Il furto di cultura

Nelle scorse settimane le pagine romane del Corriere della Sera hanno avviato – meritoriamente – un dibattito sul ruolo della cultura a Roma. Più specificamente sul suo ruolo in un’epoca di crisi economica, tagli agli enti locali e richieste di sacrifici per i propri cittadini. Purtroppo, a oggi, manca un progetto strategico di rilancio e rafforzamento della Città a partire dalla cultura. E’ opinione comune che non usciremo da questa crisi economica come vi siamo entrati: per questo gli investimenti in cultura –qui e ora –servono per costruire un futuro per Roma e la sua area metropolitana. Non possiamo inventarci capitale mondiale della piastrella o della meccanica: dobbiamo partire da quello che siamo. Oggi più di ieri, abbiamo bisogno di rafforzare il bacino della produzione e offerta di cultura e le infrastrutture pubbliche che possono essere volano di questa produzione. Come a Barcellona, la città presa a modello dal Sindaco pochi giorni fa (ma l’anno scorso non era Madrid?).

Se si vuole andare in quella direzione, è nostro dovere sostenere – nel campo della cultura, ma non solo – spazi d’innovazione che resistano alla prova del tempo. E’ chiaro che un distretto della cultura, per crescere e prosperare, ha bisogno d’investimenti e infrastrutture pubbliche, da finanziare proprio in chiave anti-ciclica: per questo contano le capacità progettuali delle istituzioni. Dobbiamo immaginare, insomma, cosa significa progettare politiche culturali in un territorio dove esiste la percentuale più alta d’Italia di lavoratori dell’immateriale e della cultura: il Governo, al contrario, ha scelto di colpire la cultura, settore nel quale si punta a una selezione darwiniana della specie. Tra le tante discutibili norme il cosiddetto decreto anti-crisi tradisce in più punti un disprezzo per le attività culturali che sempre più sembra essere la cifra vera di questo governo. In una prima versione stabiliva l’elenco degli enti e istituti di ricerca da tagliare. Il ministro Bondi ha rivendicato il suo ruolo, dunque la lista è stata stralciata, ma solo per far decidere al Mibac e al Miur cosa tagliare. L’Eti è già stato soppresso, con buona pace per qualunque ipotesi di riforma e di rinnovamento. Il problema è stato affrontato alla radice, sradicando. L’art. 6 impone una riduzione del 20% della spesa sostenuta per convegni, mostre, pubblicità e rappresentanza. L’elenco, oltre ad essere leggermente invasivo dell’autonomia delle amministrazioni, tradisce una visione delle mostre come pura attività di promozione dell’ente.

Sono piccole annotazioni, suggerite dall’analisi del decreto fatta da Federculture, ma rivelano la coerenza di un governo che persegue dall’inizio del suo mandato un’opera sistematica di smantellamento dell’apparato culturale di questo paese e di svalorizzazione del lavoro intellettuale.

Senza una scelta strategica e coraggiosa d’investimento in questo campo il destino di Roma non può essere diverso. Del resto abbiamo già assistito alla chiusura di alcuni spazi, alle difficoltà a far decollare i teatri di cintura, l’eliminazione della Notte Bianca. Nessun sostegno è stato dato ai municipi e alle politiche dei territori. Appare un’idea dei consumi culturali e dei modelli di vita basato sul “recinto”: per le famiglie i parchi a tema; per i giovani qualche piazza ghetto del divertimento; per il cosiddetto “ceto medio riflessivo” dei luoghi di qualità – dall’Auditorium al Maxxi – che rischiano di divenire ghetti dorati nei quali rifugiarsi.

Eppure, oltre al successo delle grandi mostre, emergono nuove generazioni di artisti, nuove letture della realtà, una vitalità che, a dispetto della precarietà, dei tagli e della scarsa considerazione, anima la nostra realtà metropolitana. Le persone che creano, pensano, studiano e lavorano (se possono) esistono e resistono e stanno subendo un inaudito furto di futuro. Lo stiamo subendo noi tutti.

Dovremmo discutere di come pensiamo la cultura da qui a dieci anni, nell’era del mondo della riproducibilità assoluta e istantanea di qualsiasi forma d’arte e di prodotto culturale. Andrebbero pensate in modo diverso le istituzioni che veicolano la cultura e il sostegno a chi la inventa: tra soli cinque anni circolerà una nuova generazione di “nativi digitali” puri, diversa da quella attuale. Saranno molto diversi da noi: come valorizzare l’apparato economico locale che, già oggi, potrebbe intercettare una nuova domanda di cultura? Queste sono le domande, semplici, che dobbiamo e proviamo a porci (abbiamo cominciato a farlo con la giornata della creatività il 30 giugno). Insieme ad altre più complesse: per esempio come si combatte – con la cultura – l’imbarbarimento sociale che una crisi come questa porta nella società e nelle comunità.

Senza dimenticare, se vogliamo davvero guardare in faccia la realtà, che l’Italia è il Paese dell’Unione Europea dove troviamo i dati più allarmanti sull’analfabetismo funzionale: Tullio De Mauro, che da anni studia questo tema, ci ricorda che “soltanto il 20 per cento della popolazione adulta italiana possiede gli strumenti minimi indispensabili di lettura, scrittura e calcolo necessari per orientarsi in una società contemporanea”. I dati sul resto della popolazione fanno paura: il 38% riesce a leggere con difficoltà, quando si tratta di singole scritte o cifre; il 50,9% dei ragazzi e delle ragazze tra i 15 ed i 18 anni è al di fuori del “letteralismo”: legge, ma non capisce bene quello che legge. Questi numeri rappresentano di per sé una chiamata all’azione. E’ nella capacità di rispondere a queste domande e a questi problemi che si misura la responsabilità, e la forza, della politica e la credibilità di un’alternativa.

Noi di Italia2013 cominceremo a parlarne martedì 13 luglio alle 18 in via Zanardelli, 34 (sala al piano terra).

(Cecilia D’Elia)

1 Commento

Archiviato in cultura e ricerca, Roma

Una risposta a “Il furto di cultura

  1. gioacchino de chirico

    credo che a questo quadro vadano aggiunti alcuni elementi che lo arricchiscono e che potrebbero indicare la strada di un investimento politico a lungo termine.
    1. la cultura attualmente non è al margine degli interessi del sistema ma ne è al centro. solo che nel passato occupava uno spazio essenzialmente pubblico oggi occupa una spazio controlalto dalle aziende.
    2. se si guarda oltre gli asfittici dati delle biglietterie si nota una forte e qualificata domanda di crescita culturale. La “gente” vuole più cultura. Affolla i corsi di formazione non tanto per trovare lavoro ma per “capirne” di più. Gli incontri pubblici di storia, filosofia, matematica, letteratura sono seguitissimi….
    3. solo facendo crescere la domanda sul piano quantitativo e qualitativo si può sperare di rinnovare lo scenario culturale, far crescere l’economia, aumentare il tasso di democrazia e partecipazione.
    4. mentre si combatte (giustamente) intorno ai luoghi tradizionali della produzione culturale, in molti “altrove” emergono produzioni culturali che rimangono nascoste agli occhi della politica.
    5. la distinzione tra cultura “alta” e cultura “bassa”, tra tempo “libero” e tempo “impegnato” non ha più senso. E’ finita la scuola deamicisiana e sono finiti i tempi dei dopolavoro. entrambi appartenevano al sistema di produzione fordista che ora non c’è più.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...