Il triplice inganno del decisionismo

Carl Schmitt

All’accorata lettera all’Italia pubblicata dal Corsera il mese scorso, è seguito il rombante “documento dei 75” e chissà cosa ci attende ancora: Walter Veltroni ci ha preso gusto e pare faccia sul serio. Lasciando ad altri ogni acuta speculazione sui movimenti di Palazzo, sulla scia dell’ottimo articolo di Michele Prospero sul Manifesto di martedi 21 ci dedichiamo, invece,  a prendere sul serio uno degli argomenti  su cui l’ex segretario dei DS e del PD insiste di più, da lui inteso come arma contro la linea (?) neoproporzionalista (??) di Bersani: parliamo della necessità di una «democrazia decidente».   Un argomento che,  forse a dispetto di quanto pensi lo stesso Veltroni, rappresenta una delle architravi dell’ideologia dell’intera “sinistra moderata” degli ultimi vent’anni. Un argomento, lo si anticipa subito, a nostro giudizio profondamente sbagliato.

Nella teoria della democrazia si può rintracciare una dicotomia fra «decisione» e «discussione». Il grande critico della democrazia Carl Schmitt, ad esempio, sosteneva come il sistema parlamentare liberal-democratico fosse malato di un eccesso di discussione, che finiva per rendere ingovernabile lo stato. Nell’epoca della democrazia di massa, così pensava Schmitt, l’arte di governo dell’epoca borghese, ossia la discussione in parlamento che prelude alla scelta della soluzione migliore attraverso un libero confronto di opinioni, deve lasciare spazio ad un’arte di governo nuova. Alla democrazia plebiscitaria, al vertice della quale vi sia un capo che decida, lasciandosi alle spalle le finzioni discorsive della borghesia liberale. E senza nessuna Corte che, al di fuori della legittimazione del voto popolare, custodisca la Costituzione. Ebbene, possiamo dire che per «democrazia decidente» si intende, grosso modo, una democrazia nella quale il prendere decisioni sia l’elemento che prevale rispetto all’argomentare e al mettere a confronto le idee. Dove la forza di una voce prevale sull’equilibrio di più voci. Dove la volontà del legittimo vertice prevale sulla razionalità del confronto fra le diverse parti (e istituzioni) alla ricerca di un compromesso. E quindi, dove “chi governa” sia un po’ più libero di farlo a suo piacimento rispetto alla «democrazia dibattente».

Ora lasciamo il cielo della teoria e precipitiamo sul suolo della politica pratica. Sul suolo italiano, perché è del nostro paese che parla Veltroni e che vogliamo parlare noi. E, ancora una specificazione, sul suolo dell’Italia di oggi, non di quella di una (quanto vera, poi?) Prima Repubblica del “tirare a campare” andreottiano. E chiediamoci: in Italia c’è un difetto di decisione o un difetto di razionalità discorsiva? Nel Parlamento e nel paese si discute? Le opinioni autorevoli (perché formulate da studiosi o da gente che “vive” i problemi) vengono ascoltate? Berlusconi e i suoi ministri (si pensi, ad esempio alla Gelmini e alla politica scolastica) decidono dopo aver discusso? Insomma, dire oggi che il problema dell’Italia è la mancanza di una «democrazia che decide» è dire una sonora sciocchezza: l’Italia è un paese dove si decide troppo e, ignorando la discussione pubblica, di conseguenza si decide male. Veltroni e tanti suoi autorevoli colleghi, compreso il D’Alema sostenitore del “premierato”, non vedono il rischio del decisionismo, che c’è sempre chiunque governi,  e quindi ignorano la vera necessità dell’Italia attuale, ossia la necessità che le “forze frenanti” contino davvero. E tornando solo un momento alla teoria, si consiglia di meditare sulle pagine che Montesquieu nello Spirito delle Leggi ha scritto sull’argomento…

