Foibe, invenzioni ed esami di maturità

La cronachetta degli ultimi giorni ci consegna l’ennesima polemica tra Fini e i leghisti, che è sin troppo facile prevedere non sarà l’ultima. Essendo cominciate le celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia, Siamo in un anno propizio per le polemiche sull’identità nazionale, che è il terreno sul quale più di tutti il Presidente della Camera sembra voler puntare per definire più chiaramente il suo profilo di destra rispettabile e, chi lo sa, portare a compimento il vagheggiato disegno post-berlusconiano del “partito della nazione”. Non interessandoci la politique politicienne potremmo lasciar stare: basta la cronaca dei quotidiani. Ma la curiosa circostanza di cadere nello stesso giorno del tema d’italiano all’esame di maturità suggeriscono di fermarsi a riflettere per qualche istante.

Direte: e che c’entrano le due cose? C’entrano, perché sempre d’identità nazionale si parla. Dell’autorappresentazione che la nostra società ha di se stessa, di quelle “narrazioni” di cui a volte parliamo in questo blog.  Le tracce dei temi, e più in generale i contenuti dei programmi scolastici, tradiscono quale “politica culturale” un Governo abbia in mente, quale “valori culturali” ritenga meritevoli di trasmissione, quali strategie di costruzione di un’identità comune abbia in mente. Materiale delicato, che dalle stanze di Viale Trastevere finisce in quelle dell’ultima preside, che decide di vietare Bella ciao o cose simili. E che poi, alla lunga, può depositarsi e diventare senso comune; può diventare la risposta alla terribile domanda: chi siamo?

E dunque. Il presidente della Camera molto giustamente (siamo generosi e gli diamo credito) prende sul serio le parole pronunciate dai leghisti nel loro raduno di Pontida e ribatte che occorre fare apertamente politica contro il secessionismo leghista. La Padania è un’invenzione: sacrosanto. Noi sappiamo, però, grazie a Eric Hobsbawm e Benedict Anderson, che tutte le nazioni sono «un’invenzione», che tutte le tradizioni sono, a loro modo, inventate. O, se vogliamo, basta ricorrere al famoso motto attribuito a Massimo D’Azeglio secondo cui una volta fatta l’Italia, occorreva fare gli italiani, per riconoscere che dietro qualunque identità collettiva c’è una costruzione. Nulla è dato. Sono cose banali, in fondo; ma sono in pochi a ricordarsele, forse.

L’Europa, ad esempio: non è un’invenzione? Eccome se lo è: una splendida invenzione, molto migliore della Padania. Perché il punto non è che una cosa “esista” o no (esistevano la lingua serba e quella croata prima che lo decidessero i signori della guerra d’oltre-Adriatico? O c’era il serbocroato?), ma quali valori rappresenti. Che cosa “significhi”. Padania significa razzismo, egoismo, ignoranza: Padania significa Lega. Europa significa pace e convivenza fra diversi (dimentichiamo per un momento i burocrati di Bruxelles e i parametri di Maastricht). E che cosa significa “Italia”? Quali sono i valori che veicola l’identità collettiva che porta questo nome? Sulla risposta a tale domanda ci giochiamo parte del nostro futuro. Sulla capacità, cioè, di articolare un “patriottismo” da contrapporre al «nazionalismo tribale» (Arendt) della Lega Nord: Fini sembra averlo capito, le sinistre parlamentari ed extra non si sa. Seguiamo la linea dettata da Fini, dunque?

No. E il perché lo suggerisce l’esame di maturità, con più precisione il tema sulle foibe (sorvolando sulla traccia che contiene l’autentico crimine linguistico dell’uso della parola leader a proposito di persone così diverse come Mussolini, Togliatti, Moro e Wojtila).  È vero, l’hanno fatta in pochissimi; ma in questo caso ciò sembra trascurabile; ciò che importa, infatti, è capire che è una traccia che meglio non potrebbe trasmettere il senso della Geschichtspolitik (politica della storia) intrapresa ormai da un quindicennio nel nostro paese, uno dei segni più evidenti dell’inversione di egemonia a vantaggio della destra “nazionale”, senza distinzione alcuna. Diciamolo chiaramente: il voler passare per vittime della pulizia etnica altrui è un modo osceno per rimuovere la responsabilità di essere stati noi italiani dei carnefici. Tacere vent’anni di violenza fascista contro gli italiani di lingua slovena e poi tacere la guerra che il nostro paese e il suo alleato nazista ha portato nei Balcani.

