Federalismo fai da te? Ahi ahi ahi

Entro la fine di giugno, gli abitanti dei comuni della Catalogna si pronunceranno sull’indipendenza della loro regione. Il referendum, consultivo e senza valore legale, è stato organizzato da un gruppo di associazioni il cui obiettivo è arrivare a una consultazione legale sulla nascita di uno stato catalano; si è già tenuto in 167 municipi, terminando con una vittoria netta del e una partecipazione di circa il 31% degli aventi diritto

La Catalogna è una provincia prospera che gode già delle competenze necessarie per gestire i suoi affari; perchè allora i suoi cittadini vogliono rompere il quadro statale? Cosa c’è che non va nell’autonomismo spagnolo? Quali lezione potrebbe trarre dalla vicenda il nostro paese, impegnato da qualche legislatura in riforme federaliste? Proviamo a fornire qualche risposta.

1. Dopo quarant’anni di dittatura franchista, esercitata all’insegna del centralismo, lo “Stato delle Autonomie” nasce in Spagna con la Costituzione del 1978 per dare una forma politica alle diverse identità presenti nel paese e disinnescare le spinte centrifughe. Secondo il principio del “café para todos” non solo le regioni storiche (Catalogna, Paese Basco, Galizia e più tardi Andalusia) ma tutte le 17 comunità autonome godono di estese competenze, più altre trasferibili in seguito dallo stato.

Negli anni, il sistema ha mostrato alcuni difetti. Intanto, la Costituzione definisce solo le competenze esclusive, cosicchè quelle trasferibili sono oggetto di continua negoziazione tra le comunità e i governi. Inoltre, la legge elettorale attribuisce i seggi secondo un sistema proporzionale a base provinciale, premiando proprio i partiti locali, che possono accedere al governo coi partiti più grandi: in tal modo, ottengono più risorse e competenze, la cui gestione gli consente di radicarsi nel territorio. Vista la convenienza, i partiti regionali si sono moltiplicati, diffondendosi anche in comunità dove mai c’erano state spinte localistiche. Accanto alle tradizionali, hanno elaborato nuove rivendicazioni (come trasformare i dialetti in lingue coofficiali). Il risultato è che c’è un diverso grado di autonomia per ogni regione, misura più dell’influenza dei partiti che dell’effettiva necessità.

La Catalogna ha un livello di autogoverno quasi da mini-stato, con duecentomila dipendenti pubblici regionali. I suoi partiti sono spesso l’ago della bilancia a Madrid, e hanno ottenuto competenze in ogni campo. L’autonomia linguistica e culturale forgia nuovi cittadini che si sentono prima di tutto catalani. Infatti il nuovoEstatut regionale, votato nel 2006, definisce la Catalogna una “nazione e il catalano unica lingua ufficiale; tuttavia sembra che la Corte Costituzionale boccerà il testo. Ma per la forza economica, il peso politico e l’identità culturale che ha acquisito proprio grazie alle sue competenze, in questo momento la Catalogna potrebbe fare a meno della Spagna, mentre la Spagna non può fare a meno della Catalogna. L’iniziativa indipendentista nasce proprio nell’eventualità che la contrattazione con lo stato si blocchi, col rifiuto dello Statuto, perciò è indirettamente sostenuta da molti partiti regionali, da sinistra a destra. Anche il presidente del FC Barcellona, Joan Laporta, ha scelto questo tema come trampolino di lancio per il suo ingresso in politica. Paradossalmente dunque, la regione più beneficiata dall’autonomismo potrebbe compromettere l’unità dello stato spagnolo.

2. Il futuro federalismo italiano, che si vuole introdurre col nobile intento di aumentare l’efficenza della spesa pubblica, deve evitare una tale deriva. Le condizioni perchè il tentativo fallisca ci sono tutte: disparità economica, sociale e culturale tra le varie regioni; sistema politico nazionale instabile. Da noi, i partiti nascono e muoiono nel giro di pochi anni secondo logiche che nulla hanno a che fare con la rappresentazione degli interessi sociali: sarebbero in grado di evitare una regionalizzazione politica simile a quella spagnola? Eppure la tendenza è già in atto: la Lega è radicata al Nord, il PD al centro, il Pdl e l’Udc al Sud. Sempre più spesso questi partiti si trasformano in gruppi di interesse geografico; proprio nell’ultimo periodo il cosiddetto Pdl Sicilia ha estromesso dalla maggioranza regionale il resto del Pdl per fare accordi secondo la propria volontà. Nello stesso senso si sta evolvendo il Movimento Per l’Autonomia.

