Retromanno tra Barcellona e Madrid

Il futuro di Roma corre tra Barcellona e Madrid. Pochi giorni fa Gianni Alemanno, in un’intervista al Foglio, ha detto che il modello per Roma è la città catalana: “per la sua trasformazione, per il suo sviluppo, per i suoi fermenti culturali, per la sua allegria, per la sua apertura”. Retromanno ha colpito ancora: a fine 2008 il sindaco, in occasione della consegna delle chiavi d’oro di Madrid da parte del suo collega Alberto Ruiz Gallardón, aveva dichiarato che lo sviluppo della capitale spagnola “è un esempio da seguire in ogni ambito della vita urbana, a cominciare dal turismo, dal recupero del centro storico e dalla gestione dei servizi pubblici”. Insomma: idee chiare. Cerchiamo allora di capire cosa significherebbe l’applicazione di questi modelli, e perchè, dopo due anni di amministrazione, Alemanno è in cerca di esempi da imitare.

Due eventi chiave, un successo e un insuccesso, costituiscono l’apertura e la chiusura del “modello Barcellona”: le Olimpiadi del 1992 e il Forum Universale delle Culture (2004).
Quella che fino ad allora era stata la capitale di un distretto industriale ed un grande porto commerciale, colse l’occasione per ripensare il suo ruolo: si tolse il grigio di dosso e si presentò come un centro culturale contemporaneo e innovativo, capace di attrarre giovani da ogni parte del mondo. Aprirono una serie di musei, si recuperò il patrimonio artistico seppellito dallo smog, si ripulirono intere zone del centro storico, e se ne recuperarono altre con progetti architettonici che ancora oggi rendono viva la città: il Macba, il lungomare, ecc. Il traffico privato venne fortemente regolato e si puntò sulla mobilità sostenibile: molti quartieri rifiorirono e aumentarono di valore.
Gli stessi protagonisti della straordinaria trasformazione (i sindaci socialisti Pasqual Maragall e Joan Clos) riconoscono oggi la fine di un’epoca: i suoi abitanti hanno smesso di identificarsi con entusiasmo nella città; la classe politica affronta malessere sociale e disaffezione dalle istituzioni. Il recente referendum sulla riqualificazione dell’Avenida Diagonal è stato snobbato dall’88% dei barcellonesi. Il modello che oggi piace ad Alemanno aveva comunque delle sfumature veltroniane: combinazione di turismo e cultura, effimero e operazioni immobiliari, il tutto puntellato di eventi spettacolari. Un cocktail che ha perso sapore quando gli eventi hanno smesso di portare un valore aggiunto sociale e civile (Olimpiadi, apertura di poli culturali, riqualificazioni) per diventare solo il pretesto di grandi speculazioni economiche (come il Forum).

Madrid nel frattempo compiva scelte differenti. Governata dalla destra (Partito Popolare) fin dal 1991, la capitale spagnola scontava un patrimonio artistico molto minore di Barcellona o Roma. Decise dunque di lasciare alla città catalana il ruolo di vetrina internazionale della Spagna, e puntò tutto sui vantaggi della sua posizione centrale per assumere il ruolo di locomotiva del paese, soprattutto dal punto di vista della finanza, della logistica e dell’edilizia.
Le banche madrilene finanziavano un poderoso piano di espansione della città, che cresceva in maniera spettacolare dal punto di vista immobiliare, e nell’offerta di servizi privati: la provincia di Madrid si convertiva in una delle aree più affollate di campi da golf nel mondo, testimonianza dell’importanza del turismo congressuale in città. Il turismo ludico era incoraggiato dall’apertura di diversi parchi a tema. Nel frattempo, la maggior parte dei traffici aeroportuali e ferroviari del paese si accentravano a Madrid, e il sindaco poteva nutrire ambizioni politiche nazionali.
Ma la crisi ha colpito duramente i settori trainanti dell’economia madrilena, come quello bancario e le costruzioni, e il modello è saltato: il Comune si è scoperto indebitato fino al collo, e ha provveduto tagliando servizi pubblici che prima erano considerati eccellenti, mentre l’attività economica della città ha bisogno di essere ripensata su nuovi presupposti.

