30 anni possono bastare

30 anni di rivoluzione conservatrice italiana da chiudere. Ma anche 30 anni di età, chi più chi meno, di chi scrive un documento per fare delle proposte alla sinistra italiana non in quanto “giovane” ma in quanto persona che pensa delle cose e ha deciso di impegnarsi in politica perchè è in ballo la sua vita. Considerando la candidatura di Nichi Vendola un buon punto di partenza ma dicendo anche che non basta: servono parole nuove; un’idea di come organizzare la tua parte di società in un partito; un progetto di “riforme che cambiano la vita” e sulle quali costruire la mobilitazione e il futuro programma.

Il documento “30 anni possono bastare” (lo ripubblichiamo qui sotto) è già stato firmato da moltissimi. Le adesioni si possono mandare a 30annipossonobastare@gmail.com.  Se ne discuterà pubblicamente lunedì 18 ottobre alle ore 18 in Via Goito 39 (IV Piano), con chi il documento l’ha scritto, chi l’ha firmato, con Cecilia D’Elia e Gennaro Migliore di Sinistra Ecologia e Libertà.

Ecco il documento:

E’ arrivato il tempo di chiudere il trentennio conservatore italiano. Negli ultimi 30 anni, prima più timidamente sotto i governi di pentapartito e poi con più decisione nell’era Berlusconi, è stata portata avanti la versione nostrana del reaganismo: delegittimazione, saccheggio e svuotamento dello Stato; riduzione delle tasse per i più ricchi attraverso i condoni e gli “scudi”; concentrazione dei poteri nell’esecutivo. Accanto a questo programma politico se ne è realizzato uno culturale, a partire dalla creazione della prima stazione TV di Berlusconi nel 1978: delegittimazione del sistema formativo, mercificazione del corpo femminile, diffusione della paura per i diversi.

30 anni di “rivoluzione conservatrice” all’italiana possono bastare. E i 30 anni di età di molti di quelli che firmano questo documento sono abbastanza per poter dire la propria sul futuro di questo Paese e della sinistra. Chiediamo di parlare non perché “giovani” ma proprio in quanto adulti. Non chiediamo posti di potere ma ci impegniamo in politica perché le politiche sbagliate di questo trentennio stanno rendendo impossibili i nostri attuali lavori e, in molti casi, anche la nostra permanenza in questo Paese.
Questo governo sta mettendo in atto una vera offensiva anti-intellettuale: colpisce, a volte per risparmiare poche decine di milioni di euro, tutti i settori che producono cultura, sapere, informazione. L’Italia evolve, neanche troppo lentamente, verso un regime semi-autoritario con un’informazione generalista sotto il controllo del Capo, un sindacato indebolito e diviso ad arte, una legge elettorale peggiore di quella che portò al potere il fascismo, una magistratura che viene ridotta all’impotenza.

Tutto questo non è inevitabile. Siamo oggi ad una sfida cruciale, il cui esito non è affatto già scritto. Chi firma questo documento pensa che la candidatura di Nichi Vendola alle primarie del centrosinistra sia un primo punto di partenza per cambiare lo stato di cose esistente e che tuttavia da sola non possa bastare. Alcuni di noi hanno deciso di iscriversi a Sinistra Ecologia e Libertà e di farlo sulla base di ciò che è scritto in questo documento. Altri, pur condividendo questi contenuti, hanno deciso di scegliere strade e luoghi diversi.

Noi pensiamo che si debba cominciare da tre elementi: nuove parole per descrivere la realtà; un’idea di come organizzare una parte di società in un partito; alcune riforme che cambino la vita delle persone.
Accettare le parole dell’avversario significa accettare la sua descrizione della realtà e la sua scala di priorità. Dobbiamo partire quindi dal dare un significato diverso a parole come sicurezza, riforme, innovazione, libertà, merito. L’Italia è uno dei paesi più diseguali e ingiusti del mondo ricco e questa è una delle cause principali della crisi attuale. La parola “merito”, così abusata e così poco attuata, oggi è vuota senza la parola “uguaglianza”. L’Italia di oggi ha bisogno di riconoscere le capacità di tutte/i e di permettere, come dice la sua costituzione, “il pieno sviluppo della persona umana”.
Dobbiamo poi introdurre nuove parole (o reintrodurne di antiche) come: persone; vita; mutualismo; lavoro; comunità e socialità; differenza; poteri e diritti; giustizia sociale; conoscenza; beni comuni. Crediamo che il compito della sinistra possa essere ridefinito da una nuova e più ricca idea di uguaglianza che combini la distribuzione equa delle risorse “qui ed ora”, con il principio della giustizia intergenerazionale.

