Perché il 16 ottobre riguarda tutti

Domani 16 ottobre la Fiom manifesterà per le strade di Roma chiedendo “più diritti e meno ricatti”. Parteciperanno non solo i metalmeccanici ma anche tante altre categorie: studenti, ricercatori, precari, lavoratori, associazioni. Non sarà solo una manifestazione sulla vicenda di Pomigliano né semplicemente un corteo per difendere il contratto nazionale. La manifestazione di domani riguarda tutte e tutti, proviamo a capire perché.

1. Il caso dello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco è stato molto trattato dai media e ne abbiamo parlato anche su questo blog spiegando che riguardava tutto il Paese e soprattutto la sua parte più debole e indifesa. L’accordo voluto da Marchionne e firmato da tutti i sindacati tranne la Fiom è stato presentato spesso come una grande innovazione, il “dopo Cristo” delle relazioni industriali italiane. Vale la pena allora leggere l’intervista di Claudia Pratelli a Mario Di Costanzo, 35enne che a Pomigliano ci lavora davvero. Dovrebbero leggerla soprattutto i difensori italiani dei valori della famiglia, stando bene attenti a questo passaggio in cui Di Costanzo spiega gli effetti dei turni previsti dall’accordo: “Immagina di lavorare per sei giorni dalle 22.00 alle 6.00. Finisci la settimana alle 6.00 di sabato e che fai: dormi? No, perché dal lunedì dopo devi fare il turno di giorno (dalle 6.00 alle 14.00) e quindi devi sforzarti di resistere per andare a dormire la sera alle 10.00 e riprendere un ritmo quasi normale. Difficile uscire il sabato sera, sei troppo stanco. Un po’ troppo stanco lo sei anche per giocare con i tuoi figli. Per stare con tua moglie. Per andare a fare una gita fuori città.” E se entrambi i genitori lavorano?

2. Si dirà: ma non c’è alternativa, nella globalizzazione o si fa così oppure si perde. E’ quella che gli esperti come Salvo Leonardi chiamano Concession Bargaining: si cedono diritti e parti di salario in cambio di lavoro. Molto spesso non di nuovo lavoro ma semplicemente in cambio del mantenimento del proprio posto, solo a condizioni e con stipendio ancora più basso. Inevitabile, tutto ciò, non è affatto. Il ricatto che c’è alla base di questa “contrattazione” in Italia può avvenire perché il nostro governo consente alle imprese di delocalizzare liberamente verso paesi con meno diritti e salari più bassi. Il governo Sarkozy non ha permesso altrettanto alla Renault. Ma non è inevitabile anche per altri motivi: prima di tutto chi ogni tanto legge anche le pagine di esteri si sarà accorto che l’ultimo anno in Cina è stato segnato da numerosi scioperi che hanno portato ad un primo innalzamento del livello delle condizioni di lavoro e dei salari. Se si guarda alla storia dell’Asia degli ultimi 40 anni si può provare a capire cosa può succedere in Cina: in Corea del Sud o a Taiwan (le “tigri” di qualche decennio fa) lo sviluppo economico ha portato ad un rallentamento demografico, alla crescita dei salari e dei diritti dei lavoratori e, infine, ad una relativa democratizzazione. Allo stesso tempo i governi di quei Paesi hanno fatto vere politiche industriali, incanalando la produzione e la formazione verso i settori emergenti. Non tutto è andato liscio, ma non è vero che la competizione globale porta per forza la qualità dello sviluppo e dei diritti verso il basso.

3. Perché allora la Fiat vuole il Concession Bargaining? Per molti motivi diversi. Uno è che è la strategia più semplice, quella che permette di compensare con la compressione salariale il minore successo sui mercati dovuto alla scarsa innovazione di prodotto. E’ di nuovo Di Costanzo a spiegarcelo in maniera semplice: “Pomigliano, è bene saperlo, ha pagato cara la crisi perché produceva modelli vecchi e con poco mercato come l’alfa 147, quasi estinta, l’alfa 159 e l’alfa GT, macchine di alta gamma che non hanno un mercato di massa. Tra l’altro lo stabilimento non ha usufruito degli incentivi statali perché quelli erano rivolti ai modelli a basso impatto ambientale.” In generale, non solo la gente compra meno macchine ma compra sempre meno Fiat.

