Fare le riforme senza farsi del male

In Italia Obama è ancora un mito, in America un po’ meno. Oggi è il suo compleanno e forse sarà un po’ preoccupato per l’autunno che l’aspetta. Le elezioni di mezzo termine che si svolgeranno il 2 novembre rischiano di vedere un arretramento per i democratici al Congresso (qui le previsioni per la camera e qui quelle per il senato). Non è detto che vada così male: la base democratica non è ancora mobilitata, l’affluenza è la vera incognita e non a caso uno dei maggiori politologi americani, Larry Sabato, da ancora in testa il partito dell’asinello. E’ esagerato dire che la popolarità del presidente sia in picchiata: basta vedere le indagini PEW per capire che, in un semestre molto difficile, ha perso solo l’1%. Quello che si può dire da ora è che, nonostante l’amministrazione abbia messo in campo un progetto di riforme molto ambizioso, questo non è riuscito finora ad entusiasmare l’opinione pubblica americana. Il “gap di entusiasmo” dell’amministrazione Obama ha qualcosa da insegnare a chi voglia fare riforme anche da questa parte dell’oceano.

Abbiamo sintetizzato su America2012 un articolo dell’economista liberal (ed ex ministro del lavoro di Clinton) Robert Reich  che analizza le maggiori riforme messe in campo dall’amministrazione e trae alcune conclusioni importanti.

La prima è che queste riforme (soprattutto tre: il piano di stimolo dell’economia, la sanità e la riforma della finanza) hanno fatto abbastanza per far arrabbiare l’opinione pubblica di destra e compattarne la rappresentanza politica ma non abbastanza per generare entusiasmo nella base democratica e nel pubblico generale, quello che in America si chiama Main Street. Una cifra su tutte: solo un decimo delle famiglie che non riuscivano a pagare il mutuo ha beneficiato effettivamente degli aiuti federali promessi. Nel frattempo il piano è costato molti soldi, ha alzato il deficit e permesso alla destra di dire che Obama ingrandiva il ruolo dello stato e la spesa pubblica.

La seconda conclusione ha, forse, un valore generale: “la scelta vera è tra ottenere ciò che è possibile dentro le compatibilità politiche date oppure cambiare quelle compatibilità per estenderne i limiti e quindi ottonere con più sicurezza i propri obiettivi. Quest’ultima strategia è più rischiosa ma può produrre risultati più duraturi”. Insomma, vince chi, come fece Reagan, riesce a cambiare i confini del politicamente corretto. Secondo Reich Obama, finora, non c’è riuscito. Il suo compito non era per niente facile, e questo l’economista un po’ lo dimentica: forse conta anche il fatto di non essere stato chiamato nell’amministrazione.

Valgono poi altri due discorsi, che lui non affronta. Il primo ha a che fare con l’impotenza della politica: dopo decenni di globalizzazione finanziaria i singoli governi hanno davvero molto meno potere sia sugli scenari planetari sia nel controllo e nell’equilibrio di poteri interno. La politica ha perso il suo primato e, ora che la crisi richiederebbe scelte coraggiose, ha le armi spuntate.

La seconda riflessione ha a che fare con il trentennio conservatore, un fenomeno che abbiamo avuto anche qui in forma diversa. Ancora oggi le strutture sia di militanza, che di produzione di idee, che di raccolta di denaro e aggregazione di potere vedono in gran parte un vantaggio repubblicano. Le strutture del centrosinistra americano sono a terra e la battaglia sulla sanità lo ha dimostrato. Ci vorrà del tempo prima che vengano ricostruite saldamente, in America come altrove.

Sono riflessioni che varrebbe la pena fare anche qui, dove finora nessuno ha avviato una riflessione pubblica sull’esperienza di governo Prodi tra il 2006 ed il 2008 nè sulla consistenza dei corpi intermedi del centrosinistra. Varrebbe la pena, per esempio, di valutare le politiche economiche di quel governo : i loro effetti sulla società e l’economia (hanno cambiato qualcosa? Chi ha beneficiato veramente del “cuneo fiscale”?) e le loro conseguenze sul risultato elettorale del 2008. Oppure ragionare sulla consistenza delle strutture organizzate del campo vasto del centrosinistra italiano: come stanno i sindacati, le associazioni, i movimenti di base?

Magari, prima delle prossime elezioni, varrà la pena almeno avviarla questa riflessione.

(Mattia Toaldo)

1 Commento

Archiviato in economia, mondo, sinistra

Una risposta a “Fare le riforme senza farsi del male

  1. andrea

    Caro Mattia, sono d’accordo con te. Qualsiasi tipo di riflessione ampia è assente nel campo della sinistra italiana. Poi, quando bisogna mobilitarsi, si fa un po’ gli apprendisti stregoni. Sarebbe ora di mettersi a cercare di capire. Capisco che come programma è una po’ asfittico, ma visto quanto dici nel tuo post, col quale concordo, penso che questa sia la conditio-sine-qua-non…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...