C’è poi una parola che bisogna ricominciare ad usare nel suo significato originario: è la parola partito, nel senso di forma di organizzazione collettiva per la partecipazione dei cittadini alla politica. Non abbiamo nostalgia dei vecchi partiti di massa ma pensiamo che una politica senza partiti sia una politica più notabilare e meno democratica. Serve un partito che sia una forma di organizzazione della coalizione sociale del centrosinistra, non un recinto per un ceto politico. Occorre una struttura orizzontale in cui il centro, anche attraverso internet, fornisca strumenti, materiali, simboli, conoscenza, saperi organizzativi. Un partito è tale anche se si riunisce in dei luoghi fisici precisi che svolgano varie funzioni: essere centri di socialità e di incontro per le comunità; luoghi di produzione e diffusione di conoscenza; occasioni per condividere una nuova narrazione, soprattutto grazie agli strumenti messi a disposizione dalla cultura, dalla creatività e dall’arte; luoghi dove si pratichi il mutualismo come attuazione concreta di quel principio di cooperazione che deve essere alla base della nuova sinistra. Infine, i luoghi di questo partito devono essere a disposizione di associazioni, movimenti, gruppi di acquisto solidale, comitati. Molte di queste cose vengono già fatte dalle sezioni di partito, altre avvengono in sedi associative, centri sociali, librerie, comitati di quartiere. E’ tempo di trasformare queste esperienze in una politica, è tempo che queste pratiche abbiano i loro rappresentanti eletti nei luoghi dove si fanno le leggi.

Una delle cose peggiori avvenute in questo trentennio è il cambiamento del significato della parola “riforme”, confinata all’ambito istituzionale oppure sinonimo di sacrifici da imporre sempre alla parte più debole del Paese. Per chiudere il trentennio conservatore italiano bisogna partire dalle “riforme che cambiano la vita” come fu per l’istituzione della scuola media unica, l’abolizione dei limiti di ingresso all’università o la riforma del diritto di famiglia. Noi ne abbiamo individuate alcune prioritarie.
1. In Brasile il presidente Lula si è posto l’obiettivo della “fame zero”. Allo stesso modo il nuovo Presidente del consiglio italiano dovrà porsi quello della “precarietà zero” agendo su diversi fronti: la legislazione sul lavoro, il welfare, la dimensione delle imprese, il lavoro che in qualsiasi maniera dipende dalla mano pubblica. Bisogna affermare il principio che a mansione stabile nel tempo deve corrispondere un contratto stabile. Allo stesso tempo ci sono lavori che però sono e saranno sempre intermittenti per i quali è inevitabile pensare ad una protezione attiva e promozionale delle professionalità anche fuori dal lavoro. Bisogna rimettere al centro dell’agenda il tema della libertà nel lavoro: garantire l’autonomia dei singoli, promuovere la formazione, dare una garanzia universale di reddito a chi perde il lavoro o si licenzia per cercarne uno migliore, difendere il diritto dei lavoratori ad organizzarsi collettivamente proteggendo lo strumento del contratto collettivo nazionale di lavoro. Questa è la nostra idea di sicurezza: dalla povertà, dall’instabilità, dallo sfruttamento.
2. Serve un nuovo modello di sviluppo basato sulla conoscenza e la ricerca, la produzione culturale, la tutela e la valorizzazione dei beni comuni, la riqualificazione urbana, l’assistenza e la cura delle persone, la filiera corta, l’agricoltura biologica, lo slow food, le energie rinnovabili. Uscire dalla crisi producendo cose diverse e più utili, non costringendo le persone ad indebitarsi per comprare oggetti inutili o anche solo per sopravvivere. Un’economia basata sulla creatività, il benessere umano, la qualità invece che una basata sul saccheggio e la distruzione di risorse umane e naturali. Lo “sviluppo” non è un concetto neutro da affidare ai tecnocrati, dipende da scelte politiche: per esempio quello di ricostruire le nostre città, invece di continuare a cementificare il territorio. Anche questo è il significato che vorremmo attribuire alla parola “innovazione”.