Insomma, chi predica la «democrazia decidente» non può che apprezzare Berlusconi, che incarna perfettamente il mito della decisione, del fare, della “velocità”. Miti che sono perfettamente in linea con un’ideologia aziendalistica e con la sua peculiare variante “italiana”, fatta di “intrapresa” in disprezzo delle norme. Attenzione, però. Non si confonda il decisionismo ideologico con la necessità che la politica sia fatta di scelte, compiute in nome della volontà e non in ossequio a dei dettami esterni (che siano dell’autorità religiosa o del Fondo Monetario fa poca differenza). Detto altrimenti: la «grande politica» è fatta anche di «grandi decisioni» di cui sono capaci solo vere leadership. E se la si mette in relazione con questo aspetto del problema , l’ideologia decisionistica di centrosinistra rivela un’ulteriore debolezza. Pensiamo agli anni di governo dell’Ulivo o dell’Unione, al discorso egemone che ne determinava il corso. Le “decisioni” assunte dal centrosinistra sono state tutte in nome della necessità “tecnica”, delle “istanze superiori”, della “mancanza di alternative”. Mai vere decisioni politiche. Tutto doveva farsi “perché lo dice l’Europa”, “perché lo vogliono i mercati”, “perché ce lo chiede il nostro alleato americano”… Non a caso il capo del centrosinistra non era un leader politico, ma un economista. E nel Ministero-chiave dell’Economia doveva andare sempre un Ciampi o un Padoa-Schioppa, persone degnissime (soprattutto la prima), ma comunque dei “tecnici”. La politica ridotta ad amministrazione è stata elevata al rango di vera e sola politica. Dal quel centrosinistra rimasto uguale a se stesso nel predicare un decisionismo ideologico e nel praticare una fuga dalla vera decisione politica: la paura matta che fa un politico carismatico come Vendola, infatti, porta molti  a sognare il Papa straniero, nella persona (chissà) del banchiere Alessandro Profumo. Eccolo, l’Ottimo Amministratore! Che avrà la forza di decidere i tagli allo stato sociale, perché “a imporcelo è l’Europa”, contro le resistenze del “sindacato conservatore”; ma a cui tremeranno le gambe (ci possiamo scommettere) quando si tratterà di decidere, ad esempio, che una nuova base militare americana sul nostro suolo è meglio evitare di costruirla, o che una Grande opera inutile e costosa è meglio lasciarla perdere…

Un’altra domanda può illuminare un terzo aspetto dell’obliqua ideologia del decisionismo:  ma quanta decisione è ancora rimasta in mano delle democrazie nazionali? Proprio i richiami all’Europa di cui sopra ci dicono che, in realtà, il luogo dove molte decisioni vengono assunte non è più lo stesso che la classe dirigente della generazione di Veltroni  si era abituata a frequentare. Ma da questa classe dirigente non ci si può aspettare che impari davvero ad orientarsi nella politica continentale: difficile che superi la naïveté (senile) dello scolaro obbediente. O quella del bullo spaccone, che pensava che il PD dovesse “scompaginare” gli equilibri delle vecchie famiglie europee, nell’agognata “nuova sintesi” delle tradizioni progressiste e democratiche europee.  Chissà le risate che si faranno i vari Martin Schulz nell’apprendere le ultime evoluzioni del partito di Veltroni, Fioroni, D’Alema ed Enrico Letta… Insomma, porre il tema del “chi decide?” nelle democrazie europee contemporanee vuol dire porre una questione democratica molto seria, la cui dimensione, tuttavia, non sembra alla portata dell’attuale classe dirigente del centrosinistra.

In conclusione, la «democrazia decidente» è un triplice inganno, al quale va contrapposta, senza timori, una «democrazia dibattente (e partecipata)». Dove una discussione vera (e anche aspra) ed un equilibrarsi di istanze frenanti  non sono in alternativa alle decisioni difficili. Decisioni che tutto sono fuorché i compitini da ragioniere timorato cui ci ha abituati il caro, vecchio, provincialissimo centrosinistra italiano.

(Jacopo Rosatelli)

6 commenti

Archiviato in democrazia e diritti, sinistra

6 risposte a “Il triplice inganno del decisionismo

  1. paolo hutter

    sarebbe interessante recuperare le esperienze e i lavori di luigi bobbio sulle varie possibilità di confronto per prendere decisioni riflettute e partecipate…(per quanto riguarda veltroni c’è sempre da ricordare cosa è successo al suolo o territorio o edificato romano per via delle cementificazioni decise dal comune)

