5 cose che abbiamo visto delle Fabbriche

Lo scorso fine settimana, in un campeggio vicino Bari, ci sono stati gli Stati Generali delle Fabbriche di Nichi. Ieri c’è stato il discorso conclusivo di Nichi Vendola, con il quale ha annunciato la propria candidatura alle future (e non ancora previste) primarie per il candidato premier del centrosinistra. Ecco alcune delle nostre prime impressioni e riflessioni.

1. Per la prima volta da tanti anni (quanti?) c’è qualcuno che si candida alla guida del Paese avendo una lettura non solo della società ma anche della storia degli ultimi 30 anni. Vendola può farlo perché ha un bagaglio culturale e umano notevole. E’ sulla base di questa analisi e dell’esperienza di governo degli ultimi anni che, primo nella storia degli ultimi 20 anni, cerca di conquistare la guida del centrosinistra partendo da sinistra. E tuttavia, soprattutto negli ultimi mesi, Vendola ha dimostrato di saper coniugare queste caratteristiche con una forte dose di realismo: un’analisi radicale e spietata si associa, non solo in lui ma anche in quelli che lavorano con lui, al pragmatismo e alla capacità di immaginare scenari e possibili alleanze. Ieri ha detto che bisogna avere voglia di vincere senza avere paura di perdere: si chiude così l’era dello “sconfittismo eroico” della sinistra. Per chi voglia cambiare la società italiana la buona notizia è che oggi c’è qualcuno che, perlomeno, si pone delle domande giuste e cerca di trovare una strada per renderle maggioritarie. Trovare le risposte non sarà facile – ne parliamo più in là – ma è assolutamente necessario.

2. Il fenomeno “Fabbriche di Nichi” non può essere iscritto dentro il perimetro della “sinistra radicale”. Basta vedere i nomi di chi ha parlato ai seminari o bastava farsi un giro nel pubblico (tra l’altro piuttosto attivo e interessante) dove l’unico con una maglietta di Che Guevara era un iscritto al PD che era venuto per curiosità. Ma soprattutto, non è da “sinistra radicale” né la strategia (quando mai Bertinotti ha puntato a parlare alla maggioranza della popolazione italiana?) né l’agenda enunciata nel discorso finale: la lotta contro le disuguaglianze; la difesa della “bellezza” (cultura, paesaggio, ambiente); la scuola, l’università e la ricerca; la giustizia fiscale; i diritti; i beni comuni. Altrove sono il programma del maggiore partito di centrosinistra, qui da noi erano idee soffocate, fino a ieri, dai tabù.

3. C’è stato un passaggio storico, forse non irreversibile, ma comunque da rilevare: è morto il ’68 (e forse anche l’89) e ora il nuovo mito di riferimento – i giovani ai quali ispirarsi – sono quelli del 2001. Non è un caso se domani la Fabbrica di Roma organizzerà (a villa Gordiani sulla Prenestina, alle 19) un dibattito proprio sui fatti del G8 del 2001. Per un certo verso è un bene – si esce dalle secche culturali di contrapposizioni senza via d’uscita – dall’altra, forse, è un male. L’impressione è che a volte ci si confronti poco con la “grande storia” e si costruisca tutto solo ed esclusivamente sul “vissuto”. Basterà? Agli Stati Generali c’era sì Casarini, ma sembrava un po’ estraneo e non a caso chi ha tenuto i seminari aveva in genere 10 anni meno di lui. A farla da padrona era l’altra parte del fu “movimento dei movimenti”, quello che cercava di cambiare qualcosa, piuttosto che di parlarne: la parte della cittadinanza attiva e della militanza civile che fu sommersa da Genova, non quella che ne ebbe fama nel conflitto fisico con la polizia o che ne fece un genere letterario-politico utile a guadagnare una nuova rendita di posizione. Sono energie represse ma comunque diffuse e, in molti casi, più in sintonia con la società italiana di tanti cosiddetti “riformisti”: basti pensare allo straordinario successo della raccolta firme del referendum sull’acqua, che ha battuto ogni precedente storico. Oppure alla rete slow food o, ancora, a quella dei GAS e del commercio equo. Reti fragili e giovani ma che, finora, nessuno è riuscito a trasferire in politica.

