E’ tempo di primarie, in Spagna

Il 3 ottobre si svolgeranno le primarie per scegliere il candidato del partito socialista (PSOE) alla carica di Presidente della Comunità Autonoma di Madrid (la regione della capitale spagnola), dove nel 2011 si andrà al voto. A confrontarsi sono Trinidad Jiménez, attuale ministra della sanità del governo di Zapatero, e Tomás Gómez, segretario generale della federazione madrilena del PSOE. Un appuntamento molto importante per la politica spagnola, che a noi interessa soprattutto per ciò che può dirci sulle primarie, tema-chiave (come ben sappiamo) per il centrosinistra italiano.

Sembra un lontano ricordo il giorno in cui Gómez, forte del suo primato da guinness di sindaco più votato di Spagna nelle municipali del 2003 (prese il 75% dei voti nella città di Parla, nella cintura madrilena), venne eletto segretario generale con il 91% dei consensi del congresso (altro record) e celebrato come astro nascente dallo stesso José Luis Rodríguez Zapatero. L’«uragano Gómez» ha definitivamente perso tutta la sua intensità, quando, diversi mesi fa, un sondaggio interno del partito ha evidenziato che il candidato più adatto a confrontarsi con Esperanza Aguirre, attuale Presidente della Comunità Autonoma ed esponente del Partido Popular (PP), risultava essere proprio la ministra della sanità. Nonostante la richiesta di Zapatero di fare un passo indietro, Gómez ha deciso di non ritirare la propria candidatura, per «un atto di responsabilità nei confronti dei militanti». Jiménez, dal canto suo, precisa di non essere stata spinta da nessuno a candidarsi, e che la sua scelta deriva da una riflessione profonda sulla situazione del partito socialista nella capitale. Già, perché il problema fondamentale per il PSOE è che, in tutti i sondaggi, elemento imprescindibile in questa disputa, i popolari continuano ad aver un buon margine di vantaggio – quale che sia il candidato presidente avversario.

Il partito socialista non governa la Comunità di Madrid dal 1995 e questa ferita brucia molto per due ragioni. In primo luogo, perché a condurre il PP alla vittoria, nelle due ultime tornate, è stata Esperanza Aguirre, ossia una delle figure più radicali della destra spagnola. E poi perché nel maggio 2003 fu lo stesso PSOE a condannarsi con le proprie mani all’opposizione, per via di una sospetta – e mai sufficientemente indagata – “diserzione” di due deputati socialisti, che si assentarono nella decisiva seduta d’investitura del presidente. La maggioranza PSOE-Izquierda Unida saltò per un voto, e ne fece le spese il presidente designato Rafael Simancas. Il conseguente scioglimento del parlamento regionale e l’indizione di nuove elezioni per il successivo novembre consentirono al PP di riguadagnare il controllo della Comunidad.

L’assenza dal governo della capitale della Spagna rappresenta, insomma, un vulnus molto significativo, a cui il PSOE sta cercando di porre rimedio in ogni modo, a cominciare dalla scelta di nuovi dirigenti. Il giovane Gómez giunse alla direzione del PSOE madrileno nel 2007 con la promessa di ridare unità e smalto al partito e sembrava essere riuscito nell’impresa. Ma un buon politico non può essere tale se non ha buone chances di vittoria alle elezioni – per quanto, nel 2011, sarebbe già un successo limitare il trionfo annunciato del PP, impedendogli di raggiungere la maggioranza assoluta. Ecco spiegata l’origine dell’attuale disputa tra Gómez e Jiménez. Per dirimerla sono state indette elezioni primarie, in modo tale che la scelta sia effettuata dalla base degli iscritti (come prevede lo statuto del partito). La soluzione è certamente democratica. Ma i problemi e i nodi da sciogliere non mancano.

1. Queste primarie madrilene servono per scegliere democraticamente il candidato preferito dai militanti o per cercare di legittimare il candidato indicato dal vertice? Le pressioni dall’alto sono piuttosto evidenti, com’è dimostrato dal fatto che quasi tutti gli attuali membri del governo e il candidato per l’alcaldía (la carica di sindaco) di Madrid, Jaime Lissavetzky, hanno pubblicamente dichiarato il proprio appoggio a Trinidad Jiménez – che qui tutti chiamano semplicemente «Trini». Agli iscritti della federazione socialista madrilena si prospetta questo dilemma: votare il candidato in base all’affinità politica o alle (presunte) possibilità di vittoria nella competizione elettorale del 2011. Buona parte della dirigenza del PSOE ha già espresso la propria preferenza per la seconda ipotesi, e non c’è dubbio che questa posizione miri a influenzare la decisione finale del singolo affiliato. Il richiamo al voto utile può essere un messaggio ragionevole, ma si può pensare di sottomettere il giudizio personale dei votanti al solo appeal elettorale del candidato? I dubbi crescono se si pensa che spesso assistiamo – anche nel centro-sinistra italiano – al tentativo di bandire quei candidati che appaiono, in qualche misura, più “radicali” poiché la loro (presunta) posizione politica pregiudicherebbe la possibilità di ottenere il voto degli «elettori moderati». Classico caso di pregiudizio spacciato per “verità politica”, dal momento che questa tesi è ben lungi dall’essere sostenuta in modo univoco nella letteratura politologica.