Tesoro, mi si sono ristretti i modelli? L’uscita di Alemanno su Barcellona risponde soprattutto a due esigenze pressanti. Primo: uscire dall’angolino politico in cui si trova, tra una maggioranza che ha dovuto essere chiusa in conclave a Monte Porzio per approvare il bilancio e una popolarità che soffre di un calo evidente anche sulla stampa di destra (qui una recente nota di Panorama). Secondo: dare un’anima al proprio mandato, cercare di sintetizzarlo in un messaggio. Purtroppo l’intervista al Foglio non ci aiuta a sapere come il sindaco intenda trasformare la città in senso barcellonese, perchè gli annunci fatti finora hanno un accento ben più madrileno: costruire parchi a tema sull’Antica Roma e su Cinecittà; costruire più campi da golf; privatizzare parte di aziende pubbliche come Atac e Acea, costruire grattacieli.
E allora, da quale delle due città dovrebbe imparare Roma? Se c’è un ambito in cui Madrid e Barcellona hanno qualcosa in comune, è il miglioramento generale dei servizi pubblici e la progressiva “ripulitura” di due realtà che erano molto problematiche, trasformate in buoni esempi di qualità urbana: da ciò, la cittadinanza traeva la lezione che i cambiamenti in corso avrebbero significato un miglioramento per tutti, e li appoggiava. Al contrario, l’arrivo del centrodestra al governo di Roma pare aver significato la sospensione di ogni regola amministrativa. Le zone più pregiate della città sono invase da camionbar appartenenti alla famiglia di un consigliere comunale del Pdl, mentre nessuna isola pedonale è fatta rispettare; altrove, la disciplina della sosta è stata sospesa e trionfano i cartelloni abusivi, mentre la sporcizia invade ogni angolo; infine, il prossimo regolamento comunale liberalizzerà l’entrata dei pullman nel centro storico.

Insomma, si assiste passivamente alla trasformazione (in negativo) della città, limitandosi ad incassarne la misera cambiale politica o economica. Alla Roma del 2010 mancano le basi civili per seguire qualsiasi modello. Perciò, i progetti inventati dal Comune non riescono a concretizzarsi e naufragano nella diffidenza: il 2010 doveva essere “l’anno contro il degrado”, l’anno della rivoluzione verde promossa con la consulenza di Rifkin, l’anno degli Stati Generali della città. Tre iniziative rapidamente accantonate. Solo un diverso stile amministrativo potrà far sì che a Roma si elabori un vero progetto, procedente da una precisa idea di città, che sappia esaltarne le proprie uniche caratteristiche e che possa ottenere l’adesione della cittadinanza. Fino a quel momento, ci dovremo accontentare di una ricetta sempliciotta a base di Formula 1 e “grattacieli”.

(Riccardo Pennisi)

7 commenti

Archiviato in destra, Europa, Roma

7 risposte a “Retromanno tra Barcellona e Madrid

  1. andrea

    Sono d’accordissimo sulla critica ad Alemanno. Purtroppo, in base al vecchio detto “chi si assomija, se pija” vien fatto di pensare che una destra di così basso livello è stata possibile solo perché la sinistra lo è stata altrettanto. Le critiche ad Alemanno sono azzeccate. Ma su operazioni immobiliari, grattacieli, invasioni di pullman, sporcizia, degrado delle periferie Alemanno non ha trovato un gioiellino. Ci ha messo del suo e il degrado in soli due anni, ha avuto incrementi drammatici. Due anni che sembrano un ventennio

  2. Riccardo Pennisi

    Infatti, caro Andrea, questa non è la storia di una città-gioiello rovinata dal lupo(manno) cattivo. Purtroppo, come tu fai notare, la situazione in alcuni ambiti (pianificazione urbanistica, mobilità, pulizia) era già molto criticabile.
    La Giunta Alemanno ha creduto che Roma si potesse governare con una certa “deregulation” amministrativa, che le cose si sarebbero messe a posto da sole. Una vera e propria cantonata, che è anche la differenza più grande col passato. I risultati devastanti di questo “lassà fà” sono sotto gli occhi di tutti.