4. La campagna di Vendola avrà un carburante notevole nell’insoddisfazione e nella frustrazione dell’elettorato di centrosinistra. Un sentimento carsico, nato forse ai tempi del governo D’Alema oppure all’epoca del grido di Nanni Moretti a piazza Navona. In ogni caso, tanto tempo fa. Finora questi sentimenti avevano generato astensione (circa 2 milioni gli astensionisti di sinistra come ha raccontato un seminario) oppure avevano portato voti a Grillo e a Di Pietro. Il tentativo di Vendola – che rivendica in continuazione di aver dovuto “sconfiggere il centrosinistra prima di sconfiggere il centrodestra” – è quello di trasformare quest’antipolitica in politica. Finora lo si fa con una retorica “empatica”, un’organizzazione basata su internet e con poca (o nessuna) strutturazione formale, un’agenda innovativa e radicale, un leader la cui biografia rende credibili le cose che dice. Tuttavia, sembra esserci una fiducia eccessiva nella personalizzazione della politica indotta, tra le altre cose, da questa legge elettorale: come se questa potesse nascondere, sempre, le debolezze organizzative e programmatiche. Il rischio è quello di illudersi di poter vincere il campionato giocando solo con un bravo (magari bravissimo) attaccante ma senza formare una squadra. Come non c’è campionato senza squadre (o economia senza imprese, magari sociali), così è difficile pensare alla politica a prescindere dalle sue strutture organizzate. E, badate bene, organizzazione non vuol dire solo burocrazie e strutture pesanti, ma anche tante altre cose diverse: serve una macchina adeguata al viaggio, collettivo, che si vuole intraprendere. Riuscirà Vendola a non cadere vittima di quell’illusione che già fece tanto male in passato?

5. Siamo di fronte ad un nuovo inizio, per le cose che abbiamo detto fin qui e per tante altre che si potrebbero mettere in luce. E’ un inizio promettente e che può coinvolgere molto al di là dei recinti di oggi: basti pensare a quanti elettori del PD c’erano agli Stati Generali e ai giovani e meno giovani che venivano da luoghi come Chioggia o Fermo certo non proprio vicini, geograficamente e socialmente, alla Puglia. E’ un fenomeno che può ( e deve) generare presto grandi aspettative. L’abbiamo scritto altre volte: siamo di fronte ad una sfida vitale perché questa destra vuole cancellare o spegnere un pezzo d’Italia non proprio minoritario. Tuttavia, oltre a queste aspettative è necessaria una grande dose di realismo: veniamo, come ha ricordato spesso proprio Vendola, da una “guerra dei trenta anni” condotta dai conservatori in Italia e nel mondo. Per questo si è parlato molto anche di Obama: l’unico tentativo reale, comunque la pensiate, di superare il trentennio conservatore. Sono in ginocchio le organizzazioni della sinistra, la sua base sociale, le sue strutture culturali. Per molto tempo quello che saremo in grado di costruire non sarà all’altezza di quello di cui avremo bisogno. La barca sembrerà sempre troppo piccola e fragile rispetto al mare in cui navigherà, le domande troppo ambiziose rispetto alle risposte che si potranno dare. Eppure, non si potrà fare a meno di “gettare il proprio corpo nella battaglia”.

12 commenti

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12 risposte a “5 cose che abbiamo visto delle Fabbriche

  1. Marc

    adesso però deve girare l’italia, tutta…
    Ha 3 anni di tempo, i voti deve andarseli a conquistare paese per paese… paese per paese, non metropoli per metropoli… spero abbia il tempo (è ancora presidente di una – l’unica?? – regione del sud non sputtanata e anzi in piena ascesa), l’energia e la freschezza…

    E che sappia, in questo giro, anche crescere oltre che raccogliere, anche ascoltare, oltre che parlare e scegliere dal basso i suoi nuovi collaboratori.
    Lo si voglia o no rimane circondato da alcuni personaggi che puzzano di vecchio lontano un miglio (tipo a roma… ecco)

  2. andrea

    Caro Mattia, il punto dolente di tutto è detto nel punto 4. Mi piace più la metafora economica: La politica senza partiti è come l’economia senza imprese. Più che una metafora, è una vera e propira analogia: i partiti, così come le imprese (pubbliche e private) hanno i loro difetti, possono essere efficienti o meno, ma non se ne può fare a meno. La metafora calcistica evitiamola, specialmente nella comunicazione pubblica. Fa pensare che si vince in politica come nel calcio. In particolare, che basta fare una campagna acquisti di 11 fenomeni (o magari 22 o 33, se vuoi stravincere pure la champions). Non è un caso che l’abbia inventata e usata Berlusconi. E il framing offerto è quello in cui vince lui. Ecco, il partito che funziona è quello che mette insieme idee buone (un buon programma, sentito dal popolo, discusso col popolo) con una efficace comunicazione, con un esercito di persone che le sappia mettere in pratica. Da far tremare le vene e i polsi.

