O la borsa o la vita

Noi italiani, quando sentiamo parlare dell’America, ci consoliamo pensando che sì, lì ci saranno pure più opportunità e più dinamismo, ma noi abbiamo un sistema sanitario nazionale pubblico che assicura cure universali e loro no. Vero, ma non del tutto. Uno dei settori più colpiti dai tagli di questa finanziaria (ma in realtà un po’ da tutte le politiche di bilancio degli ultimi 18 anni) è proprio quello della salute. Non sembra, ma parlare di questo è anche entrare nella polemica di questi giorni sulla modifica dell’articolo 41 della costituzione o sull’accordo alla Fiat di Pomigliano.

I tagli di oggi, e quelli di ieri, si sommano ad arretratezze storiche come quella della sanità territoriale: in Italia la tutela della salute si fa ancora quasi tutta negli ospedali e dal sistema pubblico rimangono fuori, del tutto o quasi, le cure per i non-autosufficienti, le cure dentistiche, la riabilitazione post-operatoria. Un paese dotato di buon senso deciderebbe, a fronte dell’invecchiamento della popolazione, di investire un po’ di soldi in questi settori, anche perchè in sanità tutto ciò che non è sulle spalle pubbliche cade su quelle, di solito molto fragili, dei privati e delle famiglie degli ammalati. Pochi lo dicono (per esempio il maggiore partito d’opposizione non lo dice quasi mai) ma ogni taglio alla sanità è un tassa sulla vita degli ammalati. E ogni volta che si inserisce o si aumenta questa tassa si agisce sulle disuguaglianze. Aumentandole ovviamente.

Pochi giorni fa il Ceis di Tor Vergata (qui il loro sito, tutto in inglese) ha presentato un rapporto sul sistema sanitario nazionale che dovrebbe essere oggetto di discussione politica o quanto meno di attenzione da parte dei giornali. Il primo dato che salta agli occhi è quello sugli esclusi dal sistema: 1 milione di persone si è impoverito perché ha dovuto sostenere spese sanitarie (soprattutto per l’assistenza ai non autosufficienti) che erano troppo alte. Altri 3 milioni di persone hanno speso comunque più del proprio reddito disponibile per curarsi, evidentemente facendo ricorso all’aiuto di familiari e amici. Due milioni e seicentomila persone hanno dovuto rinunciare del tutto a curarsi perché non avevano i soldi. Sono 5 milioni di persone per le quali i discorsi della destra sulla vita e sulla famiglia devono suonare altamente ipocriti: che Paese è quello che ti fa scegliere tra la borsa (vuota) e la vita? E che Paese è quello che parla di famiglia solo quando c’è da scaricargli addosso i costi della sopravvivenza? Un Paese ipocrita e ingiusto, forse.

Tutto questo deriva, forse anche, dalla scelta politica di comprimere la spesa sanitaria, invece che allargarla e migliorne l’efficacia. Il Ceis ci dice che la nostra spesa sanitaria pro-capite è del 17,6% inferiore a quella dell’Europa a 15. Il Paese sarà pure entrato in Europa, ma la sua tutela della salute è rimasta molto indietro. Già spendiamo poco per questo settore ma se ci si aggiunge che molta di questa spesa è distorta dalla corruzione (sembra che abbiamo già dimenticato tutte le inchieste su questo settore) e che l’Italia ha una popolazione anziana superiore alla media ci si rende conto di quanto sia folle la scelta di bloccare il turn over, ingabbiare la spesa delle regioni dentro il patto di stabilità interno, aumentare i ticket, tagliare di fatto i servizi già esistenti. Politiche della destra sì, ma in parte anche della sinistra che continua a vedere nella sanità un capitolo di spesa da riportare in ordine piuttosto un elemento essenziale della democrazia e un settore che produce un bene irrinunciabile.

Cosa c’entra tutto questo con il dibattito sull’articolo 41 della costituzione? Quell’articolo parla di libertà di impresa e di proprietà privata e stabilisce un principio importantissimo: che quella libertà non è assoluta ma è subordinata alla “sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. Ogni proprietà privata, ci dice poi l’articolo 42, deve essere esercitata tenendo conto della sua “funzione sociale” e deve essere accessibile a tutti. Insomma, l’attacco berlusconiano a questo articolo è un attacco ai limiti che pone al mercato e alla proprietà privata in nome della difesa della dignità delle persone. Quell’articolo è già carta straccia da anni, forse, se la Fiat può permettersi di proporre il ricatto che propone ai lavoratori di Pomigliano sul diritto di sciopero e sulla malattia. Quando Marchionne propone il suo diktat ha chiaro in mente che l’unico limite alle sue scelte è dato dalla globalizzazione: non dal rispetto della dignità umana.

E i dati sulla Sanità ci dicono di come, per non aver fatto la lotta all’evasione, si è mandata al macero l’idea della funzione sociale della proprietà privata. La mancata lotta all’evasione (fatta con coraggio solo da Vincenzo Visco nel centrosinistra) ha portato poi a politiche sociali considerate come “inevitabili”, come i tagli sulla Sanità. Insomma, non si è voluto togliere ai ricchi il dovuto (questa è la lotta all’evasione) e per questo inevitabilmente si è tolto l’essenziale ai più poveri. E con questa politica presentata come inevitabile, non si sono aumentate solo le disuguaglianze: si è fermata la crescita economica e si è innescato il meccanismo che ha portato alla crisi attuale. Ecco perché la difesa di quell’articolo, come scrive Mario Castagna, dovrebbe essere il primo punto nell’agenda del PD e di tutta l’opposizione.