Certo che ci sono state le orribili violenze contro i dalmati e gli istriani italiani; certo che le Foibe vanno conosciute. Ma sappiamo bene che non è questo il punto. Il punto è la rilegittimazione del nazionalismo italiano, (quello di Corradini, non di Mazzini) caro alla destra di Fini, quanto a quella dei suoi ex camerati Alemanno e La Russa. Sarà un’impressione sbagliata, ma se non si riesce a vedere una presenza diversa, che non lasci tutto l’onere a Napolitano, il dibattito pubblico rischia di vedere una contrapposizione di nazionalismi. Padania contro Italia, sì: ma l’Italia delle marcette patriottarde, non del patriottismo costituzionale. Una contrapposizione, alla fine, apparente, perché i nazionalismi, ormai lontani dalle loro prime forme emancipatrici (quelle che ebbe senza dubbio il nostro Risorgimento), finiscono per assomigliarsi tutti.  E, quando conviene, per allearsi. Malgrado le baruffe quotidiane.

(Jacopo Rosatelli)

6 commenti

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6 risposte a “Foibe, invenzioni ed esami di maturità

  1. Valerio

    Vado fuori tema, e torno alla Lega.
    Vero, tutte le tradizioni contengono una dimensione di invenzione, ma alcune lo sono più di altre (su questo seguo Hobsbawm fino ad un certo punto).

    Per esempio le regioni italiane sono un grossa invenzione, mentre l’Italia e le provincie no.
    Mi spiego.
    Sin dal mille (anche se all’epoca con il nome di Lombardia) esisteva un concetto, socialmente diffuso, di “italianità”.
    Non era però, come ben sappiamo, una cultura “unitaria” (e nel medioevo nessuna “nazione” europea era unitaria, ovviamente), ma molto differenziata territorialemente, per dialetti, culture materiali, organizzazioni politiche, modi di pensare ecc. Cionostante esisteva, ed era data per scontata dai bergamaschi come dai salentini, non solo a livello di elitès colte.

    La suddivisione dell’Italia non seguiva aree regionali o macroregionali (padania, centro e sud nella vulgata leghista), ma due suddivisioni politico-antropologiche che sono peculiari della nostra storia: il comune e la “provincia”.
    Il comune non è solo quello classico, in eccezione medioevistica, di città stato (più il contado). Inoltre anche le realtà minori, (comunità, università, terre, pievi, rusitco comune ecc. ) svilupparono una dimensione economica e politica fortemente autonomistica che portava alla creazione di specifiche identità. Magari era un’identità campanilistica, ma non è “inventata” nella misura in cui esiste da centianaia di anni ed è ben viva nel sentimento di laghèsità, romanità, torinesità di ognuno di noi.

    Tra la comunità e la nazione si inseriva un lievello, che nel medioevo era quasi sempre contrassegnato da confini politici, definibile come provinciale. Si tratta spesso della diocesi, che i comuni dell’Italia centro settentrionale (ed in modo diverso molte realtà del sud) governavano, spesso con pungo di ferro verso il contadiname.
    Ma erano anche altre realtà più o meno piccole, nate dalla fusione di più comuni simili o complementari per cultura materiale o configurazione geografica (es: l’altopiano dei sette comuni, l’unione del monte di Brianza, la capitania della Val d’Ossola, i terzieri di Valtellina, la terra di Lavoro, terra d’Otranto, val di Noto ecc.), ed infatti i dialetti italiani spessissimo rispecchiano ancora queste suddivisioni locali.