    Per questo finchè il comune non tornerà ad amministrare non si può proprio parlare di modelli.

  3. batman

    Sono d’accordo con Andrea. A mio parere, il punto non è l’inadeguatezza di Alemanno a governare la città (che do per scontata) ma il fatto che in quasi venti anni di governo la sinistra non sia riuscita a radicare e far emergere una diversa “cultura civica”, di senso della città e del suo uso che non fosse – da una parte – il mero autodeclamare di aver raggiunto un “modello” (affermazione tutta e solo politicistica che non trovava poi corrispondenza con lo stato dei servizi e con lo sviluppo della città) mentre, nella gestione quotidiana si assecondava di fatto la sostanziale e storica anarchia di Roma e dei romani (si veda la vicenda dei taxi, dei cartelloni stradali soltanto ridotti di dimensione, la mancata gestione della polizia municipale con un forte richiamo alle proprie responsabilità, etc…). Nella giunta alemanno, non vedo altro che il proseguimento (a tratti esasperato, di questo modello). In effetti chi si assomiglia si pija…..

  4. federico

    A dicembre del 2005, Veltroni promosse un convegno dal titolo suggestivo “Roma al 2015. Gli scenari per il futuro della città” che appunto si proponeva di comprendere cosa sarebbe stata la città nei successivi dieci anni. Il compito fu affidato ai “giovani”, nell’accezione più elastica possibile del termine.
    Alcuni di questi contributi (ho riportato il programma alla fine) furono davvero interessanti e utili. Spaziavano tra il modello Barcellona a quello Lione, supportati da numeri e percentuali e tante, tante, tante parole magiche. Il punto in comune era più o meno lo stesso: bisognava rimboccarsi le maniche e mettersi a lavorare seguendo un’idea di città (una, non Nessuna o Centomila. Una).
    Purtroppo, come molti sanno, la “migliore amministrazione della storia della Capitale” scomparve misteriosamente nella Primavera del 2008, lasciando tutto questo ben di Dio intentato. È un vero peccato, perché era tutto scritto, tutto detto, bastava applicarlo.
    Perché non è stato fatto? Semplice: è mancata la volontà politica. Hanno liberamente scelto di fare altro. Non c’era nessun vincolo che impedisse a Veltroni e ai partiti che lo sostenevano, da Rifondazione alla Margherita, di realizzare quanto detto in quelle relazioni. Non è vero che mancavano le risorse: sono state investite in altro modo (per esempio gonfiando a dismisura l’Agenzia Risorse per Roma, oppure Zetema, o la Farmacap – che con le sue 28 farmacie riesce appena ad andare in pareggio anziché produrre sostanziosi utili: caso unico in Italia dove le farmacie fanno profitti e non perdite).
    Il fatto è che l’idea di città della giunta di sinistra che ha retto Roma per 15 anni non aveva niente a che fare con nessuno dei modelli europei citati.
    Certo, è vero quanto scrive Pennisi: “Alla Roma del 2010 mancano le basi civili per seguire qualsiasi modello”. Ma è importante sapere che queste “basi civili” mancavano anche nei 15 precedenti l’attuale gestione. La violenta azione urbanistica di Rutelli prima e Veltroni poi ci racconta un modello di città delirante (consumo del territorio, quartieri fantasma, assenza di servizi). Il “piano della mobilità” (e nel 2005 ancora si ostinavano a evocare – sempre la magia delle parole – la “cura del ferro”) raggiunge il suo apice con il tentativo brutale e disastroso di realizzare una fermata della Metro a Piazza Venezia. Prendendo in modo provinciale solo i pennacchi, la fuffa, l’apparenza, la Roma veltrona, invidiosa di Parigi, tenta di importare i boulevard (con effetti comici) e le Notti Bianche; senza considerare che Roma ha una sua specificità impossibile da relegare all’interno di un modello esistente.
    Con Alemanno, Veltroni condivide il disprezzo e l’ignoranza verso le periferie, come dimostra il “piano nomadi” (praticamente identico) e la grave affermazione di entrambi, poi corretta, di voler spostare i campi “fuori Roma, oltre il Raccordo Anulare”, senza sapere che la maggioranza della popolazione residente vive lì.
    Sembra inutile parlare oggi delle esperienze precedenti. Ma io penso che non lo sia. Intanto servono idee per contrastare questa destra e poi Alemanno difficilmente durerà. Bisogna prepararsi. L’importante è che non risalgano in sella quelli che hanno ammorbato Roma con una cappa di chiacchiere e cemento.