2. Le primarie mettono in scena una sana competizione o lo spettacolo di una lacerante divisione all’interno del partito? Il PSOE utilizza le primarie dal 1998, quando furono indette per scegliere il candidato alle elezioni generali del 2000. L’inaspettata vittoria di Josep Borrell, provocò una lacerante convivenza al vertice con il segretario generale Joaquin Almunia e quell’esperienza negativa ha indotto il partito a limitarne l’utilizzo solo quale extrema ratio. Esiste, dunque, una certa reticenza da parte dei vertici a fidarsi delle primarie, un certo timore nel consentire che i membri del partito possano influire sulle scelte importanti. Ma è giustificata questa paura?

Gli stessi sondaggi che hanno messo in dubbio la candidatura di Gómez dicono che gli iscritti socialisti valutano positivamente le primarie, perché le considerano un esercizio di democrazia interna. Dicono anche che dal mese di maggio, ovvero quando è iniziato il confronto tra i due candidati, la fedeltà di voto per il PSOE è aumentata di 23 punti percentuali. Per il fatto stesso che dei candidati competono, è certamente vero che la natura delle primarie “mette in scena” una divisione all’interno del partito; ma le divisioni interne esistono indipendentemente delle primarie e diventano insanabili solo quando il partito non è una struttura stabile. Si potrebbe dire, insomma, che le primarie rafforzino i partiti forti e capaci di far convivere le differenze senza traumi.

In conclusione, le primarie non sono certo una cura miracolosa, ma nemmeno l’origine di tutti i mali. Semplicemente, si tratta di uno strumento che, in quanto tale, produce dei risultati a partire dal contesto in cui si applica. E sostenerne la legittimità non significa certo dimenticare quello che viene dopo. I circa ventimila socialisti madrileni che voteranno il 3 ottobre sanno bene che la vera sfida sarà quella con Esperanza Aguirre, contro la quale il PSOE non potrà solo opporre un candidato dotato di appeal, ma avrà anche bisogno di un programma credibile per tentare di produrre el cambio nella politica della Comunità.

(Federico Viotti, Madrid)

10 commenti

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10 risposte a “E’ tempo di primarie, in Spagna

  1. paolo hutter

    immagino che le elezioni siano a turno unico..solo noi facciamo primarie per elezioni a doppio turno

  2. Riccardo Pennisi

    Guarda caso, alla fine ha vinto il candidato (Tomás Gómez) più lontano dal “palazzo”…

    Il partito socialista madrileno può almeno giovarsi della scossa salutare ricevuta grazie alle primarie. E siamo sicuri che Trini, candidata ufficiale e ministra del governo più impopolare della storia della democrazia spagnola, sarebbe stata la sfidante ideale della destra?

    Anche da noi, la lista dei candidati imposti dall’alto costituisce un’imbarazzante elenco di fragorosi fallimenti.

  3. andrea

    Caro Riccardo, oggi al tema del tuo post è dedicato un lungo articolo di Rampoldi su Repubblica, che commenta i risultati delle primarie di Madrid. Rampoldi dice una cosa, che non so se sia vera: è stata una lotta senza esclusione di colpi, nella quale c’è stato di tutto meno che il confronto, magari aspro, delle idee. Se è così, ci si potrebbe domandare se il gioco delle primarie vale la candela (brutto spettacolo politico senza dialettica delle idee… ma non proseguo su questo tema perché sarebbe lungo argomentare in proposito). Il punto, però, rimane: come si può promuovere, all’interno della sinistra, un dibattito di idee – meglio se costruttivo -? Specie in un momento in cui il mondo, e la sinistra, di nuove idee ha un disperato bisogno? Le primarie, da sole, sembrano non essere la bacchetta magica per risolvere il problema (almeno stando a quanto sia tu che Rampoldi dite).

  4. Riccardo Pennisi

    Al contrario, io sono convinto che le primarie siano un modo per stimolare la discussione sia sulle idee che sui programmi, a patto che si svolgano secondo alcuni principi.

    Il primo è che sia una competizione reale (non alla Veltroni insomma, col risultato già scontato). Il secondo è che sia consentita una partecipazione larga, oltre i limiti di partito. Alle primarie di Madrid hanno votato meno di 15.000 persone su una popolazione di 6 milioni: così è

  5. Riccardo Pennisi

    facile evitare di parlare di programmi.

    Se si arrivasse a primarie a partecipazione allargata e con una vera competizione (entrambe le condizioni sono oggi possibili in Italia), sarebbe un fatto sicuramente positivo per la sinistra italiana sia dal punto di vista della discussione e dell’elaborazione di idee, sia per una scelta democratica del leader.

    • andrea

      Questa è un’asserzione. Sulla quale sono d’accordo. La competizione come “frusta”. Non è che fin qui l’abbiano sostenuta in parecchi

  6. Federico

    Gomez sicuramente ha guadagnato parecchio da questa questa sfida, almeno in visibilità e per questo non sono state del tutto inutili per il partito. E non mi sono nemmeno sembrate un brutto spettacolo se si considera che hanno richiamato al voto l’81,2% dei membri.
    Non ci dimentichiamo, comunque, che Gomez si è presentato come “candidato della base”, come un “Davide” che sfida “Golia”,ma nella federazione di Madrid il vertice è proprio lui. Mi è stata segnalata un’intervista di Inaki Gabilondo a Josep Borrell (grazie Paulita!) in cui si parla anche del risultato delle primarie. Borrell dice chiaramente che il grande vantaggio di Gomez è stato detenere il potere organico nella federazione del partito socialista di Madrid.

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