Perché Pomigliano ci riguarda

La Fiat Panda che sarà prodotta a Pomigliano, forse

Domani si voterà nello stabilimento Fiat di Pomigliano per decidere con un sì o con un no sull’accordo proposto dall’azienda e firmato da tutti i sindacati tranne la Fiom-Cgil. Apparentemente si tratta di una questione per addetti ai lavori o, al più, un esempio che condizionerà la vita di tutti gli operai metalmeccanici. In realtà, la battaglia di Pomigliano è molto di più di una lotta-simbolo: rischia di stabilire un precedente molto utile a seppellire definitivamente i diritti dei lavoratori in questo Paese. Ecco, in breve, perché riguarda anche chi oggi è molto più precario di quegli operai.

1. L’accordo, come spiega sinteticamente l’Unità, riguarda due blocchi di questioni: la turnazione che ora si svolgerà su 6 giorni e per tutte le 24 ore (cioè ogni operaio farà turni di notte) e i diritti dei lavoratori. Sul primo punto non c’era granché bisogno di un nuovo accordo, visto che il contratto nazionale dei metalmeccanici consentiva proprio la suddivisione del lavoro in 18 turni settimanali. Sui diritti invece si dicono cose piuttosto importanti: chi sciopera contro l’accordo può subire sanzioni disciplinari che arrivano al licenziamento; le organizzazioni sindacali che organizzano lo sciopero potrebbero non ricevere più i soldi che i lavoratori gli versano in busta paga e potrebbero non avere più diritto ai distacchi sindacali; a prescindere dai controlli, l’azienda non verserà più i contributi per malattia nel caso ci siano troppi lavoratori che usufruiscono di questo diritto contemporaneamente; la pausa mensa avviene non più a metà turno, ma alla fine di esso. Il sociologo Luciano Gallino si è legittimamente chiesto quanti, tra coloro che oggi sostengono a spada tratta l’accordo, resisterebbero a questi ritmi di lavoro. Può sembrare una domanda retorica e populista ma non lo è: questo Paese è pieno da anni di professori ordinari illicenziabili che sostengono l’opportunità del lavoro a termine oppure di parlamentari assenteisti  che si scagliano contro gli operai che si mettono in malattia. (A proposito: la stampa mainstream dice a Pomigliano va molto di moda approfittare di questo diritto: ebbene, dal 2005 in poi la Fiat stessa dice che questo è uno degli stabilimenti del gruppo dove ciò accade di meno).

2. Gallino però solleva un’altra questione molto importante: quella della globalizzazione. Da anni oramai si dice che con l’entrata nel mercato del lavoro mondiale dei  paesi una volta “in via di sviluppo” sono cambiate le regole e oramai saranno i salari e i diritti dei Paesi sviluppati a doversi livellare verso il basso e non il contrario. Sarà pure inevitabile ma, come dice Gallino, “la mancanza di alternative non è caduta dal cielo. È stata costruita dalla politica, dalle leggi, dalle grandi società, dal sistema finanziario, in parte con strumenti scientifici, in parte per ottusità o avidità. Toccherebbe alla politica e alle leggi provare a ridisegnare un mondo in cui delle alternative esistono, per le persone non meno per le imprese.” Chi dice che “non c’è alternativa” segue la stessa strada disastrosa verso la crisi descritta così bene da Robert Reich (ministro del lavoro di Clinton) nel libro “Supercapitalismo. Come cambia l’economia globale e i rischi per la democrazia”. Reich individua un pericoloso circolo vizioso: il lavoratore dei paesi ricchi guadagna sempre di meno perché i suoi salari vengono livellati verso il basso dalla globalizzazione; acquista quindi sempre di più prodotti a basso costo prodotti in paesi con salari bassi; le sue scelte in termini di consumo rendono sempre più redditizie le fabbriche nei paesi poveri e sempre meno redditizie quelle nei paesi dove ci sono i lavoratori “garantiti”. In pratica, ogni volta che fa la spesa costruisce un pezzo della sua sciagura. A questo, Reich aggiunge un’altra dinamica perversa: con la privatizzazione del sistema pensionistico si sono gonfiati i fondi pensione che, in quanto investitori istituzionali, hanno spesso guardato all’economia in puri termini finanziari, richiedendo proprio quella compressione dei salari a vantaggio dei profitti che è all’origine dei problemi di quello stesso lavoratore “garantito”.