Forse dunque, prima di passare al federalismo, sarebbe il caso di affrontare alcuni nodi irrisolti della nostra storia e politica. Ad esempio quello del divario nord-sud, o la stabilizzazione del sistema politico. In Francia, l’introduzione di elementi di federalismo nel 1990, coincidente alla dissoluzione delle tradizionali identità politiche, non ha portato al sorgere di forti identità locali, grazie alla coesione economica e culturale del paese. In Italia, dove questa manca, prima che territori con caratteristiche tanto diverse assumano un alto grado di autonomia politica è necessario che le differenze tra di essi diminuiscano e che il quadro statale si rafforzi, altrimenti non è difficile prevedere che prenderanno percorsi opposti, diseguali.

Il referendum costituzionale del 2006 ha rigettato un modello federale che avrebbe dato alle regioni competenze in materia di scuola, sanità, polizia. Calderoli, ravveduto, ha presentato una bozza, trasformata in ddl a marzo 2009 (riprende in gran parte quanto stabilito dal governo Prodi) che limita il federalismo italiano al principio di legare le tasse al territorio, ammorbidito da un fondo redistributivo per le regioni. Tra le due, e solo se sorretta da un ampio consenso parlamentare e temperata da un fermo controllo sulla spesa, credo che questa sia la scelta migliore per un paese in cui bisogna ancora costruire lo stato, prima di poter permettersi di spezzettarlo.

(Riccardo Pennisi)

3 commenti

Archiviato in democrazia e diritti, Europa

3 risposte a “Federalismo fai da te? Ahi ahi ahi

  1. La storia dell’unità d’Italia non è quella dell’Unità di Spagna o Francia.
    L’identità politica italiana non è mai stata raggiunta, mentre quella culturale è più controversa, per certi versi precedente (vedi la formazione dell’idioma) per altri, ancora impossibile (e siamo al campalinismo, fenomeno proprio della penisola e sua fonte di problemi e di ricchezza ad un tempo).
    La Francia, invece, conosce la propria unità attorno al XVI secolo e la Spagna, se non erro, poco dopo.
    In Italia arriviamo al processo di unificazione attraverso il Risorgimento. Siamo nel XIX secolo, e gran parte delle modalità di realizzazione dell’Unità furono quelle del colonialismo.
    L’Italia è in questo senso un esempio unico.
    Dal mio punto di vista, però, le ragioni storiche (sia nei federalismi europei che in quelli, maccheronici, nostrani) non hanno niente a che vedere con le scissioni, le secessioni, le richieste di autonomia, che le usano come facili alibi culturali.
    Banalizzerò, forse, nel dire che chi “c’ha i sordi se ne va”.
    In Spagna se ne vanno Catalogna e Baschi.
    In Francia se ne vanno i Bretoni e i Baschi.
    In Italia se ne va il Nordest.
    In Germania se ne va la Baviera.
    Espressione di identità culturale o fame di soldi?

  2. Riccardo Pennisi

    Sicuramente una buona disponibilità di risorse finanziarie è alla base di una forte mobilitazione locale, sia dal punto di vista del finanziamento, sia perchè è una formidabile rivendicazione (i soldi nostri ce li gestiamo noi).

    Comunque l’identità e la tradizione culturale non vanno mai sottovalutate (infatti quando non ci sono, o si sono perse, i movimenti separatisti-autonomisti si danno da fare per ricrearle), e sono un elemento di unione senza il quale “i sordi” non basterebbero.
    Ad esempio in Francia, le regioni più rivendicative di maggiore autonomia sono storicamente la Bretagna e la Corsica, due tra i territori più poveri del paese. Mentre in Spagna, accanto alle prospere Catalogna e Paese Basco, esiste l’esempio della Galizia, regione con un pil minore della media spagnola, ma in cui è attivo un movimento nazionalista, ed è ormai riconosciuta un’altra lingua ufficiale (il Gallego), usata nelle scuole e nelle università.

    Invece sono d’accordo nel dire che nel caso italiano le richieste ufficiali di secessione non sono altro che manifestazioni di opportunismo politico che in ogni altro paese non sarebbero tollerate da parte di un partito di governo. E non c’entrano niente con l’identità culturale dei territori in questione.

  3. Pingback: Catalogna, Italia: istruzioni per perdere le elezioni | Italia2013

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