4. La maggiore azienda automobilistica è l’esempio più facile di una generale tendenza del capitalismo italiano degli ultimi 20 anni (ma con gli opportuni approfondimenti, potremmo estendere il concetto a lunghi periodi della storia unitaria italiana): si fa poca innovazione di prodotto, si fugge dalla competizione internazionale, si cerca riparo nella rendita e nei settori protetti, dove le tariffe e i guadagni possono essere stabiliti d’accordo con la classe politica. Nel frattempo si tengono bassi i salari e si compete con la parte più arretrata del mercato del lavoro mondiale. Basta leggere l’analisi del gruppo Benetton magistralmente svolta da Vincenzo Comito per Sbilanciamoci.info: nati negli anni ’60 con un’ottima intuizione (fare cose di qualità a prezzi contenuti per il grande pubblico), si ritrovano negli anni ’90 a competere con marchi come Zara o H&M. La risposta è quella di spostarsi in altri settori, approfittando delle privatizzazioni realizzate, soprattutto, dai governi di centrosinistra. Sono settori con “rendite di posizione” come le Autostrade o gli Autogrill, per non parlare della telefonia. I Benetton comprano, spesso scaricando i debiti fatti per acquistare direttamente sulle società acquistate. Per garantirsi la rendita entrano sempre di più negli accordi che contano nel mondo della finanza e poi nella proprietà dei giornali: il 5,7% di Rizzoli Corriere della Sera, il 2% del Sole 24 Ore, il 2,24% di Caltagirone Editore. Insomma, invece che competere su un mercato concorrenziale come quello dell’abbigliamento ci si rifugia nella rendita e si protegge questa rendita attraverso le relazioni con la finanza, la politica e l’editoria.

5. “Licenziare i padroni” era il titolo di un bel libro di Massimo Mucchetti di qualche anno fa in cui si dimostrava come l’economia italiana fosse stata danneggiata più dagli errori dei suoi “big” che dalle insufficiente produttività e dall’alto costo del lavoro di chi ne sta alla base. Da 20 anni, invece, anche il centrosinistra si accanisce contro i lavoratori “garantiti” in nome dei precari “non garantiti”. Il risultato è che i “garantiti” di Pomigliano sono oggi sotto attacco dopo anni di salari bassi, i precari non avranno diritto alla pensione (e l’INPS ha paura di dirglielo) e non hanno ricevuto neanche un diritto in più, mentre i vari Benetton di questo Paese se la passano piuttosto bene e pontificano sul “conservatorismo” di chi scenderà in piazza domani. Sono loro, invece, i “garantiti” che devono perdere il posto, insieme alla ragnatela di affari e politica che governa (male) il declino di questo Paese.

Ecco perché la battaglia di domani è importante: perché porterà in piazza tutti i “non garantiti”, per chiedere un Paese più giusto, con un nuovo modello di sviluppo. Perché questa è la questione cruciale: si uscirà dalla crisi solo producendo cose diverse e investendo sul miglioramento della vita delle persone, qui abbiamo provato ad immaginare come. Vale la pena provarci, come abbiamo scritto più volte su questo blog, nulla è scritto per sempre.

(Mattia Toaldo)

12 commenti

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12 risposte a “Perché il 16 ottobre riguarda tutti

  1. barkokeba

    Mi sembra che tu intenda dire, tra l’altro, che il progresso sociale e il progresso economico servono l’uno all’altro ma sono anche indipendenti. Cioè, una scuola di qualità per tutti, che serve anche a una migliore economia, non si produce solo grazie a una crescita del PIL. Ci vuole qualcuno che la promuova e si batta per essa. Potrebbe essere una chiave di lettura attraverso la quale la sinistra dovrebbe rileggere il passato e guardare con molta più sicurezza di sé al futuro. Affermi anche: “si uscirà dalla crisi solo producendo cose diverse e investendo sul miglioramento della vita delle persone, qui abbiamo provato ad immaginare come”, rimandando così a un documento postato ieri. Nel quale documento la parola impresa compare una volta sola. Per produrre cose diverse, invece, le imprese sono importanti. Altrimenti, si rischia di fare i conti senza l’oste. Lasciando così che dell’impresa, e all’impresa, continuino a parlare gli altri. Non trovi?