3. Ecco, su questo aggettivo, vale la pena di spendere due parole. Per anni, anche a sinistra, si è detto che bisognava togliere ai padri per dare ai figli, intaccare le “incrostazioni corporative” tra i “garantiti” per dare ai “non garantiti”. Continuare a sostenere questa teoria oggi vuol dire far finta di non vedere una realtà: mentre centinaia di lavoratori precari perdono il lavoro, chi è protetto da un contratto nazionale (come quelli di Pomigliano) se lo vede stracciare davanti. Si toglie ai padri e si toglie ai figli, si attaccano i “garantiti” (ma cosa garantisce oggi uno stipendio da metalmeccanico?) mentre si cancellano dal mercato del lavoro centinaia di migliaia di precari senza neanche il bisogno di mandargli una lettera di licenziamento. La divisione del proprio campo operata dai sostenitori nostrani della Terza Via ha mostrato la corda: sono più deboli tutti ed è più debole la democrazia. Prima di occuparci dello stato di diritto, però, dobbiamo parlare delle alternative allo stato di cose presente.

4. Guido Viale sul Manifesto ricordava proprio che il motto “non c’è alternativa” fu usato dalla Thatcher per attaccare i diritti dei lavoratori inglesi. Eppure, almeno nel caso di Pomigliano, è un discorso sbagliato: la Fiat, che non ha rispettato molti degli accordi precedenti, promette di investire 700 milioni di euro per raddoppiare la produzione rispetto ai livelli pre-crisi. Cioè: nel pieno di una crisi che è anche di sovrapproduzione, si tagliano i diritti per aumentare la produzione di un bene che vende sempre meno. E lì sta il nodo: a Pomigliano si possono produrre solo auto e solo alle condizioni in cui lo si faceva in Polonia? No. Scrive infatti Viale: “I settori in cui progettare, creare opportunità e investire non mancano: dalle fonti di energia rinnovabili all’efficienza energetica, dalla mobilità sostenibile all’agricoltura a chimica e chilometri zero, dal riassetto del territorio all’edilizia ecologica. Tutti settori che hanno un futuro certo, perché il petrolio costerà sempre più caro”. Aggiungiamo noi, in un paese come l’Italia, con il suo patrimonio culturale e la sua popolazione sempre più anziana, basterebbe smetterla di vedere la cultura e il welfare come settori di spesa pubblica da tagliare e invece concepirli come settori produttivi che generano beni non sempre disponibili sul mercato a prezzi convenienti. Come finanziare tutto ciò? Prima di tutto legando gli incentivi alla riconversione industriale, generando domanda pubblica di alcuni beni. E poi attuando quella “redistribuzione globale del reddito” dalle rendite al lavoro di cui parla così bene Eugenio Scalfari.

5. Infine, due parole sulla democrazia. L’accordo sospende, come già detto da molti, il diritto costituzionale di sciopero e limita fortemente quello alla malattia in nome della “competitività”. Il ministro del Lavoro Sacconi dice che chi contesta l’accordo non può farlo perché la maggioranza dei sindacati lo approva. Cioè: la maggioranza decide, la minoranza non ha più neanche il diritto di parlare. (Qui si può vedere come gli ha ben replicato il segretario Fiom Landini) Come se non bastasse, l’accordo stabilisce il principio per cui i diritti costituzionali sono “disponibili”: cioè il cittadino può rinunciarvi per necessità. Quasi la fine della democrazia con la scusa della crisi. A chi voglia approfondire questo tema consigliamo di leggere l’articolo di Barbara Spinelli a proposito.

(Mattia Toaldo)

4 commenti

Archiviato in democrazia e diritti, economia, sinistra

4 risposte a “Perché Pomigliano ci riguarda

  1. Pingback: filosofia di vita presa in prestito/indignazione, indignazione e ancora indignazione « Paola's Weblog

  2. andrea

    Caro Mattia, avrei voluto fare un commento al tuo blog segnalando l’articolo di Scalfari e il suo ragionamento sulla redistribuzione, ma ho visto che lo fai di tua sponte (peraltro, ne parlava anche De Benedetti in un’intervista a La 7 andata in onda sabato mattina). Quello di una distribuzione del reddito (e non solo redistribuzione) che rompa con gli ultimi decenni è la questione che la sinistra deve affrontare con decisione. Penso che la novità consisterebbe nel trattare la questione senza perdere di vista l’efficienza e la produttività. Per fare tutto questo ci vuole molta innovazione, non solo in campo economico, ma anche della pubblica amministrazione, della politica, ecc.. Non si vedono grandi novità all’orizzonte, purtroppo.

  3. Riccardo Pennisi

    Sta avvenendo ovunque, anche se non consola: non solo in questa fabbrica-simbolo, nè solo nel nostro paese. Ridicola (ma comprensibilissima) la durezza con cui industriali e governo attaccano la posizione della Fiom, mentre non commentano il falso ricatto fatto dalla Fiat, un’azienda che si riempie la bocca di “made in Italy”, ma ha già spostato metà della sua produzione in Brasile, Turchia e Polonia.

    Anche la Costituzione e lo statuto dei lavoratori sono made in Italy, per non parlare del fatto che Pomigliano è stato un investimento sbagliato (nessuno ha mai voluto le auto prodotte lì, e l’Alfa è quasi fallita) e adesso sono quelli che ci lavorano a pagare l’errore.

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