3. L’Italia di oggi ha molta solidarietà ma poca giustizia. E senza giustizia sociale non si può uscire dalla crisi attuale. La giustizia sociale dipende dal mercato del lavoro ma anche dal fisco: bisogna combattere l’evasione e i paradisi fiscali, spostare soldi sui settori che possono costruire un nuovo modello di sviluppo. E poi tassare proporzionalmente le rendite e i patrimoni, perchè questo crea le condizioni di sviluppo di un welfare più giusto. Chiudere il trentennio significa ribadire che le tasse sono soldi che producono servizi e diritti, da garantire universalmente a tutti i cittadini. Il nuovo Presidente del Consiglio dovrà avere il coraggio, per esempio, di chiedere i soldi a chi oggi ha uno yacht per investirli in tutela del territorio e treni per i pendolari.

4. Non si esce dalla crisi finché non si risolve il problema della disuguaglianza non solo sociale ma anche di genere o basata sull’orientamento sessuale. Serve una politica di liberazione, che parta da un’idea non mercantile dei diritti e riconosca che non sono un bene scarso: più persone ne godono e meglio è per tutti. Le donne italiane non possono essere l’anello debole della società, su cui scaricare, per inefficienze o inadempienze, il peso dell’organizzazione sociale. Il welfare deve essere pensato per permettere alle donne e agli uomini di coniugare i tempi di cura, i tempi per sé e i tempi di lavoro; occorre una rete di servizi e di assistenza per la cura degli anziani e dei bambini; serve il riconoscimento delle capacità delle donne nei luoghi di lavoro, la vera uguaglianza nelle retribuzioni, la possibilità di gestire più liberamente il proprio tempo. L’emancipazione passa dalle politiche, dai comportamenti pubblici e dalla cultura di massa: bisogna mettere fine alla mercificazione del corpo delle donne, esibito come oggetto decorativo e consumato come spettacolo d’intrattenimento. Si può mettere fine ad un mondo dove “l’avere il proprio corpo” prevale sull’essere il proprio corpo, che viene così, alienato e umiliato.

L’Italia si deve emancipare dalla cultura machista e patriarcale: i gay, le lesbiche, i trans gender sono il 10% della popolazione e non possono più essere considerati cittadine/i di serie B. Assicurare ai nuclei familiari conviventi, al di là dell’orientamento sessuale o religioso, una forma giuridica significa garantire loro diritti e doveri all’interno della società, sanando una situazione di discriminazione.
5. Le mafie e l’illegalità non sono un fenomeno esterno al sistema economico e politico italiano, ne sono il normale metodo di funzionamento. Oggi in Italia c’è una disuguaglianza anche nell’accesso all’illegalità: chi ha la posizione giusta può conservarla e aumentarla trasgredendo la legge e sfuggendo al sistema repressivo che diventa invece implacabile con i più deboli e i diversi. Bisogna abolire le leggi ad personam e ad aziendam, colpire l’economia mafiosa (e quella “legale” ad essa contigua) e sostenere quella che non china la testa, fornire più forze e mezzi alla magistratura, avere meno detenuti e proteggerne la salute e la vita.

