Cambiare l’università, cambiare la società

L’Università italiana è in mobilitazione questa settimana. Si protesta contro il disegno di legge di riforma presentato dal ministro Gelmini e contro i tagli portati avanti da questo governo, non casualmente, fin dai primi mesi in cui aveva il potere. Insieme con la situazione degli enti lirici sono due spie della situazione della cultura in questo paese che si trova davanti non solo al governo più anti-intellettuale della storia della repubblica ma anche al fallimento di un modello di sviluppo, quello dell’Italia molecolare, che non ha mai veramente fatto tesoro del patrimonio storico e culturale di questo paese preferendo concentrarsi su altre risorse: le micro-dimensioni, il basso costo del lavoro, la possibilità di aggirare leggi e imposizione fiscale, l’assenza di sindacati e il rapporto con il territorio, inteso non come cultura e storia ma come insieme di poteri e forze locali. E’ la sopravvivenza ad ogni costo di quel modello, con la conseguente scomparsa di tutto ciò che gli è estraneo come la cultura e la ricerca, che oggi è in gioco.

 La battaglia sull’università e la ricerca non è una battaglia di resistenza. E’ da lì, come dalla cultura e dall’economia sostenibile, che parte una risposta diversa alla crisi. Ma è sempre da lì che parte un assetto dei poteri dentro la società, anzi dentro la vita delle persone, diverso. Ecco perché, oltre alle giuste rivendicazioni  di questa settimana, è utile fare alcune riflessioni.

1. La crisi attuale può essere l’opportunità per aggravare le attuali ingiustizie ma può essere anche l’opportunità per cambiare modello di sviluppo. Negli ultimi 15 anni si è chiesto all’università di “preparare al mondo del lavoro”. Che poi questo mondo non volesse così tanti laureati era una questione che si è sottovalutato. Ma proviamo a rovesciare il discorso: e se l’università invece che adeguarsi all’economia ne preparasse e ne costruisse una nuova? Se, come già in parte avviene, gli atenei fossero gli incubatori di nuove imprese più pulite, moderne, rispettose delle diverse culture? Ecco, dobbiamo chiedere più soldi per l’università proprio per questo: perché è l’inizio di una nuova politica industriale. Non sto pensando solo alle facoltà scientifiche, a quelle giuridico-economiche o a ingegneria. L’università può diventare il centro dove si rivaluta il lavoro intellettuale, soprattutto quello “umanistico” e lo si rimette nella parte centrale della società invece che ai margini dov’è oggi. Davvero un paese con il patrimonio che abbiamo noi non sa che farsene di laureati in lettere o in storia dell’arte? Trasformare le università, soprattutto quelle del sud, in incubatori di una nuova economia è la base di partenza per liberare davvero le donne, i giovani e  i meridionali dalla trappola attuale.

 2. L’integrazione degli stranieri è oggi vissuta, anche dentro le università, come un peso a cui non si riesce a far fronte. Va invece vista come una risorsa: se c’è una cosa che le grandi economie asiatiche possono insegnarci è che la contaminazione e la rielaborazione delle culture e dei saperi degli altri sono il segreto del successo, non l’inizio della fine.  La scuola e l’università diventino un luogo dove si confrontano le culture più diverse e dove si arriva, anche, a sintesi più alte. Ospitiamo le donne del mondo islamico nelle nostre università. Confrontiamoci con loro, diamogli un luogo da cui scrivere, pensare, agire. E non spaventiamoci, per esempio, di fronte a quelle che associano le parole femminismo e islam.

 3. La scuola e l’università sono stati per alcuni decenni il luogo della mobilità sociale. Chi voleva un futuro migliore per i propri figli, cercava di farli diventare “dottori”. Non a caso la scuola media unica fu la prima riforma del centrosinistra degli anni ’60. Oggi la scuola, ma soprattutto l’università, tende a riprodurre le disuguaglianze (ne parlammo già qui). Questo avviene per due motivi: l’assenza o la scarsità di welfare rende l’università un percorso ad ostacoli per chi non ha dietro una famiglia benestante; la laurea e l’istruzione non sono più, molto spesso, un fattore di promozione all’interno del mondo del lavoro ma talvolta finiscono per essere un peso. Quanti, impossibilitati ad entrare nel mondo del lavoro intellettuale, sempre più chiuso o sempre più povero (e talvolta entrambe le cose), devono nascondere la propria laurea nel curriculum per avere gli impieghi a basso reddito e bassa qualifica che offre la nostra economia? Anche per questo bisogna pensare all’università come luogo di promozione di una nuova politica industriale.

4. La questione dell’università e della ricerca (che condivide molti problemi con la scuola) è il nesso tra le tante possibilità di riforma della nostra società. Se vinciamo lì, poi si può vincere anche fuori più facilmente. La qualità dello sviluppo, il valore del lavoro intellettuale, i rapporti di potere feudali, la multiculturalità come risorsa: sono problemi dell’università e della ricerca ma in realtà sono problemi di tutta la società italiana (e forse non solo italiana). E’ in questo campo che dovremo costruire una nuova identità nazionale basata sull’inclusione e la sintesi, non sull’esclusione del diverso.

E questi sono solo alcuni esempi di come,  rappresentando la propria parte di società, si può rendere il paese più giusto e più dinamico.

(Cecilia D’Elia)

1 Commento

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Una risposta a “Cambiare l’università, cambiare la società

  1. rimango d’accordissimo sul rappresentare la propria parte di società come partenza per un diverso sviluppo. come anche della centralità delle eccellenze diffuse di produzione culturale. credo però che si debba tentare una “alleanza politico-sociale” con quel capitalismo molecolare che non è solo evasione e bassi salari. è anche inventività e cratività, coraggio e rischio, innovazione multiculturale e transnazionale, proprio le caratteristiche che mancano alla nostra università. così potremmo veramente rappresentare la “nostra parte” di società, anche quella che vota l’altra parte della politica.

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