  3. federico

    In questo ragionamento ritengo ci siano una serie di presupposti errati da cui tu parti e che sostengono l’argomentazione (e quindi forse un po’ la inficiano…).
    Per prima cosa sostieni che Vendola archivia “l’era dello sconfittismo eroico della sinistra”. Tutta la storia post PCI e in particolare il lavoro di D’alema da un lato e di Veltroni dall’altro sono – a diversi livelli – orientati al superamento del “glorioso minoritarismo” (rivendicato da Moretti in un suo film, mi sembra Caro Diario). Lo hanno fatto forse male (Pds, Ds e poi PD), ma l’intento dichiarato e rivendicato e sempre stato quello di vincere le lezioni e governare il Paese (cosa che per altro hanno fatto dal 1996 al 2001 e dal 2006 al 2008). Niente di male a voler vincere, per carità, ma Vendola non è “il primo nella storia degli ultimi 20 anni, che cerca di conquistare la guida del centrosinistra partendo da sinistra”.
    A sostegno di questa tua tesi, ti chiedi: “quando mai Bertinotti ha puntato alla maggioranza degli elettori”? La risposta è facile: 5 anni fa (non il secolo scorso), alle elezioni primarie del 16 ottobre 2005 quando si doveva scegliere il capo della coalizione (dell’Ulivo) alle future elezioni politiche del 2006. Bertinotti arrivò secondo (dopo Prodi), con il 14% dei consensi (forse poco più e oltre mezzo milione di voti). La campagna pubblicitaria era accattivante e usava i post-it oggi tanto di moda per la cosiddetta legge bavaglio. Bert pubblicò anche un libretto, una cosa tipo: “Io ci provo” (o giù di lì – e se non vado errato c’era una sua foto di profilo con il naso all’insù e mezzo toscano appizzato in bocca… molto paracula).
    Certo, lo faceva dopo aver – diciamo – trasformato radicalmente il discorso (e il rapporto politico) sui e con i movimenti (qui si apre un discorso praticamente illimitato…), ma l’intento era chiaro (Rifondazione puntava ad ottenere il doppio dei voti avuti, il contesto era molto diverso, c’era uno come Prodi di mezzo e certo non la crisi di leadership attuale, ma l’obiettivo era quello di “sparigliare” le carte).
    Vendola non è quindi una novità assoluta nel panorama della sinistra degli ultimi anni perché – a mio avviso – la pista è stata ampiamente aperta dalla lunga stagione dell’esperienza bertinottiana (al di là dei giudizi politici, straordinaria sul piano della comunicazione).
    Riguardo al superamento del’68, penso che inserire Carlo Giuliani tra gli eroi (tralasciamo il discorso sul pantheon della sinistra, per il momento) insieme agli immancabili Falcone e Borsellino (sempre più – drammaticamente – solo ex aeroporto di Punta Raisi e contesi con i finiani in quest’epoca di opaca pacificazione) sia un’operazione culturale che si limita ad aggiungere un tassello mitico al composito mosaico che forma il bagaglio storico di certa sinistra (il 68, il Che, le stragi di stato…). Un tassello, per altro, forse altrettanto “lontano” dalla maggioranza degli italiani.
    Concordo invece sul fatto che non solo a lui ma anche a quelli che lavorano con lui non manchi “il pragmatismo e la capacità di immaginare scenari e possibili alleanze”. E per fare questo un partito è troppo “democratico”. Basta un movimento con un leader carismatico.

  4. andrea

    Federico, non mi sono fatto ancora un’idea ben precisa su Vendola. Indubbio che sia figlio dell’esperienza bertinottiana. Ma solo in parte. Bertinotti – lo dici tu stesso – più che a tutta la società italiana voleva parlare alla sinistra, forse neanche a tutta. Non ci ha mai creduto nessuno che potesse ottenere tanti voti da farlo diventare presidente del consiglio. In primo luogo lui stesso. Si è comportato sempre da “portoghese della politica”, cioè quello che non paga il biglietto per salire sul carro del governo (alla fine, coi vari Turigliatti o Rossi, il biglietto l’abbiamo pagato tutti…).
    Vendola ha molto del vecchio PCI di lotta e di governo, oltre che dell’immaginificità di Bertinotti. Mi sembra che del suo vecchio padre politico gli manchi il massimalismo. D’altra parte, è stato dirigente della FGCI per tanti anni, e sotto Berlinguer…

    • federico

      Io dico che Bert ha partecipato alle primarie per guidare la coalizione di centro-sx (stessa cosa che intende fare Vendola) che voleva vincere le elezioni (poi vinte nonostante il Porcellum). Quindi non vedo la differenza. Dici che Bert non puntava a vincere. Potrei risponderti: nemmeno Vendola punta a vincere le elezioni, ma a prendersi il ruolo di guida del centro-sx. Sono ipotesi.
      Quanto a Bert come “portoghese”, io ho sempre pensato che il tuo giudizio sul Prc (se sei l’Andrea che penso), sia ingiusto e rifletta il vizio dei DS: pensare che oltre voi non c’è nessun altro. E invece il PRC aveva una percentuale di tutto rispetto e che spesso non è stata rispettata. E in politca questi “sgarbi” si pagano. Io non so quanti voti spostassero Turigliatto o Rossi, forse meno di Mastella, ma forse più di Dini. Fino a quando non si cambia la Costituzione i deputati rispondono alla propria coscienza (e non alla coalizione). Fino a quando gli ex DS non ripenseranno ai loro comportamenti poltici quotidiani (spesso sprezzanti), difficilmente si farà un passo in avanti.