La parola libertà deve tornare ad associarsi alla parola sinistra. Libertà dalla paura, dalla povertà, dall’ingiustizia, dalla violenza, dalle mafie. Non è scritto nel destino che si debba uscire dall’attuale crisi economica con un mondo ancora più ingiusto e crudele. Non è scritto nella storia italiana che questo sia un Paese di cui Berlusconi sia il massimo rappresentante. Nella storia italiana non c’è solo il fascismo o la degenerazione della prima repubblica, ci sono anche Beccaria, le società di mutuo soccorso, uno dei movimenti operai più forti dell’occidente, il movimento delle donne e quello per la riforma agraria. L’Italia di oggi è anche quella del movimento antimafia, delle botteghe del commercio equo, delle associazioni di volontariato, di quelle degli studenti e delle organizzazioni non governative che promuovono in giro per il mondo la sola pace possibile, quella senza soldati e guerre. E’ l’Italia di giornalisti, magistrati, insegnanti, operai, imprenditori che continuano a fare il proprio lavoro e a rispettare la legge nonostante tutto e a volte senza guadagnarci nulla, anzi spesso perdendoci la vita. E’ anche narrando questo Paese che pensiamo di costruirne uno nuovo.

Questo Paese è anche nostro. Non gli chiediamo di essere un altro Paese, gli chiediamo di essere il meglio di quello che è stato nel passato e di quello che è oggi. A chi ci dice di andarcene chiediamo di fare le valigie, insieme alla brutta politica di questi anni.

Per adesioni: 30annipossonobastare@gmail.com

Promosso da:
Adriana Bozzi
Alessandro Coppola
Vincenzo Cramarossa
Paola Di Fraia
Giordana Pallone
Riccardo Pennisi
Sara Alice Perera
Claudia Pratelli
Marco Procaccini
Luca Raso
Jacopo Rosatelli
Francesco Sinopoli
Enrico Sitta
Mattia Toaldo

15 commenti

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15 risposte a “30 anni possono bastare

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  5. Devo dire che ho simpatia per Nichi Vendola e in certi momenti accarezzo l’idea di poterlo votare.. Mi dico che anche se non condivido diversi punti della sua analisi e proposta politica almeno ha il pregio di essere una persona stimabile, intelligente, sensibile, capace di esprimersi, di ragionare e argomentare, almeno ha il pregio di prendere delle posizioni abbastanza precise e mi pare che abbia saputo governare abbastanza bene la Puglia. Ma poi finisco sempre a rendermi conto che non ce la potrei proprio fare a votarlo. Mi rendo conto che c’è davvero troppa distanza tra me e lui e ancora di più con molti di quelli che lo sostengono. Dopotutto le persone contano, ma ancora di più contano le posizioni politiche: io stimo Nichi Vendola, spero che si candidi alle primarie, ma spero anche che sia battuto e con lui molte delle sue idee. In ogni caso non potrei votarlo, visto che sono liberale e lui e il suo movimento no.
    In particolare mi colpisce, ancora una volta, quest’analisi preliminare contenuta nel vostro documento: “Questo governo sta mettendo in atto una vera offensiva anti-intellettuale: colpisce, a volte per risparmiare poche decine di milioni di euro, tutti i settori che producono cultura, sapere, informazione. L’Italia evolve, neanche troppo lentamente, verso un regime semi-autoritario con un’informazione generalista sotto il controllo del Capo, un sindacato indebolito e diviso ad arte, una legge elettorale peggiore di quella che portò al potere il fascismo, una magistratura che viene ridotta all’impotenza.” L’idea del regime autoritario, il paragone col fascismo, l’informazione sotto il controllo del Capo, la magistratura impotente.. non condivido un’acca. Sarebbe lungo sviscerare ogni punto e spiegare perchè trovo quest’analisi fasulla, perciò lascio stare. (Ma sia chiaro che io non ho mai votato Berlusconi, mai comprato il Giornale, vorrei che cambiasse la legge elettorale, sono contro le varie leggi ad personam e praticamente non guardo la tv.) Credo che Nichi per il Pd sia la scelta sbagliata perchè perderebbe molti voti liberali e penso anche cattolici (ci vado perchè non essendo cattolico non vorrei parlare a nome dei cattolici). Credo che il progetto del Pd probabilmente sia finito se vince Vendola.

