Calabria: Da Mussi a Musi

Con uno scarno comunicato il segretario nazionale del PD ha annunciato il commissariamento del PD calabrese. Adriano Musi, senatore ed ex segretario confederale UIL, si insedierà da commissario regionale il prossimo 5 luglio.

Trent’anni prima un giovane dirigente di Botteghe Oscure fu inviato in Calabria, come accadde ad Occhetto in Sicilia e D’Alema in Puglia, a dirigere il PCI regionale: era Fabio Mussi.

Aldilà del facile gioco di parole e delle differenze enormi di contesto politico e storico, nonché della diversità profonda tra le due formazioni politiche, il PCI allora ed il PD oggi, è possibile rintracciare qualche elemento in comune tra queste due vicende? Io penso di sì.

Il PD uscito pesantemente sconfitto dalle recenti elezioni regionali ed amministrative ha preferito far “volare gli stracci” al proprio interno piuttosto che affrontare alla radice le cause che lo hanno portato a perdere la regione che governava con percentuali umilianti e tanti comuni considerati da sempre roccaforti della sinistra come S. Giovanni in Fiore o Acri, in provincia di Cosenza. Tanto che alcuni dei suoi autorevoli esponenti, rieletti in Consiglio Regionale per la quarta o la quinta volta, ancora non hanno deciso di iscriversi al gruppo del PD, né il gruppo è stato in grado di nominare il suo capogruppo. E’ iniziata una guerra interna che taglia trasversalmente le mozioni congressuali e le stesse appartenenze precedenti (ex DS ed ex Margherita) mentre è in atto uno sciogliete le righe che sta producendo una diaspora in varie direzioni. Basti pensare che due dei quattro senatori eletti alle ultime politiche sono approdati uno all’API di Rutelli (Franco Bruno) e un’altra all’UDC di Casini (Dorina Bianchi). Altri autorevoli “fondatori” come Enzo Sculco e Marilina Intrieri sono oggi con il centrodestra di Scopelliti mentre Loiero ha preferito mantenere autonoma la formazione a suo sostegno messa in campo per le regionali. Non a caso il neo commissario ha immediatamente dichiarato che intende, all’atto del suo insediamento, ascoltare innanzitutto la società calabrese e poi provare a capire le dinamiche “interne” a partire dalle denuncie di tesseramento gonfiato, di primarie fantasma, di assenza di vita democratica.

Mali antichi, solo aggravati dalla nascita del PD, sottovalutati e non affrontati per lungo tempo. Accompagnati da una longevità straordinaria di alcuni dei suoi protagonisti, già in campo ad esempio quando in un altro partito ed in un altro momento storico fu Fabio Mussi chiamato ad affrontare la situazione calabrese. L’impermeabilità della “classe dirigente”e l’assenza di rinnovamento è uno dei tratti in comune delle due vicende. L’altro è certamente che un partito litigioso fino all’inverosimile, tanto da non riuscire in alcuni casi neanche a celebrare i propri congressi, riesce sempre a chiudersi a riccio e far quadrato ogni volta che si sia provato ad introdurre innovazione e discontinuità. Il terzo elemento da non sottovalutare è che le divisioni interne in ambito locale prescindono sempre dal dibattito nazionale: Bersani in Calabria ha stravinto ma la sua mozione si è rivelata un assemblaggio di centri di potere l’un contro l’altro armati tanto da non riuscire a decidere nulla per le regionali, se non subire l’autocandidatura di Loiero, tantomeno dopo a seguito della pesante sconfitta. Quarto elemento è l’autoreferenzialità della politica che non si sforza minimamente di comprendere la realtà per tentare di cambiarla, ma di sovrapporsi ad essa galleggiandovi.

Certo questi nodi col passare del tempo si sono incancreniti, da episodici sono diventati strutturali, e gli anticorpi si sono persi lungo il cammino, anche se non sono mancate e non mancano esperienze diverse e significative (come le recenti elezioni amministrative di Lamezia hanno dimostrato). Ma sono ineludibili. In tanti, fuori dalla Calabria, pensano che non valga neanche la pena provarci, che sia addirittura impossibile comprendere esattamente come stiano le cose, dove stiano i torti e le ragioni. E questo ha sempre aiutato chi ha voluto mantenere lo statu quo. Ma una sinistra che vuole provare a cambiare le cose, a misurarsi con queste contraddizioni e questi nodi non può proprio rinunciare.

(Nuccio Iovene)

1 Commento

Archiviato in elezioni, partiti, sinistra

Una risposta a “Calabria: Da Mussi a Musi

  1. andrea

    Caro Nuccio, in qualche articolo, Walter Tocci parlava del fenomeno del “partito in franchising”: l’uomo forte locale si associa a un simbolo, porta il suo patrimonio di voti e, sulla base dei risultati che ottiene, gestisce questa sua porzione di consenso. Purtroppo, questo modello non è una prerogativa del PD. Sarebbe troppo facile e, quindi, troppo bello. Al contrario, è un male diffuso, anche a sinistra. In generale, mi sembra che la politica italiana abbia perso la capacità che le dovrebbe essere propria, di proporre visioni del futuro e su di queste raccogliere consenso, grazie al quale non solo si vince, ma si governa. Proporre visioni per il futuro, e la capacità di realizzarle, però, è un compito che va ben oltre le capacità di un singolo. Ci vogliono i partiti. Ovviamente i partiti – così come le pubbliche amministrazioni o le imprese – possono fare bene o male il loro mestiere.

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