Il pane e le rose

Domani è il giorno dello sciopero generale indetto dalla Cgil contro la manovra finanziaria del governo Berlusconi (quella dei sacrifici per i più poveri). Anche gli scioperi non sono più quelli di una volta: non ci riferiamo a quelli dell’autunno caldo, ma alle giornate del 1994. Quello era un mondo del lavoro ancora tutto sommato unito e consapevole. Oggi, solo a Roma, più di un quarto della forza lavoro è a tempo determinato. Gente per cui il diritto di sciopero magari esiste ancora sulla carta, ma rimane lì perchè chi rompe le scatole sa che non gli verrà rinnovato il contratto. Uno dei nuovi luoghi del lavoro, soprattutto a Roma, è il centro commerciale: oramai in quest’area metropolitana ce ne sono almeno 28. Eppure proprio da lì viene una buona notizia.

Ce la raccontano Daria Banchieri e Roberta Maineri su Molecole. In ogni centro commerciale lavorano centinaia se non migliaia di persone. Se le moltiplicate per il numero di centri commerciali dell’area di Roma vuol dire che solo qui lavorano forse tra le 20 e le 30mila persone. Nella gran parte dei casi sono donne, in molti casi sono giovani. Quasi mai tutte queste persone, pur lavorando nello stesso luogo, hanno lo stesso contratto: chi sta alla cassa ha il contratto del commercio (a volte a tempo determinato), chi fa le pulizie lavora per società esterne  o finte cooperative, chi sta al bar chissà se ha un contratto. Il sindacato è riuscito a far stipulare per la prima volta un “contratto di sito”: tutti quelli che lavorano nello stesso commerciale hanno alcuni diritti di base come quello ad una retribuzione più alta se si lavora la domenica.

Mille di questi contratti, sarebbe il caso di dire. Non solo perchè così si garantiscono diritti anche agli invisibili (provate ad entrare in un ospedale romano e a vedere quante pseudo-cooperative ci operano) ma anche perchè si riunifica il mondo del lavoro. Una cosa buona per la politica ma anche per chi lavora: si è in tanti e tutti con gli stessi problemi e gli stessi diritti. Di solito diventa più facile farli valere. Chissà se quando si parla di lavoro, a sinistra, si pensa anche a queste persone, i veri “operai” di questi anni.

A proposito di far valere i propri diritti e di operai, l’Unità pubblica un bel reportage su quelli che hanno votato no a Pomigliano: giovani, efficienti, precarizzati. Altro che residui del novecento come anche a sinistra ci si è abituati a pensare agli operai. E’ proprio nella categoria dei giovani lavoratori sotto i 29 anni che il centrosinistra, tra il 2006 ed il 2008, ha perso più voti. Forse anche perchè non ha idea di che lavori facciano e di che aspirazioni abbiano. Dall’altra parte dell’oceano, la vittoria di Obama è nata anche dal sostegno massiccio della Seiu, la confederazione sindacale nata per rappresentare soprattutto i lavoratori seriali dei servizi.

Nel giorno del lavoro, sarà bene tenere a mente le sagge parole di Alfredo Reichlin: “Mi limito solo a ricordare che questo cammino [quello della costruzione dell’economia sociale di mercato, ndr] è stato anche il fondamento etico, il presupposto che ha fatto del capitalismo occidentale un «ordine» in cui ricchi e poveri possono convivere:il mercato non come licenza di uccidere, ma come ciò che impedisce alla società umana di ridursi a una banda di lupi che si scannano tra loro. Insomma i diritti uguali, le regole. Ecco perché mi colpisce molto il carico di stupidità che c’è dietro l’arroganza di certe lezioni di modernità che i vari Marchionne e Sacconi hanno rivolto agli operai di Pomigliano”.

Ancora più saggio è l’ex ministro socialista Rino Formica (quello che disse che la politica è “sangue e merda”): “Dopo due secoli di lotte politiche, sociali e civili, una parte non trascurabile della sinistra scopre che va sciolto il patto tra diritti civili e diritti sociali. È questo un vero fatto storico. Pomigliano non è la vittoria dei riformisti sui massimalisti perché furono proprio i riformisti in polemica con i rivoluzionari a teorizzare il principio di inscindibilità tra conquiste di libertà e avanzamento sociale”.

Chissà se i riformisti di oggi se lo ricordano e chissà perchè glielo deve ricordare proprio Formica.

(Mattia Toaldo)

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