Italia, il peggior scenario possibile: e se finisse come in Israele?

E’ il 30 luglio e si vorrebbe finalmente parlare di temi leggeri, ma siccome per tradizione a luglio in Italia c’è movimento (il caldo fa esacerbare gli animi?), per una volta facciamo due cose che in questo blog si fanno molto raramente: fantapolitica da ombrellone e descrizioni apocalittiche del futuro.

La definizione di un worst case scenario – lo scenario peggiore – è un esercizio che ci hanno insegnato gli americani, popolo di futurologi. Quasi sempre si sbagliano (il mondo non si fa ridurre a una miscela di variabili) ma tentare ha sempre il suo fascino, e ci dedichiamo anche noi alla scienza dello scenario planning. E questa volta, dopo settimane di post dai buoni propositi (a partire dagli ultimi del dopo Fabbrica di Nichi), immaginiamo uno scenario possibile se le cose andassero tutte storte: un’Italia che oltre a essere post-berlusconiana potrebbe essere anche post-sinistra. Il nostro worst case scenario lo chiameremo “Scenario israeliano”. Giochiamo.

1. Il 21 novembre 2005 in Israele è nato il partito Kadima, un partito di orientamento conservatore – la maggior parte dei suoi membri proviene dal Likud – fondato per iniziativa di Ariel Sharon e composto da alcuni rappresentanti del partito laburista, con posizioni più centriste rispetto alla destra di Benjamin Netanyahu. La scissione ebbe luogo per via dello scontro in atto tra le due anime del Likud, quella favorevole al disimpegno militare dalla striscia di Gaza – guidata da Sharon – e quella contraria, capeggiata da quella“neorevisionista” (il neoconservatorismo all’israeliana, per semplificarla molto). La differenza principale tra Kadima e il Likud riguarda il rapporto con i partiti ortodossi e oltranzisti: più laico e liberale il primo; più nazionalista il secondo, che fa sponda con i partiti religiosi. Forzando ancora, si può dire che il terribile ministro degli esteri Avigdor Lieberman – il leader nazionalista del partito Yisrael Beiteinu, la cosa più simile a un fascista che Israele abbia mai avuto – è il Bossi della politica israeliana: sostituite la parola “colonie” a “federalismo” e i discorsi saranno molto simili. Kadima, come sapete, è divenuto il primo partito nelle elezioni del 2006, per poi uscire sconfitto di un soffio nelle elezioni del 2009.

2. A Kadima ha aderito anche Shimon Peres, lo storico – e sempre perdente – leader del laburismo israeliano. E’ solo una delle spie dello stato di crisi e prostrazione della sinistra israeliana, incapace di riorganizzarsi dopo l’epoca d’oro del periodo che va dalla fine dei ’40 alla fine dei ’70 . Il partito laburista era stato il maggiore soggetto politico dietro la fondazione dello Stato ebraico: con la nascita degli insediamenti a seguito della guerra del ’67 aveva però gradualmente passato la mano nella guida del sionismo al movimento dei coloni. Solo il processo di pace degli anni ’90, e la figura carismatica di Yitzhak Rabin, avevano riacceso, per poco, la fiammella del partito. Oggi il Labour è il quarto partito del sistema politico israeliano, un punto bassissimo mai toccato prima. E’ così prostrato e in crisi d’identità che è in coalizione con quella destra oltranzista di cui abbiamo parlato prima. Alla sinistra del Labour ci sono solo le briciole del Meretz (la sinistra sionista) e i partiti arabi. Insomma, la sinistra israeliana a un certo punto si è suicidata: non solo per colpa del fallimento del processo di pace, ma anche per una crisi culturale e politica che lo accomuna ai partiti socialdemocratici europei.

3. E qui è il punto, che forziamo nel nostro gioco da ombrellone. Dopo le crisi (e che crisi, quella israeliana) può esistere un mondo senza sinistra dove la competizione avviene tra le due destre, quella di un establishment politico-economico e culturale piuttosto tradizionale, tutto sommato debole e non maggioritario (quello di Kadima) e quella finalmente e completamente sovversiva, populista, antisistema e pre-illuminista (in fondo il Likud di oggi non è altro che il partito che intende rovesciare il sistema politico dei padri, alleato alla Lega Nord di Lieberman. E scusate ancora l’ennesima forzatura). Il worst case scenario è quello dell’opzione nella quale sbagliano i sindacati, sbagliano i partiti, scompaiono le basi sociali e culturali della sinistra, senza che nessuno si adoperi nell’interpretare e governare i cambiamenti, mentre le leadership si arroccano nelle proprie rendite di potere (Ehud Barak). Per questo, a chi intende ridare linfa alla sinistra, da qualsiasi posizione si muova, servono due qualità: coraggio, visione, un’analisi innovativa dei processi sociali che caratterizzano l’Italia di oggi, capacità organizzative ecc. ecc. ma anche una dose potente di realismo (che non è il contrario di poesia: sono due generi che non si annullano a vicenda). Poteri e culture di questo nostro paese ci potrebbero far vivere nel mondo delle due destre: impotenti e vittime di scelte sbagliate.

Ps. Siamo buoni, potevamo parlarvi dello scenario polacco.

(Mattia Diletti e Mattia Toaldo)

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