    In questo quadro mancano completamente le regioni, che non sono affatto derivate dagli “stati regionali”, sono state inventate in maniera abbastanza casuale negli anni ’50 dell’ ‘800 e gli anni ’40 del ‘900.
    Le provincie e i comuni invece continueranno una loro evoluzione per tutta l’età moderna, conservandosi sempre nell’ordinamento territoriale degli stati, pre unitari e unitari.
    Eppure è attorno alle regioni che si discute oggi di decentramento.
    Un decentramento dunque che non potrà che essere un accentramento duplice per comuni e provincie (che forse saranno abolite), sotto 20 capitali centraliste ed una capitale federale.
    Il modello di decentramento della provincia e del comune, vagheggiato varie volte nella storia d’Italia, invece ha due vantaggi.
    Non è un’invenzione recente ma si basa su un portato storico millenario, ed è vicino al cittadino, che ha il potere di influenzarlo in maniera diretta anche al di fuori delle elezioni.
    Se fossero le regioni (a statuto ordinario, si capisce, quelle a statuto speciale hanno un altro senso storico) ad essere il problema e non le provincie?
    Viceversa la Lega e il governo attaccano marcatamente sia la Provincia che il Comune, abolendo per esempio l’ICI, ovvero il federalismo fiscale che era sempre esistito.

    Per questo il discorso di Fini, che era centralista, potrebbe essere ribaltato da un patriottismo autonomista (tipicamente di sinistra) che non sia nè federalismo leghista, nè nazionalismo dannunziano e nemmeno l’invenzione identitaria padana.

  2. emiliano urciuoli

    Raccolgo solo uno spunto. Sei sicuro Jacopo che “Europa significhi pace e convivenza tra diversi”? Io sospetto che questa sia piuttosto la tua idea, molto particolare, di Europa. Perché questo alto significato possa davvero sedimentarsi e l’idea nobile di Europa che tu proponi raccogliere il consenso universale dei locutori, occorre ben più di una “temporanea smemoratezza” sui parametri di Maastricht. Bisognerebbe mettere tra parentesi, per esempio, anche le famose radici giudaico-cristiane. Cos’è questa, se non un’idea di Europa. Occorrerebbe cioè espungere dalla sua semantica quel tratto fisionomico tra i tanti della nostra società che, qualche anno fa, ha seriamente rischiato di essere costituzionalmente elevato a matrice della stessa e che poi, all’interno di un certo campo discorsivo, una volta liquidato l’apporto ebraico a quello di una semplice ouverture storico-genetica della vera fede, immette direttamente nell’Europa-Cristianità, ovvero nello spazio politico-culturale che prende storicamente forma tra Costantino e Carlo Magno e dispiega infine tutta la sua chiassosa simbolica a Lepanto. Occorrerebbe decolonizzare e risignificare forse il più antico, resistente e pervasivo tra gli immaginari continentali. Per non parlare dell’idea d’Europa che possono avere molti cittadini comunitari rumeni, polacchi, ungheresi, cechi…”Pace e convivenza tra diversi”? L’Europa di Kant, Cattaneo, Spinelli, Rossi, Delors? Dubito. Piuttosto l’Europa dei Kaczynski, dei Topolanek e di tanti altri sconosciuti omologhi. E i migranti, loro che idea di Europa hanno? Le più diverse, certo, e in ogni caso sono propenso a escludere che convergano come un sol uomo sulla tua. Insomma, io constesto questa parte della tua analisi e ritengo che gran “parte del nostro futuro” ce lo “giochiamo” proprio sull’idea di Europa, più che su quella di Italia. L’Europa soffre maggiormente dei mali della sua “invenzione” perché, venendo ai criteri che per Benedict Anderson definiscono una nazione, non è né completamente “sovrana” né chiaramente e stabilmente “limitata”. L’Europa non è ancora capace di determinare liberamente la propria politica e ha confini mobili. Sulla sua immaginazione ci giochiamo la partità più importante, senz’altro più decisiva di quella tutta nostrana tra nazionalismo tribale, sciovinismo corradiniano e patriottismo costituzionale.
    Quanto alla questione foibe, non posso che rinviare me stesso e il più alto numero possibile dei miei connazionali alla lettura della “trilogia triestina” di Boris Pahor.

    • Jacopo Rosatelli

      Convengo sul fatto che l’Europa sia un progetto ancora ampiamente in divenire e che, dunque, l’immaginazione politica dovrà esercitarsi molto su di essa. Il tuo rilievo è opportuno e lo assumo: il conflitto delle interpretazioni e dei significati è del tutto aperto e, certamente, le varie destre europee non ritengono affatto che sia stata detta l’ultima parola. (E neppure noi).