    • mattia

      caro spago,
      la nostra analisi parte proprio dall’idea che ci sia uno scivolamento verso un regime semi-autoritario. Non come il fascismo magari, ma come la Russia di oggi sì. Non siamo solo noi a dirlo, guarda le classifiche di Freedom House o leggi la stampa straniera, soprattutto quella liberale. Guarda poi le alleanze internazionali più strette e che sono al cuore della politica estera di Berlusconi. Spero continuerai a guardare con simpatia a Vendola e magari a leggere i nostri documenti, magari un giorno saremo d’accordo.

  6. Da “Non Berlusconiano” convinto affermo che questo documento è la prova tangibile che il paese non cambierà mai, legato a politiche di assistenzialismo che nuociono a quello che voi chiamate merito.

    Magari averlo avuto veramente Reagan o la Thatcher invece abbiamo un caudillo sudamericano ignorante e populista. Nichi vendola è il marchio di fabbrica che indica a chiare lettere “In questo paese non cambia un cavolo

    Il merito, quello vero basato su una politica che premia il più intelligente, il più bravo, il più veloce, quello che ha più idee, che guadagna di più, che inventa di più, che brevetta di più, cozza profondamente con le logiche di uguaglianza e mutualismo che propugnate.

    Un mondo basato sul bisogno altrui, un mondo basato su una dittatura etica che non permette di poter scegliere è un mondo che non conosce anche la parola libertà che spesso sbandierate.

    Un mondo che parla di “organizzazione collettiva” e scorda “l’Individuo” è un mondo che nega l’esistenza di idee diverse dalla propria, un mondo che non si mette mai in discussione e che fonda le proprie fondamenta sul dogmatismo e sulle ideologie.

    Le riforme servono alla parte più debole del paese a capire che non è poi così debole e come sono riusciti in tanti, anche loro possono svegliarsi la mattina ed andare a lavorare invece di attendere la carità di mamma stato pronta a pulire il sederino.

    1) La mano pubblica su ogni attività è il peggiore incubo stalinista che possa uscire da mente umana, è da qui che già si evince che il merito lo si vuole buttare nel secchio. Posto fisso a chi è fisso sulla sedia senza combinare nulla: tanto nessuno mi tocca ed ho il mio sindacato del Deutsche Arbeiter Front che mi para il sederino perché faccio parte del partito, ma poi non fate un nuovo documento quando saremo costretti ad emigrare in Romania per lavorare.

    2) Pura fantascienza ed evidente ignoranza scientifica… prababilmente investire in ricerca è diventato fondamentale visto i svarioni ideologici senza alcun fondamento scientifico che possano scaturire dal punto 2: investire in ricerca di rinnovabili è fondamentale, ma in previsione futura, oggi senza Inceneritori e Turbogas saremo nella cacca fino al collo. Togliere innanzittuto gli incentivi per chi passa alle rinnovabili: non vedo perché chi paga regolarmente la bolletta ogni mese, ed anche le tasse, deve vedere le proprie tasse regalate a chi sceglie un pannello solare; Slow food è il tipo di politica che premia il poco, quella che farebbe di morire di fame il terzo mondo. L’italia era negli anni ’80 uno dei fiori all’occhiello nella ricerca degli OGM, OGM che oggi vengono definiti con i peggiori termini possibili da persone che non sanno neanche cosa sia un OGM (vedi anche). L’ignoranza porta sempre fondamentalismo;

    3) Abbassiamo le tasse e vedrete come si abbattono da soli i paradisi fiscali: lavora 24 ore su 24, 7 giorni su 7, 365 giorni l’anno senza andare in pensione… e dare il 50% allo stato che regala i soldi a chi si gratta il culo dalla mattina alla sera, ai cassaintegrati che fanno il doppio lavoro in nero, al dipendente statale che chatta su Facebook e che non riempie una buca delle tante buche che si creano di continuo sul manto stradale. Viva gli evasori: sono eroi in uno stato del genere. Poi non si capisce perché chi più è bravo, più crea innovazione, più crea sviluppo, più crea occupazione… ergo guadagna di più deve essere tassato di più! Come se tutte le cose elencate siano una colpa.

