portogallo, che soffre di una disoccupazione minore (10,6% a inizio 2010, comunque la più alta della sua storia recente), è stato preso di mira dai mercati per le proprie caratteristiche strutturali, che lo avvicinano alla Grecia: una dimensione simile, una prospettiva di crescita scarsa – da quando l’Unione Europea si è allargata ad Est il basso costo del lavoro portoghese ha smesso di essere un vantaggio -, una popolazione invecchiata, un deficit pesante (+9,3%, dovuto in parte a un sistema di sussidi per la disoccupazione inefficace). Inoltre un quarto degli investimenti delle sue banche avviene in paesi come Grecia, Spagna e Irlanda, esponendo il paese a un grave rischio di contagio, reso più concreto dall’alto debito privato. 

Il programma di rimodulazione della spesa pubblica, “l’unica soluzione patriottica” che il primo ministro José Sócrates ha concordato con la principale forza di opposizione (senza la quale non avrebbe la maggioranza sufficiente ad approvarlo), è molto duro ma più equilibrato di quello spagnolo: l’IVA e l’IRPEF aumenteranno, ma quest’ultima in misura maggiore per i redditi più alti; grandi imprese e istituzioni finanziarie dovranno pagare un’imposta speciale e anche le rendite e i dividendi saranno tassati di più, così come il credito al consumo, molto diffuso tra le indebitatissime famiglie portoghesi. Infine, gli stipendi della pubblica amministrazione saranno tagliati del 5%, ma solo per quanto riguarda le posizioni dirigenziali.  

3. Al di là del maggiore o minore aumento delle diseguaglianze che comportano, resta aperta la questione se queste pesanti manovre servano davvero ad evitare un aggravamento della crisi e a garantire la solvenza degli stati. Quello che è certo è che nessun governo vuole o riesce ad affrontare i nodi irrisolti dei propri sistemi economici, come l’irresponsabilità del sistema bancario e finanziario, una spesa pubblica che è sempre più finanziamento indiretto ai privati e sempre meno offerta di servizi efficienti, o l’evasione fiscale. Interventi del genere sono rimandati ai giorni migliori, quando sarà più facile dimenticarsene.

La classe dirigente attualmente al potere in Europa è apparsa ripetutamente inadeguata: i meccanismi economici sfuggono ai provvedimenti politici che oggi pretendono di regolarli. Ad esempio, i revisori comunitari stanno indagando su indiscrezioni artificialmente fatte filtrare da banche e fondi di investimento per indebolire le borse spagnole e italiane, ed approfittare dei successivi tagli ai bilanci pubblici; il fattore più promettente per la ripresa europea è l’aumento delle esportazioni, possibile solo grazie alla debolezza dell’Euro, che invece determina la caduta delle borse. Sono processi su cui la politica non influisce in alcun modo. Elaborare strumenti di intervento nuovi ed efficaci, che siano capace di garantire, arricchire ed aggiornare il sistema sociale e democratico ereditato dal ‘900, costituisce, per la sinistra, la sfida del XXI secolo.

 (Riccardo Pennisi)

3 commenti

Archiviato in economia, Europa, sinistra, Uncategorized

3 risposte a “I sacrifici “inevitabili” di Zapatero

  1. andrea

    In un commento al precedente post su un tema simile ricordavo che la destra pensante – alla fine – ha una sua ricetta sulla spesa pubblica, riassunta dallo slogan, “affama la bestia” (cioè, strangola lo stato sociale, rendilo ingiusto e inefficiente e vedrai che nessuno, a partire dai beneficiari, lo vorrà più). La strategia usata per mettere in pratica questo principio, alla fine, è questa: in tempi di sacrifici li si chiedono anche ai non responsabili. In tempi di vacche grasse, non si riforma il welfare, già fiaccato dalla precedente crisi. Ecco, è ora che la sinistra se ne esca con qualche cosa di alternativo, efficace e credibile. E che non si faccia governare dall’emergenza (per cui, alla fine, anche lei finisce per ‘affamare la bestia’…)

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