(Mattia Toaldo)

4 commenti

Archiviato in democrazia e diritti, destra, economia, sinistra

4 risposte a “O la borsa o la vita

  1. Zorzo

    Attenzione a non confondere i diritti sociali e “l’utilità sociale” dell’impresa, il vero cuore dell’articolo 41, così come “la funzione sociale della proprietà” lo è dell’art 42, con la questione di Pomigliano D’Arco. Bene l’universalismo nella sanità, bene la lotta all’evasione, ma bene pure la produttività. La produttività deve essere un obiettivo del PD.
    Un conto sono i diritti, altro conto è l’assenteismo.

  2. andrea

    Caro Mattia, i tuoi argomenti sono condivisibili. Il problema emergerebbe quando dalle parole, eventualmente, si dovesse giungere ai fatti. Migliorare, come tu giustamente auspichi, l’efficacia della spesa sanitaria implica che certi servizi non si fanno più, ma se ne devono fare altri. Implicherebbe, cioè, dinamicità, valutazione, rispetto degli standard, esclusione dalle commesse dei soggetti non adeguati.

    Per fare tutto questo servono soldi, ma non solo.

    C’è bisogno di soggetti che sappiano stare sul mercato (dei servizi sanitari, in questo caso) e un’amministrazione pubblica che sappia esprimere una domanda, non guardi in faccia nessuno, stabilisca delle politiche e le realizzi, ecc.. Evidentemente, stiamo parlando di cose che in Italia sono rivoluzionarie. La sinistra che ha governato molte regioni, e che ultimamente ne ha perse tante, dovrebbe dare una spiegazione convincente del perché non ha fatto questa rivoluzione (la domanda, inutile dirlo, è retorica).

    Un punto che giustamente metti in evidenza è il ridicolo dibattito sull’articolo 41 della Costituzione. Penso sia condivisibile una battaglia contro la burocrazia. Ma non si cambia la costituzione per questo. Tecnicamente non ce ne è bisogno. Però, come facevano notare oggi su Repubblica, pare che si voglia togliere il peso burocratico imposto dal rispetto dei vincoli urbanistici. Come al solito, si avvia prima una battaglia semantica: i vincoli urbanistici vengono fatti passare per inutile burocrazia; mentre sono, per l’appunto, sacrosanti divieti posti a difesa del territorio di tutti. Un vincolo diventa una lungaggine burocratica imposta da amministrazioni inefficienti. Mai che pensassero in maniera pratica di far diventare efficienti le amministrazioni…

    Comunque, non bisogna stupirsi. Nell’Italia che campa sul mattone, libertà di impresa significa libertà di cementificare. Non certo rispetto delle legittime aspettative di tanti piccoli imprenditori, trattati male dalle amministrazioni pubbliche o dalle banche. Tutti i salmi finiscono in gloria!

  3. giulia locati

    Io credo che la produttività debba essere un obiettivo, ma non a scapito delle condizioni dei lavoratori: il concetto di utilità sociale è forse troppo vago, ma vuol in ultima analisi dire che ci possono essere, e ci sono, degli interessi collettivi e sociali che legittimano limiti ai modi in cui l’iniziativa economica si può esercitare (Onida). E tra l’altro chi stabilisce questi interessi è la legge, e non un qualsiasi burocrate in modo discrezionale. Io credo che il dibattito sulla costituzione economica sia fondamentalmente ideologico: da un lato c’è chi ritiene che i limiti siano di per sé negativi (e li definisce inutile burocrazia) dall’altro c’è chi ritiene semplicemente che la costituzione detti giustamente dei limiti (peraltro generali: utilità sociale, dignità umana, salute, …) che le imprese devono rispettare. Perché va bene la produttività, ma con un limite di diritti garantiti. E popi io non credo che il problema della produttività derivi da questi articoli. Anzi, chi dice che quegli articoli della costituzione hanno limitato/frenato lo sviluppo economico e le liberalizzazioni è in mala fede: la corte non ha mai – dico mai, neanche una volta – dichiarato illegittima una legge liberalizzatrice per violazione degli articoli in questione. Semmai gli ostacoli sono arrivati dagli apparati politici che difendevano alcuni interessi.
    E su Pomigliano: io trovo allucinante in sé il discorso “o i diritti o il lavoro”. E poi, ma mettiamo pure che si firmi un accordo che limita il diritto di sciopero: ma che valore avrebbe un accordo firmato in palese violazione di una norma costituzionale? Grazie a dio non si può ancora derogare alla costituzione con una fonte di quel tipo, e un nucleo minimo di diritto deve essere garantito. Io come lavoratore posso anche firmare, poi sciopero, loro mi licenziano, e io vado dal giudice. E lui non può far altro che applicare la costituzione. Non so, a me sembra tutto molto confuso, almeno sul piano giuridico. Una discussione poco chiara che maschera ideologie che non si ha il coraggio di professare apertamente.
    Giulia

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