      Io penso che prevalga, in ogni caso, il “saldo positivo” riguardo all’Europa – ma non è su questo che voglio (e volevo) insistere. Mi interessa(va) ribadire come dietro ogni realtà politica che si presenti come “naturale” ci sia un discorso che l’ha concepita e continuamente risignificata e che dunque mi sembra sbagliata la strada che porta a contrapporre l’Italia che “veramente esiste” a una Padania “inventata”. Casomai le volpi del PD volessero seguire Fini su questo terreno…

      In ogni caso, è vero che il futuro si gioca in buona misura sull’idea di Europa: quella è la grandezza su cui dev’essere la politica del nostro tempo. Se parlavo, nel post, di “nostro futuro”, lo facevo con la mente al 2013 del nostro titolo e poco oltre: per provare ad uscire dall’era leghista-berlusconiana “superando\sollevando” l’Italia e non, semplicemente, “negandola”. (Perdona l’hegelismo d’accatto…)

      • andrea

        La battuta di Fini sul fatto che la Padania è inventata mi sembra carina non tanto per la sua eventuale verità, ma perché è dissacrante. Si mette in discussione quello che loro spacciano come dato di fatto. Però, un conto è dissacrare, un altro è mettersi a discettare sullo statuto ontologico della Padania.

  3. andrea

    Carissimi, nel post si dice che l’Europa, come la Padania, è un’invenzione. Lo sono anche gli altri nazionalismi. Il che non significa che, quando si narrano queste identità le si presentino come invenzioni: sarebbe da pazzi. L’invenzione della Padania implica, da parte dell’inventore, l’affermazione che questa sia una cosa che è sempre esistita o che, comunque, esista, che la si rappresenti come tale e ci si comporti di conseguenza (che so, anche sposandosi con riti celtici…). L’antropologia ha lungamente studiato l’invenzione di identità di questo tipo. Lo storico Mosse ha scritto cose interessantissime sull’argomento. Lo scorso anno il CRS promosse la presentazione di un libro del politologo Laclau che spiegava, se ricordo bene, come lo stesso popolo sia una “creazione”, che “non esiste in natura”, ma che è il frutto di un’interpretazione da parte delle leadership politiche di alcune dinamiche sociali e conflitti. Il punto, dunque, non è se l’invenzione abbia un ruolo o meno – e che quindi la cosa inventata possa essere narrata -. Il punto è che non si può inventare qualsiasi cosa né, tantomeno, narrarla, un po’ come una storia nasce da un videogame altamente interattivo. Se alcune narrazioni non fanno più presa, mentre altre si, bisogna capire il perché.
    L’invenzione della Padania è il risultato di un’interpretazione di un malcontento popolare che in passato veniva interpretato in senso molto diverso. E’ importante notare, qui, che il soggetto interpretante (e narrante) della Padania è la Lega che, come è noto, da un punto di vista organizzativo e sociale è tremendamente simile a un altro grande soggetto interpretante e narrante del passato, il PCI.
    Insomma, non si sfugge. Bisogna proporre delle valide interpretazioni della realtà e avere delle buone idee per narrarle. La sola “contronarrazione” non è una bacchetta magica che ci libererà dalle nuove ideologie e narrazioni della destra. Il rischio di scadere in nella vuota retorica è veramente dietro l’angolo

  4. Mariella

    Le Foibe e l’esodo
    Il ricordo rompe un silenzio assordante
    Storia di una tragedia soffocata per oltre mezzo secolo
    Il filo rosso tra comunisti italiani e jugoslavi
    fu inaccettabile