  2. Mox

    Non mi assumerò l’ingrato compito di difendere Veltroni, né quello di difendere Schmitt da un così umiliante accostamento… 🙂
    Tu poni l’alternativa tra discussione e decisione, ma credo che questo rappresenti solo una parte del problema. Prendiamo le ultime due legislature come esempio paradigmatico. Quella attuale è stata caratterizzata (almeno fino a prima dell’estate) da una maggioranza ampia e obbediente agli ordini del capo, che ha permesso di ridurre (anzi svuotare) l’autonomia del parlamento. Ma non son sicuro che la legislatura precedente abbia offerto un bell’esempio di “democrazia dibattente”, con un governo debolissimo e costretto a mediazioni estenuanti, in particolare in un senato dove qualsiasi Carneade nominato da nonsisachi poteva diventare ago della bilancia. Il problema di fondo non sta, a mio avviso, nel fatto che l’equilibrio dei poteri sia a vantaggio del legislativo o dell’esecutivo (le democrazie occidentali offrono a questo riguardo esempi diversi e funzionanti, non credo che in astratto il sistema tedesco sia migliore o peggiore di quello americano). La questione è a monte, nella qualità dei rappresentanti del popolo e nel loro modo di svolgere il proprio mandato. Il fatto di dover discutere e modificare ogni provvedimento per non scontentare il Dini, il Mastella, la Binetti, il Giordano di turno… non rendeva le decisioni finali più razionali in quanto frutto di pubblico dibattito. Più prosaicamente, pochi individui bisognosi di visibilità personale disponevano di uno spropositato potere di ricatto, e questa situazione ha logorato il governo di centrosinistra provocando la sonora sconfitta del 2008 (le cui origini vanno ricercate ben prima della resistibile ascesa di Veltroni, che pure ha fatto la sua parte). Insomma, non è automatico che il primato del parlamento si traduca in un primato di una discussione aperta e ragionevole.
    Così come non è automatico che il primato della “vera decisione politica” sulla “tecnica” sia un bene di per sé. La linea ad alta velocità Torino-Lione ne è l’esempio più lampante: sia pure nella semiclandestinità, l’unico vero osservatorio tecnico che abbia valutato costi e benefici dell’opera ha stabilito la sua inutilità. I politici hanno preso atto delle valutazioni dei tecnici e hanno detto: ottimo lavoro, adesso andiamo avanti col progetto! Perché la decisione sulla linea TAV non è tecnica ma, appunto, “politica” (come spiega il professor Tartaglia in un’amara lettera aperta che merita di essere letta: http://www.lavoroesalute.org/index.php?option=com_content&view=article&id=95:lattera-aperta-del-prof-angelo-tartaglia-&catid=58:tav&Itemid=63). Pensare che chi gestisce i soldi pubblici sia vincolato da considerazioni di natura tecnica non mi sembra una bestemmia. Anche perché, se oggi chiunque sia al governo ha vincoli di bilancio molto rigidi e margini di manovra molto stretti, la colpa non è solo dei cattivi tecnocrati europei: la responsabilità è in massima parte delle decisioni politiche che, fin dagli anni della prima repubblica, hanno determinato un debito colossale che noi e le generazioni future dobbiamo ripagare. La democrazia si basa sulla ricerca del consenso nel presente, e questo rende difficile prendere decisioni i cui benefici siano visibili sul lungo periodo: poiché questo è un difetto congenito della democrazia, non sono contrario a priori all’idea che le tecnocratiche istituzioni europee costituiscano un limite anche significativo alla sovranità dei singoli Stati. Perché questo significa anche limitare la possibilità che una classe dirigente poco lungimirante ipotechi il nostro futuro in nome del consenso presente. Poi si può discutere nel merito il modo in cui vengono definiti questi margini (l’Europa unita è, in un questo senso, ancora tutta da inventare), ma finora è solo alla permanenza nell’euro che dobbiamo la sopravvivenza della nostra fragile economia.
    Per farla breve, condivido il nocciolo della tua riflessione ma dobbiamo tenere ben presente che qui e ora non si parla in astratto di una disputa tra Schmitt e Habermas sulla natura della democrazia. Molto più concretamente, si tratta di un sistema che riesce ad esprimere e sintetizzare il peggio del decisionismo e del “discussionismo” per ragioni strutturali e per il basso livello della classe politica. Non è ideologico pensare che alcuni aspetti istituzionali vadano modificati (ad esempio, per quanto mi sforzi non riesco a vedere alcuna utilità nel bicameralismo perfetto). La legge elettorale va riscritta da capo, possibilmente copiando (come suggeriva Sartori) riga per riga la legge elettorale di qualsiasi altro paese europeo. E, quanto alle vere decisioni, è giusto che costruire un ponte sia una decisione politica, ma lo attraverso con più tranquillità se so che la valutazione di fattibilità è stata affidata a un ingegnere.

