Europa 2030

La crisi economica internazionale ha rischiato di lasciare sul campo una grande vittima politica: l’Unione Europea. Sono riemerse con forza tante questioni irrisolte, come la mancanza di integrazione politica dopo l’avvenuta integrazione economica, il lungo processo di adeguamento istituzionale (culminato nel Trattato di Lisbona), la necessità di compiere il programma di coesione e innovazione, il bisogno di una risposta politica che affronti le sfide del nuovo secolo. Già tre anni fa, il Consiglio d’Europa sollecitò un Gruppo di Riflessione su questi temi, che ha da poco pubblicato il Progetto Europa 2030. Un documento che può aiutarci ad interpretare meglio il momento critico in cui si trovano le istituzioni dell’Unione Europea, e i suoi cittadini.

1. Gli anni ’90 sono stati un’iniezione di ottimismo per l’integrazione europea – la libera circolazione offerta da Maastricht non solo ha permesso di viaggiare da un capo all’altro del continente pagando come un pranzo al ristorante, ma anche la possibilità di studiare, lavorare, vendere e comprare liberamente all’interno dell’UE; la partenza dell’Euro è avvenuta con l’inclusione di tutti gli stati candidati; l’avvio di un nuovo grande allargamento è parso indicare che i nuovi benefici e i recenti diritti acquisiti dai cittadini dell’Unione erano alla portata di tutti coloro che fossero pronti ad accettarne i principi democratici. Secondo l’economista Jeremy Rifkin, un nuovo “sogno europeo” stava offuscando l’American Dream.

È stato l’ultimo periodo di crescita reale per l’Europa. Il decennio successivo, caratterizzato da crisi a ripetizione (avevamo già subito l’esplosione della bolla speculativa della new economy, la crisi energetica successiva all’11 settembre, la crescita dei prezzi dovuta alla forza dell’Euro, prima di fronteggiare l’attuale crash ipotecario, finanziario e del debito), ha invece evidenziato i difetti del sistema produttivo europeo: i paesi in crescita – come l’Inghilterra e l’Irlanda, la Spagna, i Paesi baltici – stavano basando il loro dinamismo su modelli insostenibili; gli altri tentavano, chi meglio e chi peggio, di ritardare l’inevitabile deterioramento.

Di fronte all’accumularsi dei problemi, gli stati, timorosi di perdere fette importanti di sovranità, hanno agito in modo debole e dispersivo, compiendo delle scelte utili solo a ricavare vantaggi particolari nel breve periodo: hanno voluto una Commissione poco indipendente, hanno condizionato l’adozione del Trattato di Lisbona e hanno rimandato decisioni importanti come la regolazione delle attività finanziarie. Non è strano che oggi i mercati si accaniscano sull’Euro, mentre i dissesti finanziari sono diffusi dovunque: è l’unica moneta senza stato.

2. Nonostante i dubbi, i primi sei mesi di applicazione sono stati certamente positivi per la Carta firmata a Lisbona. Anche se per le nuove cariche (Alto Rappresentante per la politica estera e Presidente permanente del Consiglio Europeo) sono state scelte figure di secondo piano, soprattutto quest’ultima istituzione si è rivelata preziosa per salvaguardare un minimo livello di coesione nella politica continentale.

La Presidenza di turno, finora la direzione periodica degli affari europei, non è più efficace: gli stati hanno sempre più cercato di usarla per perseguire obiettivi interni, come la Francia (II semestre 2008) che ne ha approfittato per riempire la nuova Commissione di dirigenti transalpini, o la Repubblica Ceca (I semestre 2009) che ha tentato di ritardare l’approvazione del Trattato di Lisbona, a cui era contraria. Nel 2010, la Presidenza di turno è toccata a due paesi che sono in situazione di particolare debolezza: prima la Spagna, che per la gravità della crisi che attraversa si ritrova praticamente commissariata dai ministri dell’economia europei, e poi il Belgio, che forse smetterà di esistere.

Lunghi mesi di dirigenza incerta, “balneare”, potevano essere fatali a un’Europa in grave difficoltà; invece, la virtuosa collaborazione tra gli stati e le nuove istituzioni ha permesso, quando c’è stata, di ottenere qualche risultato, per esempio la creazione di un Fondo di salvataggio (750 milioni di euro) per garantire il debito dei paesi a rischio. Anche l’accordo per il cosiddetto “governo economico europeo”, frutto di un compromesso tra Germania, Francia e Van Rompuy, appare più vicino: si tratterà di riunioni periodiche dei diversi ministri dell’economia, che avranno il potere di intervenire sui singoli stati e di togliere il diritto di voto a quelli che non rispetteranno gli impegni presi.

3. I processi economici e sociali in corso minacciano proprio la coesione tra i paesi dell’UE, uno dei principi fondanti della comunità, e tra i suoi cittadini. Infatti, si sente la mancanza di un coordinamento generale dell’economia europea, o almeno della politica fiscale: i programmi di risparmio adottati ormai da tutti gli stati non seguono la stessa filosofia e rischiano di metterli in concorrenza tra loro: pochissimi (tra cui il Portogallo) hanno avuto il coraggio di aumentare le tasse alle imprese o ai redditi più alti, per paura di perdere investimenti dall’estero e di una fuga di capitali. Un problema che non esisterebbe, se questa decisione fosse presa a livello europeo.

Lo stesso Progetto 2030, insiste sulla necessità di una politica sociale comune, che sappia offrire una direttrice di sviluppo alternativa all’UE, perché l’evoluzione demografica (invecchiamento) può compromettere il benessere sociale raggiunto, se non corretta in tempo e senza una politica generale di forte integrazione dell’immigrazione. Anche l’Osservatorio europeo sulla pianificazione spaziale (Espon) prevede uno scenario (per gli appassionati di mappe, pag. 32) secondo cui tutti i flussi e le attività del continente saranno concentrati nella parte centrale di esso – Germania, Benelux, Nord Italia, parte della Francia, Londra – lasciando nella marginalità le altre aree. E la crisi attuale ci sta amaramente insegnando che la marginalità economica è accompagnata da una perdita di diritti sociali e dall’aumento delle diseguaglianze.

Dal come, quando e dove si interverrà, cioè dalla capacità dei diversi stati e dei singoli cittadini di considerare l’Unione Europea oltre che un mercato comune, anche come il luogo dove concretizzare la spinta ideale che garantisca i diritti civili e sociali ereditati dal ‘900, dipenderà il futuro dell’Europa nel prossimo secolo. Stando alle conclusioni del Progetto 2030, i Trattati e i principi in essi contenuti dovranno essere le fondamenta di questo edificio, da costruire diversamente da come fatto finora.

(Riccardo Pennisi)

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