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    Le Foibe e l’esodo. Il ricordo rompe un silenzio assordante. Storia di una tragedia sottaciuta per 60 anni. Il filo rosso tra comunisti italiani e jugoslavi. Lo Stato italiano ci ha messo ben 60 anni per riconoscere il diritto alla memoria, pardon, al ricordo (c’è una certa differenza…) delle vittime delle foibe e dei protagonisti dell’esodo che ha coinvolto circa 350.000 istriani, fiumani e dalmati. È datata 2004 la legge che ha istituito il “Giorno del ricordo”, da celebrarsi il 10 febbraio, data in cui, nel 1947, fu siglato a Parigi in Trattato di Pace. E noi ricordiamo. Tra settembre del 1943 e giugno del 1945, migliaia furono le persone che morirono per mano dei partigiani comunisti di Tito.
    L’obiettivo era chiaro, cancellare e cacciare con ogni mezzo gli italiani da quei territori che, secondo i disegni del maresciallo di Belgrado, dovevano essere incorporati nel nuovo stato comunista jugoslavo. Inizia così il calvario per la popolazione italiana nei territori orientali e per chiunque fosse stato considerato un ostacolo ai progetti titini.

    Finiscono nelle foibe non solo italiani (in prevalenza), ma anche sloveni e croati. Tra i “nemici del popolo” da togliere di mezzo, compaiono anche gli uomini del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) e del Corpo Volontari per la Libertà di Trieste e Gorizia. Da naturali amici nella lotta contro il fascismo e l’occupazione tedesca, si trasformarono in nemici da eliminare. Il CLN di Trieste e Gorizia fu rapidamente esautorato e i sui dirigenti perseguitati o uccisi.

    Le foibe, uno dei simboli più eloquenti di questa strage, per lungo tempo ingiustamente e dolosamente sottaciuta dalla storiografia ufficiale, sono delle cavità naturali tipiche del carso istriano, larghe in genere uno o due metri e profonde decine di metri. Il massacro avveniva prevalentemente di notte. I prigionieri caricati su un autocarro, venivano condotti, dopo atroci sevizie, nelle vicinanze di una foiba. Dopo aver legato loro i polsi o le braccia con del filo di ferro, a due a due o a gruppi più consistenti, e fatti avvicinare sull’orlo del precipizio, gli aguzzini procedevano all’esecuzione mitragliando il primo malcapitato che cadeva nel baratro, trascinando con se tutti gli altri prigionieri ancora vivi. Atto finale di questa barbarie, era il rituale del cane nero, gettato anch’esso nella cavità. Un gesto che richiama strane credenze magiche o spirituali.
    .
    Non tutte le persone imprigionate dai comunisti titini sono state infoibate. A volte uccidevano le proprie vittime annegandole in mare mettendo loro una pietra al collo, in altri casi l’esecuzione avveniva per fucilazione, altre volte invece, erano lasciati a morire di stenti nei campi di concentramento jugoslavi come Borovnica o Goli Otok (Isola Calva) nella quale finirono moltissimi di quei 3.500 operai provenienti dai cantieri navali di Monfalcone che si erano trasferiti nel 1945 a Pola e a Fiume, per partecipare alla costruzione del nuovo Stato comunista. È il cosiddetto “controesodo” che da quei lavoratori fu pagato a caro prezzo, a causa del fatto che, dopo la rottura nel 1947 tra Tito e Stalin, rimasero fedeli a quest’ultimo. Dopo sette anni di prigionia nel gulag, furono liberati solo dopo il riavvicinamento tra Mosca e Belgrado. I militanti italiani che fecero ritorno in Italia avranno l’ordine perentorio del PCI di Togliatti, di rimanere nel silenzio per non creare imbarazzo al partito. I cosiddetti “liberatori” si trasformarono, in queste terre, in feroci “conquistatori” soprattutto durante l’occupazione, dal maggio al 12 giugno del 1945, delle truppe jugoslave nella città di Trieste. Solo in quel breve periodo, nella sola foiba di Basovizza, ex miniera di carbone e simbolo delle atrocità nella Venezia Giulia, sono state infoibate circa 4.000 persone. Dopo gli accordi di Belgrado, i reparti di Tito sono stati costretti a lasciare la città, non prima di aver prelevato indebitamente 183.000.000 di vecchie lire dalla Banca d’Italia. Tra il 1945 al 1956 circa 350.000 istriani, fiumani e dalmati, hanno dovuto abbandonare tutto per fuggire dalla feroce occupazione slavo-comunista. Dalla sola città di Pola partirono senza farvi più ritorno, 30.000 italiani. Per gli esuli, di questa patria “sì bella e perduta” rimarrà solo un ricordo. 09 Febbraio 2013 – 20:29

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