    Roma al 2015.
    Interventi: Fulvio Vento
 

Presidente di Zètema; Paolo Leon (Ordinario di Economia Politica all’Università di Roma Tre) con una relazione da titolo “Sviluppo economico e cambiamento strutturale”;
 e poi Giuseppe Roma
(Direttore del Censis) e Andrea Mondello


(Presidente della Camera di Commercio di Roma).
    La Sessione “Idee a confronto: giovani talenti”, fu aperta da una relazione dal titolo “L’industria dei servizi e il mercato” di
Ira Angrisani
(Investor Relations Manager di Acea Spa); “Le emergenze sociali nella società del rischio” (di
Federico Bonadonna


Dirigente “Emergenza sociale e accoglienza” del Comune di Roma); “Il Comune di Roma: come lo vorremmo e come potrebbe essere nel 2015” (di
Andrea Ciampalini


Dirigente dell’Assessorato al Bilancio del Comune di Roma), “La riqualificazione delle aree inquinate nel contesto urbano” (di
Tiziana Cianflone

Ricercatrice tecnologo dell’Agenzia Nazionale Protezione Ambiente e Servizi Tecnici); “Il nuovo ceto dirigente di Roma 2015: più imprenditori o più intraprendenti?” (di
Emilia Gangemi

Amministrazione delegato della Gangemi Editore e Presidente dei Giovani Industriali Roma); “Il ruolo delle fondazioni di impresa nella Welfare Society” (di
Ida Linzalone
Segretario Generale Fondazione Vodafone Italia); “Il patrimonio culturale e la creazione contemporanea nella Roma del XXI secolo” (di
Maria Vittoria Marini Clarelli
- Soprintendente della Galleria Nazionale d’Arte Moderna). E poi “Cura del ferro e trasporto ecosostenibile per l’area metropolitana romana nel 2015” (di
Raimondo Orsini
-

Esperto ambientale di Trenitalia); quindi fu la volta di “Roma al 2015: una struttura metropolitana policentrica” (relazione di
Francesca Rossi


Dottoranda della Facoltà di Architettura dell’Università La Sapienza). Le conclusioni della sessione giovani furono affidate a
Mariapia Garavaglia

Vice Sindaco di Roma.

  5. andrea

    Caro Federico, sul convegno 2005 sono d’accordo. Non generalizzerei sui trasporti. Alcune cose, anche importanti, Rutelli le fece: non solo il piano pullman (leggi il post successivo) che prevedeva le linee J, ma anche la rete integrata bus, metro, treni regionali; il raddoppio di alcune linee regionali, il passaggio a nord-ovest, le linee della metropolitana; la linea 8 di tram, la chiusura delle sedi proprie dei tram. Sicuramente dimentico qualcosa. Tutte cose di Rutelli (Tocci), non di Veltroni. Tutte cose non certo sufficienti ma che, se fossero continuate negli anni successivi, non avrebbero permesso allo sfascista Alemanno di rendere a tutti la vita così difficile e peggiore di come era negli anni precedenti (è difficile smantellare una linea di tram quasi quanto costruirla…). Penso, però, che su una seria politica di trasporti a Roma (area metropolitana) bisognerebbe fare un discorso non episodico. Comunque, la metafora “cura del ferro” a me piaceva: è una cosa che si fa da bambini quando si è un po’ anemici. Era autoironica. Certo, se ad essa non corrispondeva niente, diventava evocativa di qualcosa di brutto…

  6. federico

    Andrea,
    il primo Rutelli, per i trasporti, ha fatto tanto (la critica era infatti rivolta ai suoi accordi con i costruttori).
    Quanto alla cura del ferro, purtroppo è rimasta una metafora. O no?

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