    4) Condivisibile al 100% il fatto che le donne sono uguali all’uomo e che quindi devono avere la possibilità di occupare i posti che hanno gli uomini… se li meritano: “le quote rosa”, sono il chiaro esempio di come le parole “mutualità”, “etica”, “bisogno” negano diritti fondamentali dell’uomo. Se io sono migliore di una donna non vedo perché deve occupare il mio posto di lavoro “per legge”.

    Bisogna capire che nessuno può decidere per nessuno “questa è la libertà”. Se due omosessuali vogliono sposarsi tra di loro ed avere dei figli, adottandoli, devono farlo perché un eterosessuale non può decidere la vita altrui. Se una persona, con la piena capacità di intendere e di volere, volesse decidere di poter porre fine alla sua vita in caso di grave incidente o coma profondo, questa deve essere libera di poterlo fare. Così se unda donna vuole mercificare il proprio corpo per propria scelta personale, per autodeterminazione, deve poter essere libera di farlo… abbasso tutte le censure moraliste.

    5) Le mafie sono le prime cose che scompaiono nel vuoto quando rendi una nazione libera veramente in primo luogo dall’assistenzialismo statale.

    Controproposte

    1) Togliamo lo stato da ogni funzione e lasciamoli solo il controllo della sicurezza interna ed esterna. Facciamo rientrare i soldati e limitiamo la nostra presenza a solo interventi di spionaggio anti-terrorismo interno,

    2) Promuoviamo la ricerca e l’istruzione, pubblica o privata che sia, abbassando drasticamente le tasse per la stessa: 5% per chi fa ricerca. Nel contempo organizziamo nuovi poli universitari privati che, come si può facilmente evincere, sono il cuore del sapere mondiale, da dove sono usciti il 90% dei primi nobel, molti dei quali nati poveri vorrei sottolineare, ma promuovendo il merito, hanno libero accesso per le grandi menti del mondo.

    3) Tasse al 20% per le persone fisiche, 30% per le aziende, zero incentivi che drogano il mercato ma politiche di defiscalizzazione: se tu vuoi un pannello solare a casa per questi anni pagherai meno tasse, se tu assumi tot persone pagherai meno tasse finché avrai quelle persone con te. Tutto, e dico tutto, ciò che si compra, dal caffè alla casa, può essere scalato dalle tasse. Chi non paga le tasse fortissime punizioni penali.

    4) Vedi punto 3;

    5) Liberalizzare droghe e prostituzione, realizzare grandi impianti inceneritori, stoccaggio nazionale di rifiuti radioattivi e pericolosi: le mafie si estinguono da sole.

    * INNOVARE QUESTO PAESE SIGNIFICA FARVI AUTOGOL *

    • mattiatoaldo

      Caro Davide,
      sarai pure un anti-berlusconiano ma le tue idee sono proprio dentro il trentennio che noi vogliamo chiudere: sei un liberista convinto e le idee che esponi ne sono la conseguenza. E’ sgradevole che tu ti abbassi a fare attacchi personali a chi ha scritto il documento: ti posso assicurare che lavoriamo tutti, parecchio, in maniera precaria e ricevendo spesso due lire. L’assistenzialismo in questo paese è finito da un pezzo. Chi ne parla o ne scrive si scopre spesso che poi lo fa seduto su una poltrona da professore ordinario all’università (illicenziabili e quasi privi di obblighi di orario) oppure da un indirizzo di un ente pubblico, dove magari hanno molto tempo libero per inveire contro i fannulloni.
      Altro che autogol caro Davide, segneremo presto nella porta giusta.