    • Jacopo Rosatelli

      Caro Mox,

      nella sostanza delle tue riflessioni (per le quali ti ringrazio assai) mi ci ritrovo. Rovesciando la questione, quando il potere di ricatto di minipartiti e micropersonaggi si ammanta di “discussione politica” è giusto smontare anche quella costruzione ideologica.
      E tuttavia, non si può non vedere come dietro la formula della “democrazia decidente” si inseriscano le insidie più pericolose, in questa (e sottolineo questa) fase storica. Ben più che dietro l’apologia della discussione: anche perchè i Mastella di turno non esercitano quasi mai la loro interdizione nel nome della centralità del Parlamento o simili, ma quasi sempre (di nuovo) richiamandosi ad autorità esterne, tipo la Chiesa cattolica o la Confindustria. In questo io sono un hobbesiano-schmittiano duro: decide il potere politico contro qualunque “potestas indirecta” che viene da fuori, a meno che sia un’istituzione giudiziaria posta a garanzia dei diritti fondamentali
      Una parola anche sul rapporto tra “tecnici” e politici. Allora, se le cose stessero come dici tu, figurati: sarei il primo a scrivere sperticati elogi della funzione del “tecnico” in una democrazia matura. Ma quello che volevo dire io era un’altra cosa: il centrosinistra ha fatto le scelte fondamentali della propria politica mai giustificandole come tali, ma sempre nel nome di una malintesa, pedissequa applicazione di decisioni assunte altrove. Senza dire, cioè, che quelle decisioni assunte altrove fossero giuste, ossia politicamente fondate e difendibili attraverso argomenti e non attraverso richiami alla lezione ex auctoritate.. Esempio grezzo: l’infame bombardamento di Belgrado si fa perchè lo dice (più o meno…) l’ONU. E non ci si chiede mai se la decisione dell’ONU (o chi per essa) sia giusta: si fa e basta. Ecco, a me sembra che questo pazzesco difetto di politica sia una delle cifre fondamentali di questo triste ventennio del centrosinistra italiano.

  3. francesca gruppi

    Caro Jacopo,
    tutto ciò che scrivi è sacrosanto. Aggiungo una battuta: se Veltroni e, secondo me, la gran parte dei dirigenti del PD, utilizzano a sproposito espressioni quali «democrazia decidente», con un’analisi fondamentalmente errata delle lacune della nostra democrazia e della ‘missione’ del centrosinistra, è anche perché quel «cielo della teoria» cui tu giustamente ti appelli per riportare le parole all’interno del proprio contesto d’origine e di senso, è loro – temo – totalmente ignoto. Ovviamente non intendo dire che un buon politico debba essere necessariamente anche un buon intellettuale (come Vendola, guarda caso…); se non si ha voglia di compiere lo sforzo lo si faccia fare a qualcun altro: sociologi, scienziati politici, economisti (magari non Alesina e Giavazzi) e, perché no, anche qualche filosofo, ma quantomeno ci si ponga il problema di padroneggiare il lessico politico e, soprattutto, di dotarsi degli strumenti adeguati di comprensione della nostra odierna società. Anche l’impoverimento del linguaggio, fatto di formule vuote che vengono ripetute come insopportabili mantra («rimbocchiamoci le maniche», «il partito ha perso la bussola», «il segretario non si arrocchi») testimonia una rinuncia sostanziale a capire il reale in profondità, ad aggiornare la propria analisi politica, ossia come sempre, a lavorare in modo serio sul programma e sui contenuti.

  4. andrea

    Caro Jacopo, sono d’accordo su discussione e forze frenanti. Va detto, tuttavia, che durante il recente dibattito su Torbellamonaca è emerso che il comune è ancora in causa, per una questione di esproprio, con i vecchi proprietari dell’area. Questa è l’Italia. E ancora: quanto tempo ci vuole per abbattere le costruzioni abusive? Oppure: quanto tempo ci vuole per fare un appalto e acquistare i tram di una nuova linea? A Roma il Piano regolatore è stato approvato in una decina d’anni. Insomma, i tempi delle decisioni sono biblici. Non va bene. Quindi, l’istanza decisionista è legittima. Certo, non è il nodo della ingovernabilità del paese. Sicuramente non l’unico. Però, non la definirei come questione destituita di ogni fondamento.
    Trovo, tuttavia, un parallelismo con la questione del processo breve. Alla fine, le “riforme” della giustizia fatte finora premiano chi ha la capacità di mandarla per le lunghe. Un po’ come chi si vuole opporre a decisioni amministrative (fa ricorsi, contro ricorsi, ecc.). Normalmente ha sempre il portafoglio che glie lo permette.

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