Parlare di Afghanistan (in Germania) e le guerre degli europei

Il Presidente della Repubblica tedesco non è una carica che ha l’importanza del corrispettivo italiano o, per meglio dire, che quest’ultimo è venuto assumendo da una quindicina d’anni a questa parte. In Germania, Costituzione formale e materiale, per questo aspetto, si assomigliano ancora molto. Le dimissioni di Horst Köhler, Bundespräsident in carica, improvvisamente rassegnate lo scorso lunedi, pertanto, non sono un fatto che sconvolge delicati equilibri politici o turba l’ordinato svolgersi della vita istituzionale del paese – come sarebbero, horribile dictu, quelle di Giorgio Napolitano per noi. Potremmo quindi ampiamente sorvolare su un fatto tutto sommato minore, o forse spendere qualche parola sulla possibilità che a succedere a Köhler potrebbe essere l’attuale ministra del lavoro Ursula von der Leyen, il che configurerebbe l’inedita – e dall’alto valore simbolico – situazione di due donne ai vertici dello Stato: Cancelliera e Presidente. No, vogliamo invece soffermarci su questa vicenda perché è di grande interesse, a nostro parere, ricostruire i motivi per cui tali dimissioni si sono prodotte. Motivi che portano in Afghanistan.

Intervistato da un’emittente radiofonica lo scorso 22 maggio, dopo una visita alle truppe tedesche di stanza in quel martoriato paese, Köhler rilascia la seguente dichiarazione: «un paese della nostra dimensione, con un orientamento verso il commercio internazionale e quindi con una dipendenza dallo stesso, deve sapere che nei casi d’emergenza l’uso della forza militare è necessario per difendere i nostri interessi, per esempio ad avere vie commerciali libere e a evitare l’instabilità di intere regioni». Un onesto analista di politica internazionale avrebbe potuto dire, mutatis mutandis, le stesse cose, ossia quello che tutti sappiamo  o che dovremmo sapere: le potenze combattono le loro guerre anche, se non principalmente, per ragioni di strategia economica – controllo delle risorse, delle linee di trasporto delle stesse etc. Lo si può dire senza giudizio di valore, come realistica constatazione; o come critica – come siamo soliti fare noi incalliti pacifisti. O, come ha fatto il forse ingenuo ex Bundespräsident, come argomento a favore delle imprese belliche.

L’uso della forza per la difesa della “libertà di commercio” – l’antica “libertà  dei mari” – è un classico dell’imperialismo:  lo si legge su qualunque buon libro di storia. Ma l’autocoscienza dell’Occidente del nostro tempo riesce ad accettare che le armi accompagnino le merci soltanto nell’ambito della cosiddetta lotta alla pirateria della zona dell’Oceano Indiano (si pensi all’operazione Atalanta davanti al Corno d’Africa). Soltanto, cioè, quando viene esibito il pericolo per le romantiche vite dei “nostri marinai” sui grandi pescherecci che solcano mari lontani: vite che vanno, ovviamente, protette. E non a caso la rettifica di Köhler ha fatto proprio riferimento a questo contesto, per la serie: parlavo dell’Afghanistan, ma in realtà intendevo i “mari del sud”…

Perché un Capo di Stato, garante di una Costituzione che proibisce la guerra, non può certo dire la verità che è concesso dire a chi potere non ce l’ha. La facciata traballante della missione di pace deve essere puntellata a tutti i costi, altro che svelata per quello che è: una cartapesta che nasconde la realtà ormai solo a chi non vuole vederla. E così, di fronte alle critiche che si sono levate di lui, accusato dai partiti  pro-missione (tutti tranne la Linke) di sostenere posizioni incostituzionali, Köhler si è sentito delegittimato e ha lasciato l’incarico. L’ex Bundespräsident ha lamentato l’attacco all’onore personale e istituzionale, ma ha probabilmente capito di avere varcato una soglia del dicibile oltre la quale nessuno può seguirlo. O, per meglio dire, oltre la quale possono seguirlo solo quelli che vedono le cose esattamente come lui, ma dando un giudizio di valore opposto.

Dopo le dimissioni del ministro della difesa Jung appena un mese dopo l’insediamento del nuovo governo di Angela Merkel, di cui scrivemmo, la politica tedesca si trova dunque di nuovo di fronte agli effetti perversi di una missione militare sempre più complicata, anche perché sempre più difficilmente inquadrabile nei parametri della legalità delle Costituzioni pacifiste del secondo Novecento e sempre più difficilmente accettabile da un’opinione pubblica tutto sommato diversa da quella che reclamava esultante “un posto al sole” più di cento anni fa. Per gestire questa delicata situazione servono persone più esperte di Köhler, uno stimato economista praticamente digiuno di politica: e non a caso i vertici dei partiti di governo si sono affrettati a dire che il prossimo Presidente federale sarà un politico di professione. Per capirsi, uno (o una) che sa che cosa si può dire e cosa no.

(Jacopo Rosatelli)

1 Commento

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Una risposta a “Parlare di Afghanistan (in Germania) e le guerre degli europei

  1. mogol_gr

    In Italia Berlusconi telefona a Ballarò offende tutti e riattacca lasciando la solita decennale suspence.

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