  2. Mattia Toaldo

    Concordo, non avevo parlato di imprese qui per motivi di spazio. Quindi grazie per il commento perché me ne dai il modo. Le imprese servono, in qualsiasi tipo di economia uno immagini. Le grandi imprese italiane di cui ho parlato in questo post hanno reso la vita più difficile alle tante imprese buone che ci stavano sotto, quelle basate, di fondo, sul fatto che una persona ha un’idea, un’invenzione, un’intuizione e che poi trova i soldi per realizzarla. Questo secondo tipo di imprese si è ritrovata a dover comprimere i costi quando era fornitrice di quelle grosse, a dover pagare più tasse a causa dell’evasione degli altri e a dover ricevere meno servizi e più scadenti da uno stato che era al servizio delle altre. Il problema è: come si fa a favorire le seconde imprese sulle prime? E’ un problema di politica industriale certo (queste imprese il più delle volte producono cose diverse dalle altre) ma anche di efficienza dello stato, di tassazione, di lotta all’evasione e ai paradisi commerciali. Insomma, vedi che se ci aggiungevo pure questo pezzo diventava un trattato?

  3. Sono d’accordo con molte delle cose che scrivi, ma non ho trovato un vero motivo per andare in piazza con la FIOM. L’idea di fare muro all’avanzata della globalizzazione è perdente, mentre non vedo all’orizzonte soluzioni ai problemi che tu poni. L’innovazione di prodotto e di processo è un’ottima cosa per aumentare export e quota di mercato, ma non è detto che lo sia per aumentare l’occupazione, anzi. La situazione attuale, poi, non può essere presa come esempio della migliore possibile, per cui difenderla è il minimo sindacale (ops!). La FIAT è stata sovvenzionata anche e soprattutto perché garantiva occupazione politicamente sensibile. Se bisogna competere tutta quella occupazione dovrà saltare, se la si vuole tenere, dovremo abbassare l’asticella a tutti.

    Alla fine il tema non è come conservare questo welfare, ma come dare un welfare a tutti. E probabilmente la soluzione è meno welfare, ma per tutti. E sarebbe bene che la risposta dei sindacati non fosse “fateci decidere se approvare le leggi che ci riguardano”. Una deriva populista che mi fa orrore e mi fa rimanere a casa.

    (ne parlo qua: http://stefanominguzzi.cittadiniglobali.org/2010/10/perche-non-saro-in-piazza-con-la-fiom/)

    • mattiatoaldo

      Caro Stefano,
      ti consiglio di leggerti un bellissimo saggio di Berta, si chiama “l’eclisse della socialdemocrazia” e noi ne parliamo qui: https://italia2013.wordpress.com/2009/10/12/in-tempi-di-congressi-di-partito-leggi-rileggi-e-fai-leggere-%e2%80%9ceclisse-della-socialdemocrazia%e2%80%9d-di-giuseppe-berta/
      Berta conclude proprio che il tuo assunto (il fatto che per distribuire serva prima la crescita) era un fondamento di quella terza via che è fallita non solo nelle urne ma anche con la crisi iniziata nel settembre 2008. Come dimostrano gli studi di Fitoussi e Stiglitz è stata proprio la crescita delle disuguaglianze una delle maggiori cause della crisi. Tu dici “meno welfare, ma per tutti”. Oggi in Italia c’è già meno welfare: meno insegnanti di sostegno, più studenti in ogni classe, meno cure sanitarie, meno alloggi pubblici etc. etc. La spesa sociale italiana è già una delle più basse d’Europa e l’Italia è già uno dei paesi europei con l’indice di Gini (che misura la disuguaglianza) più alti. Sulla deriva populista che tu denunci, poi, non sono proprio d’accordo: si tratta di applicare anche nel privato le regole che volle D’Antona per il pubblico e cioè strumenti veri per misurare la rappresentanza di chi firma i contratti. I populisti la rappresentanza la odiano..

