Corpi e sinistra

Forse perché d’estate siamo tutti meno vestiti, o perché abbiamo più tempo di leggere e riflettere… Mi sono domandata se, per caso, una buona parte dell’afasia politica contemporanea (italiana in particolare, ma non solo) non sia connessa a una malattia di visione e di concezione del corpo. Delle donne e degli uomini.

Le persone della mia generazione sono cresciute con l’idea che la democrazia europea del dopoguerra fosse segnata, tra l’altro, dal riconoscimento di beni inalienabili, strettamente connessi con la dignità della persona e del suo corpo: la salute, l’istruzione, il lavoro, la sicurezza, la libertà di conoscere, di credere, di vestire, di esprimersi, di amare. Su questo terreno si sono formate avanguardie politiche e culturali e si sono consumati conflitti, più o meno sanguinosi, che hanno visto come protagonista, tra gli altri, il movimento delle donne nelle sue varie articolazioni.

Molti di noi credono ancora a questa prospettiva, e si misurano, inevitabilmente, con un fallimento: il corpo non è più il riferimento simbolico dell’avanzamento democratico e del bene comune, ma lo strumento di punta di una deriva conservatrice; un ostaggio in mano ai più forti o una merce di scambio per l’ingresso nel cuore di un’arena pubblica di sapore televisivo, fatta di piccoli successi e di grandi privilegi.

La fenomenologia del corpo nell’Italia contemporanea è schizofrenica e cannibale. A metà tra un culto mistico e un colpevole oblio.

I corpi che vediamo sono quelli di operai caduti per caso da un’impalcatura; quelli femminili straziati dalle percosse di partner respinti; quelli tenuti in vita contro ogni pietà umana da un respiratore automatico; quelli, teneri e patetici, di signore e signori del jet set gonfiati dalla chirurgia estetica; quelli disidratati di migliaia di disperati affastellati su un barcone; quelli snelli, accattivanti e improbabili delle mamme della pubblicità, eleganti e fresche di parrucchiere, che cambiano pannolini di neonati sorridenti; quelli velati e scuri di donne minacciate di lapidazione per aver commesso adulterio; quelli di ragazze–vetrina, mute e sorridenti, scrutate da telecamere ginecologiche; quelli irreali di pupe, secchioni, isolani e condòmini dei reality show; quelli, sporchi e ammucchiati, di detenuti stipati in dieci dentro celle omologate per due; quelli 6×3 di tette strizzate in un micro reggiseno sotto il quale campeggia la scritta “vorresti averle così anche tu? Te le pago io, chiama……” e segue il numero di una società finanziaria.

Una minestra mostruosa di immagini strazianti e allusive. Di voyeurismo senza eros, di guerra sociale, di neo-patriarcato violento, malizioso e impotente.

Ma se questa patologia di visione del corpo non fa distinzioni di genere sessuale, sul corpo femminile c’è un accanimento di disprezzo e di umiliazione che agli uomini è risparmiato. Una voglia di annientare una delle fonti di identità delle donne.

Proviamo a immaginare, come faceva ironicamente una attrice comica italiana, cosa succederebbe se nella pubblicità conviviale, quella in onda tra il TG e i programmi di prima serata che accompagna la cena casalinga italiana, invece che di pruriti vaginali, cellulite, peli superflui, tamponi, piccole perdite o vampate di calore si parlasse di calvizie, maniglie dell’amore, disturbi erettili, prostata o pruriti testicolari.

O proviamo a chiederci perché, come ha fatto il gruppo di ricercatori di Lorella Zanardo che ha studiato le trasmissioni televisive generaliste della TV pubblica e commerciale, in queste trasmissioni si affiancano presentatori maschi di mezza età e non certo irresistibili e ragazze inevitabilmente giovani, avvenenti e allusive, spesso connotate da nomignoli irritanti e spersonalizzanti come schedine, letterine, gatte e gattine, veline…

Tutto questo pone degli interrogativi che, per forza di cose, sono politici cioè inerenti al bene comune e non corporativi, cioè inerenti la “corporazione femminile”.

Da dove nasce la convinzione che il corpo femminile sia un prodotto da banco? E da dove può nascere un percorso di recupero della dignità dei corpi come luoghi di mistero, di piacere, di relazione e di responsabilità? Un percorso che sia capace di andare oltre la ripetizione di una denuncia, fondata, ma impotente, spesso fatta “tra donne” e, ancora più spesso, tra donne di una “certa età”? E che relazione c’è tra la convinzione che tutto possa essere oggetto di una campagna acquisti – i giornali, i giudici, la maggioranza in Parlamento, il campionato di serie A, l’impunità, la giovinezza, il sesso, il consenso – e il modello mercantile del corpo femminile?

Credo che la sceneggiatura di una narrazione democratica per la sinistra del XXI secolo debba misurarsi anche con queste questioni.

(Francesca Romana Marta)

1 Commento

Archiviato in democrazia e diritti, sinistra

Una risposta a “Corpi e sinistra

  1. Enrico

    Se siete interessati alla fenomenologia del corpo leggete gli scritti di Enrico Pozzi

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