La via crucis del centrosinistra

Gianni Speranza, sindaco di Lamezia Terme

La via crucis del centrosinistra, dopo le elezioni politiche del 2008 e quelle europee del 2009, ha conosciuto una nuova difficile tappa con le elezioni regionali e amministrative di quest’anno. Alla fine di questo calvario una cosa risulta chiara: così non si può continuare, altrimenti si è destinati a perdere. Questo, purtroppo, non vuol dire che il centrosinistra sarà capace di fare fronte alle sue difficoltà, prendere atto dei suoi errori, correggere le sue scelte recenti. Anzi la “coazione a ripetere” i propri errori rischia di prendere il sopravvento, come molti segnali inquietanti lasciano intendere.

E invece occorre avere il coraggio di tirare una linea, fare le somme e provare a cambiare.

Il PD è ormai lontanissimo dalle sue aspettative e dai suoi propositi iniziali, nonché dalle cifre elettorali a cui ambiva. E’ una costatazione, prima che un giudizio. L’area centrista tende ad affollarsi di soggetti vecchi e nuovi che sperano di dare vita ad una nuova consistenza carica di ambiguità, come gli assetti variabili delle recenti elezioni regionali ed amministrative hanno dimostrato. Le formazioni politiche della sinistra hanno pervicacemente perseguito la frammentarietà e in diversi casi raggiunto l’inutilità della propria presenza. Italia dei Valori continua a raccogliere la protesta e l’indignazione nei confronti di Berlusconi, ma contemporaneamente ad essere lontana da una credibile proposta alternativa nonostante i propositi del recente congresso nazionale, soprattutto per l’intrinseca natura della sua formazione e cultura politica. E le eccezioni di Vendola in Puglia o Speranza in Calabria, fatte le debite proporzioni, confermano e rendono più evidenti i limiti e le difficoltà in cui si dibatte il centrosinistra, lasciando al momento solo intravedere una possibile alternativa.

In più c’è da registrare un distacco crescente e preoccupante dei soggetti sociali (sindacato, associazionismo, movimenti…) dalla politica dei partiti o di quello che di loro resta e una distanza sempre più grande tra le loro reciproche priorità, agende, questioni da affrontare, addirittura linguaggi. Non sempre è stato così. Anzi c’è stato un tempo in cui sembrava che la riforma della politica fosse possibile e a portata di mano, e che fosse utile dire la propria e sentirsi protagonisti da parte di tanti di loro. Oggi la forbice si è inesorabilmente allargata, e anche su questo è urgente tornare a ragionare.

Sono tempi questi in cui la normale manutenzione dell’esistente è largamente insufficiente, e l’idea di potersi salvare da soli (ciascuna forza politica o frammento di essa), trovando una propria via di fuga o di sopravvivenza, è vanamente illusoria. Così come rischia di essere mortale la spasmodica ricerca di una scorciatoia rappresentata dall’individuazione del leader (questione ovviamente non irrilevante, ma ahinoi non risolutiva…come le recenti vicende di Prodi e Veltroni hanno dimostrato..).

O si ricostruisce un campo di forze e di idee, o si ripropone una nuova prospettiva e un nuovo progetto (paragonabile per forza del messaggio e per credibilità a quello che fu L’Ulivo nel 1996) e soprattutto un nuovo modo di essere e fare politica (sobrietà, etica e responsabilità) oppure si è destinati alla sconfitta e alla marginalità.

(Nuccio Iovene)

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