      • mi leggerò Berta, giuro, ma non sono mai stato un innamorato della terza via (quando era in auge io stavo nei socialforum).
        La crescita delle disuguaglianze è il tema, ma in Italia non è il risultato della crescita economica, ma di diverse scappatoie per non affrontare i problemi della crisi. Estremizzando: per non toccare i diritti acquisiti dei baby pensionati, i precari oggi devono pagare contributi per quelli e non per la propria pensione. La differenza tra un lavoratore assunto prima del 2000 ed uno dopo è enorme. Finora solo la famiglia ha funzionato da ammortizzatore, ma sia arrivati all’osso pure là, lo dimostra il crollo della fiducia.
        Il taglio del welfare che colpisce tutti è già insopportabile, come dici, ma lo è maggiormente quello che colpisce solo una parte. Non è accettabile che per metà dei lavoratori i soldi per le pensioni ci siano, mentre agli altri si dice “andatevi a fare i fondi pensione”. Queste sono disuguaglianze che cambiano la vita. E sono quasi tutte dovute a scelte avvallate da sindacati e sinistra (tutta).
        Se passa il rigore in UE l’Italia dovrà tagliare il proprio debito in 3 anni, come pensiamo di affrontare questa sfida? Addossando tutto sulle spalle dei nostri figli?
        A margine rilevo che la migliore medicina per combattere le diseguaglianze è il fisco progressivo che però funziona se non c’è evasione (ci rubano 100 miliardi l’anno…) e la corruzione. Il che si combatte anche con la semplificazione, con la riduzione dei processi burocratici, con l’informatizzazione massiccia e con, spiace, ma è così, il mandare a casa quelle decine di migliaia di persone assunte per motivazioni politico-sindacali che non servono ai processi già oggi, figuriamoci domani.
        Insomma l’idea che le diseguaglianze si combattano estendendo il contratto unico a tutti o caricando tutte le spese sullo Stato senza preoccuparsi delle entrate a me ricorda, più che la terza o la seconda via, un’economia pianificata fortemente dirigista che oggi non c’è più. Anche questa è una sfida che dovrebbe accettare: convincersi che le strade percorse fino al 1989 non vanno più percorse non perché siano demodé, ma perché non funzionano.

  4. Riccardo Pennisi

    Una buona ragione per scendere in piazza: solidarietà ai lavoratori per l’attacco ai loro diritti faticosamente acquisiti negli anni.
    Non credo che diminuire i diritti di alcuni per aumentare quelli di altri sia la soluzione: il welfare, le politiche sociali e di inserimento (ad esempio il reddito di cittadinanza o la diminuzione del precariato) servono a garantire un futuro per i giovani e per il paese. Insomma, un vero investimento. D’altra parte diminuire le protezioni esistenti provocherebbe più povertà e più precarietà (ad esempio, sarebbe molto più facile perdere il lavoro; la crisi colpisce più duro proprio dove le tutele sono minori).

    Dunque, adeguiamo le tutele dei giovani e dei precari a quelle dei lavoratori più garantiti, e non viceversa. È una spesa pubblica che produrrebbe meno diseguaglianze e più sicurezza – la sicurezza sociale è la sicurezza che ci piace 🙂
    Sarebbero soldi spesi davvero bene.

  5. barkokeba

    Io sono d’accordo con Stefano. Specie quando dice che per combattere le disuguaglianze serve la semplificazione, la riduzione dei processi burocratici, l’informatizzazione massiccia e sfoltire i posti inutili. Non è che si vuole dare colpe indiscrimate, ovviamente. Rimane il fatto ineludibile per chiunque voglia fare una politica di sinistra che attribuisca allo stato un ruolo significativo: lo stato deve essere efficace, efficiente, autorevole. Oggi non lo è. Per diventarlo, bisogna mettersi con il machete. In sostanza, se si dice giustamente che l’impresa (la grande in particolare) deve vincere con l’innovazione, lo stesso deve essere fatto dallo stato. Mi piacerebbe che il principio “non ci sono pasti gratis”, valga per tutti. Ovviamente, i primi responsabili del funzionamento della macchina amministrativa sono i dirigenti pubblici

    • Solo per precisare una cosa: quando parlo di tagli, non lo dico in uno stato di estasi salvifica. I tagli vanno fatti laddove servono. Ad esempio la selva di imprese municipali controllate da Comuni e Regioni (e in qualche caso pure dalle Provincie) sono strumenti impropri per erogare servizi pubblici o sono strumenti per fare attività non pertinenti al settore pubblico e che, in qualche caso, costerebbe meno dare a privati.

      • barkokeba

        Vorrei contro precisare: Quando parlo di “machete” mi riferisco a uno strumento per sfoltire le cose inutili (un po’ come le sterpaglie nella jungla…). Che non sono posti, ma prassi irragionevoli, burocrazie mal organizzate, rendite di posizione, ecc. I posti veramente inutili nessuno sa quanti siano. Forse bisognerà tagliarli, ma con un po’ di mobilità orizzontale probabilmente non ci sarebbe neanche necessità di lasciare gente a spasso. Il punto è che bisogna sfoltire tutto ciò che limita efficacia ed efficienza del welfare. Basta fare una fila in comune per capire a cosa mi riferisco…

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