    • barkokeba

      Caro Davide, hai sentito parlare di quella famosa poesia che inizia con “nessuno è un’isola”? Un po’ di cultura anglosassone diversa da quella dei manuali di economia del primo anno sarebbe utile. Le tasse si pagano perché per produrre ed essere efficienti hai bisogno, attorno a te, di una società in cui la gente va a scuola, le strade esistono, non ci si scanna, la spazzatura viene raccolta, la giustizia funziona, ecc. Anche il più bravo imprenditore, inventore, scienziato, si appropria di alcune esternalità, ed è bene che paghi per questo. La società, inoltre, non è un’invenzione (anche se autorevoli filosofi lo sostengono). E poi, pensaci bene, chi è in una posizione sociale di svantaggio, non può competere come gli altri. E della libertà non può fare lo stesso uso di altri più fortunati (può darsi che io abbia torto, sono aperto ad ascoltare controargomenti). Il mutualismo non è un’invenzione inutile, come dimostrano tutte le società sviluppate, in cui la libertà economica esiste. Certo, il mutualismo non dovrebbe significare che ci sono pasti gratis, piuttosto che lo stato deve essere efficace e autorevole. Grazie per lo spunto: non ci avevo pensato. Ora che ci penso, qualcuno diceva anche “da ognuno secondo le sue possibilità, a ognuno secondo i suoi bisogni”. Il che implicherebbe che non ci siano fannulloni. Pensa tu, anche i comunisti sono contro i pasti gratis. Insomma, se si vuole andare avanti, dovrebbero tutti, ma proprio tutti, farla finita di nascondersi dietro vetuste ideologie. Perché, caro Davide, quello che dici non è per niente nuovo. E’ già stato confutato, dai fatti.

  7. @mattiatoaldo: liberista? Grazie per il complimento!!! L’ho detto che io amo la libertà vera, non la paccottiglia socialista che dipanate per tale.

    Attacchi personali non ne ho fatti, e il fatto che tu sia un precario, come me d’altra parte (dal 2000), non significa che tu abbia una posizione di provilegio nei confronti della società. Io lavoro tosto, molte notti, molti week end per poter avere uno stipendio più dignitoso, non vado apiangere da mamma stato, anche perché mamma stato i soldi li viene a prendere da me e da chi è produttivo ed un giorno o l’altro potrebbe smettere di esserlo per il mio paese: Atlante non reggerà il mondo per sempre.

    Il mio lavoro, dove laureati, certificati si sprecano, riesce benissimo anche ad un immigrato rumeno che prende 900,00 euro netti al mese (la mia azienda ne è piena), se io mi spezzo in 4 e probabile perché voglio quel lavoro e lo voglio sul campo, nel merito, non perché italiano. Se dopo 10 anni da 60 persone in prova come help desk siamo rimasti in 4 diventati sistemisti, ci sarà pure un motivo… non credi. Suppongo che la competizione ha datto i suoi frutti.

    Io da precario, sempre con quel lavoro, mi sono comprato casa ed ancora la pago: perché deve esistere il mutuo sociale, il rimborso dell’affitto quando io mi spezzo la schiena per pagarle di mie tasche quelle cose? Hai mai visto la maggiorparte delle persone che ne usufruiscono? Mio padre, che fino ha qualche anno prima di morire ha sempre votato PC, negli ultimi anni mi diceva sempre: ho votato chi ha sfruttato il lavoro di pochi, meritevoli, per il bisogno di molti che non lo meritano.

    Io da precario, con un solo stipendio nel nucleo famigliare, perché devo pagare tasse per dare assegni famigliari ai dipendenti statali che chattano su Facebook? Perché devo esigere un assegno famigliare? Nessuno mi ha obbligato ad avere un figlio l’ho fatto per amere, scelta personale ed autodeterminazione.

    Purtroppo che possiate segnare nella porta giusta è la mia grande paura: nessun capitalista italiano, quelli veri non quelli di confindustria che ciucciano gli incentivi statali, vuole più investire in questo paese, figuriamoci capitalisti stranieri

  8. barkokeba

    Caro Davide, non sei il solo ad essere arrabbiato. Non sei l’unico che lavora e si spezza in due per la fatica. Però non hai risposto alle critiche. Inoltre, al di là della retorica, dici che una società giusta è una società in cui non ci sono privilegi. Inoltre, noti che chi ha il potere, spesso se ne approfitta. Lo pensano in molti. Dopo di ché dici che l’unico modo per risolvere questo problema è affidarsi al mercato, che da solo farà giustizia. Vorrei poterti credere. I fatti dimostrano che non è così, tanto che gli stessi capitalisti italiani godono di poca fiducia da parte tua. Certo, dici tu, ma quelli stranieri? Ti chiedo: gli stessi che hanno mandato ramengo il sistema finanziario internazionale e si sono salvati con gli aiuti di stato dati dall’antistatalista Bush? Fai bene ad essere arrabbiato. Ti chiederei ragionamenti meglio argomentati. Sui dettagli di come pagare le tasse… be’ sui dettagli ci si mette d’accordo. Un po’ meno su chi paga per i beni pubblici necessari al mercato per funzionare (oltre che alla gente per vivere).