      • andrea

        Caro Federico, i deputati rispondono alla propria coscienza in un sistema che non prevede la nomina, ma l’elezione. Il Porcellum, tra le tante porcate, ha prodotto anche questo paradosso. Turigliatto – mi consentirai – quel seggio in Parlamento non lo vedeva neanche col binocolo. Piaccia o no, Mastella ha più seguito politico di Turigliatto. Per me gli errori dei DS sono gli stessi del PRC, ma con parti diverse: una forte chiusura degli apparati, ideologismi un po’ vacui. Se critichi gli uni, critichi anche gli altri. Il gioco delle parti, però, ha consentito – ma ha anche richiesto – che Bertinotti facesse il massimalista. Insomma, dopo la caduta di Prodi nel 98, nessuno ha più sentito parlare di 35 ore…

      • federico

        Caro Andrea, una legge elettorale non mette in duscussione la Costituzione che è la legge fondamentale dello stato (cui le altre debbono necessariamente sottostare). L’art. 68 recita: “I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni”.Ti piaccia o no, Mastella e Turigliatto, in Parlamento, pari sono.
        Senza contare che per vincere – il centro sinistra aveva imbarcato anche Dini. E non so quanto peso politico avesse più di Turigliatto. Ripeto: non il secolo scorso, ma appena 4 anni fa!

  5. Valerio

    Sono pienamente d’accordo con la vostra analisi.
    Vendola è il primo che corre per ottenere la maggioranza dei consensi da sinistra, questa, Federico, è la novità.
    Bertinotti cercava solo di fare una “buona figura” e condizionare da sinistra un governo di centro sinistra che avrebbe visto comunque Prodi alla sua guida. Oltrettutto puntava a ricompattare il PRC che non era monoliticamente favorevole ad entrare in un governo di centro sinistra.
    Dalema e Veltroni invece puntavano al governo rinunciando ad essere di sinistra, cioè mettevano in pensione il programma, ampiamente socialdemocratico, del PCI per poter tranquillizzare il centro.
    Da qui la scelta di Dalema sulla guerra e la NATO, e il ma-anchismo di Veltroni, oppure le posizioni di Treu (decisamente neoliberiste) sulla precarietà (ops…flessibilità…).
    Nichi Vendola corre per vincere, e corre per governare in maniera “radicale”, con un programma chiaro, che non sarà mille volte meglio di quello di Prodi (non dimentichiamo che il buon vecchio mortadellone ci ha portato fuori dall’Iraq e aveva proposto, ma non ottenuto, la riduzione del cuneo fiscale e i PACS), ma ha messo al centro una progettualità e una radicalità per cui Prodi non aveva il physique du role.

    Bazzicando le fabbriche direi che, dove sono uscite dalla rete ed hanno iniziato a lavorare nel territorio, sono delle corazzate, attentissime a lavorare su comunicazione, narrazione, ed egemonia culturale. A Torino le fabbriche hanno fatto faville un paio di settimane fa con una bellissima assemblea-concerto in piazza Santa Giulia, ed è solo l’inizio.
    Spero che non si vada verso derive politiciste ora che le elezioni si avvicinano.
    Purtroppo il fenomeno fabbriche è in buona parte rimasto nei box di facebook, sopratutto in raltà periferiche (come Como) e nei piccoli centri, e purtroppo, come vado ripetendo da anni, la sinistra perde nelle valli, nei villaggi, nei paesi, nei territori marginali, ove la destra e la lega si sono costruite ormai delle riserve di voti quasi inespugnabili.
    Come arrivare in quei territori non lo so… vedremo come va il referendum sull’acqua che, paradossalmente, danneggi molto di più il governo nelle sue roccaforti che nei grossi centri urbani.

  6. Enrico Sitta

    Nichi Vendola rappresenta oggi in Italia per molte persone come me, che non hanno mai avuto in tasca una tessera di partito, il punto di riferimento umano, politico e culturale a cui guardare, da cui ripartire. È importante ora che il percorso democratico che abbiamo davanti nei prossimi mesi ed anni per costruire insieme questo sogno utile non venga sabotato in nome delle solite vecchie logiche di apparato.

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