  9. @barkokeba: ho risposto anche a te, ma il commento non si è visualizzato… non saprei dirti il perché.

    Purtroppo non ho molto tempo, ma se sostengo apertamente che gli USA sono molto più liberi di noi, e dell’Europa in generale, ammetto anche che non sono più il paradiso derivante dalle solide fondamenta della libertà con cui si costituirono ed il salvataggio con gli aiuto statali dei grandi crack bancari (e FIAT) è stato l’epilogo definitivo.

    Nel commento avevo specificato che l’unica cosa che le tasse devono pagare sono le infrastrutture e la difesa interna, (l’interventismo internazionale è contro il principio di autodeterminazione dei popoli), per me le infrastrutture sono quelle tradizionali (ponti, strade, ferrovie, porti e collegamenti marittimi) e la ricerca scientifica: 10% del PIL quella pubblica, 5% di tasse per quella privata.

    Il welfare to work è meglio degli assegni familiari: se tu lavori per me io ti faccio l’asilo nido, se io faccio l’asilo nido tu mi abbassi le tasse. Se tu lavori per me, io ti pago l’assistenza sanitaria, se io ti pago l’assistenza sanitaria lo stato mi abbassa le tasse.

    Scusa ma sono veramente indaffarato.

  10. barkokeba

    Il welfare to work? Gli asili nido li avrebbero solo quelli che lavorano per imprese grandi. E se l’impresa fallisce? L’assistenza sanitaria? Non mi fare l’esempio americano, che tutti sanno che è un sistema inefficiente e ingiusto. Costa di più e sana di meno. Ma veramente pensi che il microbo cittadino sia in grado di opporsi alle assicurazioni sanitarie? E non ti sei chiesto perché il sistema liberale per la costruzione e la gestione delle infrastrutture sia stato smantellato dagli odierni liberisti? Davide, in teoria hai ragione. Purtroppo la realtà ha aspetti tremendamete pratici. Torno a lavorare anche io…

  11. francesca gruppi

    Caro Davide,
    in sintesi la costante che mi sembra di poter distillare dalle tue argomentazioni è una ferrea fiducia nel libero e pieno sviluppo dei singoli secondo le loro capacità, che, se mosso da spinte autentiche, non avrebbe alcun bisogno di correttivi, ossia di interventi pubblici volti a produrre forme di uguaglianza, politiche o sociali, assenti nelle condizioni di partenza. In questo senso tu professi un liberalismo estremo e, a mio parere, estremamente di destra (ma non di estrema destra). Nulla da dire, ognuno è libero (appunto) di pensarla come vuole, se non che nel contesto di un confronto di idee non trovo sensato rimproverare alla tua controparte politica (perché chi scrive questo documento, abbi pazienza, è la tua controparte politica) di essere tale. Ma ciò non è poi così importante.
    Per spiegarti perché sono in disaccordo con le tue posizioni basti una battuta in merito al punto 4, che in realtà può essere estesa con piccole variazioni anche a tutto il resto: pretendere che le donne se la cavino da sole per emergere nel mondo degli uomini è un po’ come chiedere di volare a un uccello cui si è tagliato le ali, raccontandogli che invece ce le ha. Comunque certo, altro che quote rosa, secondo me parità assoluta garantita nei luoghi di decisione.
    Se posso permettermi di consigliarti una lettura, anche geograficamente affine a quelle che forse tu frequenti, ti proporrei A theory of justice di John Rawls. Basta e avanza per riconsiderare un po’ il tuo punto di vista, senza dover tirare fuori dagli scaffali gli scritti di Lenin.

  12. Pingback: La Repubblica del sole | Italia2013

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