La violenza, i maschi e noi

Molte donne, spesso giovani, sono vittime di molestie, aggressioni e violenze. Spesso muoiono.Il fenomeno non è nuovo. Solo che oggi sarebbe difficile sostenere di non saperne nulla. Sono convinta che quando delle persone vengono aggredite, con una certa continuità, ci siano sia dei colpevoli che delle responsabilità. Individuare le responsabilità è materia della politica.

Nel corso di un interessante convegno organizzato dall’UDI la Goccia sul tema degli stereotipi maschili e femminili ho avuto modo di capire che, se si volesse davvero parlare di queste responsabilità, ci vorrebbero molto tempo  e molti distinguo. Tuttavia alcuni temi chiave, tre in particolare, possono aiutare a illuminare un percorso e a capire quali sono i passi da compiere.

L’esodo incompiuto dal patriarcato. Da un certo momento in poi – per ragioni che non ha senso indagare né indicare qui – gli uomini hanno smesso di usare i muscoli per combattere, hanno smesso di essere (usando un’immagine cara ai miei coetanei maschi) “quelli che portavano il pallone” nella squadra familiare e hanno smesso di essere i proprietari/inseminatori di corpi consenzienti per ruolo o per danaro. Tutto questo ha prodotto una riduzione di potere. Sia simbolico, sia materiale. E un grande sconcerto. E, non di rado, una grande rabbia da anomia.

Ora, mentre le signore donne, facilitate dalla comunanza di ritmi e misteri corporei, hanno scoperto, raccontato e fatto propria la dimensione collettiva dell’identità di genere, i signori maschi questa eventualità non l’hanno mai presa in considerazione. Talvolta sospetto che gli faccia anche un po’ schifo.

O meglio, diciamo che le occasioni e i luoghi di una koinè simbolica del genere maschile sono limitati a bacini sociali ristretti (i circoli di potere di tipo politico o professionale); a compagni di viaggio occasionali (gli amici di bevute o di militanza sportiva); a drammatiche scorribande (i branchi di picchiatori/molestatori/violentatori in movimento verso bersagli indistinti, omosessuali, immigrati, donne….). Per il resto il rapporto dei maschi con il proprio genere è regolato per lo più dall’indifferenza – o nel migliore dei casi dallo stigma nei confronti di un cattivo, che non sono mai io, – dalla competitività, o dalla complicità.

Nichi Vendola, intervenendo a commento del libro “Il corpo delle donne” di Lorella Zanardo, lamentava l’assenza di una “biblioteca maschile”, insomma di un parco macchine, di un mercatino dei significati….un luogo accessibile dove rifornirsi di risposte nuove sul perché io maschio conto sempre di meno, e sul come posso vivere serenamente, in modo appagante e profondo un’era nuova della sessualità, delle relazioni d’amore familiari e di potere.

Il corpo senza politiche. Il corpo sembra essere il nodo centrale. Il trentennio delle TV commerciali, il complesso di superiorità delle leadership intellettuali nell’agone del trash televisivo, la centralità della cultura pop per la formazione dell’opinione pubblica hanno fatto del corpo il vero terreno della contesa; oggetto di un culto mistico, predato, concupito, cesellato ad ogni età come un’opera d’arte, schifato quando appena diverso dal canone televisivo, abbandonato a se stesso nei cantieri, mercanteggiato da mamme e papà assatanati di successo per le proprie figliole, come ben racconta Conchita Sannino nel suo recente “La Bolgia”. Insomma un gran casino.

Il corpo merita meriterebbe maggiore ordine e attenzione: un’attenzione laica e appassionata, politica, che si traduca in servizi, spazi di accoglienza e di ascolto, rigore organizzativo,  nuove immagini, nuovi racconti, cura, rispetto. Risulta curioso che, per fare un esempio, i centri antiviolenza (luoghi per eccellenza di accoglienza di persone minacciate nella integrità del loro corpo) in Italia, a differenza di quanto accaduto in molti altri paesi europei – dalla Spagna alla Germania – non siano oggetto di politiche pubbliche nazionali ma quasi esclusivamente di iniziative politiche di tipo associativo e, in qualche lodevole caso, delle amministrazioni locali, tra le quali – solo per citare esempi che conosco bene – il Comune e la Provincia di Roma. Perché della famiglia come nucleo accogliente e caldo ci piace parlare e straparlare. Ma quando la famiglia diventa prigione e tormento preferiamo sospendere il giudizio.

Violenza di genere e paura del diverso. Due fenomeni si mescolano nei fatti di cronaca che hanno riempito i giornali di questi giorni. La violenza contro le donne e l’aggressività contro un nemico, in genere un “diverso”, per lo più un diverso etnico. Questo nemico minaccia il territorio, insidia le nostre femmine,  la sicurezza, i posti disponibili nel mondo del lavoro, le graduatorie per le case popolari e gli asili nido, puzza e affolla i marciapiedi delle stazioni e della metro. Per cui lo stesso orribile gesto aggressivo che portò nel 2007 alla morte di Vanessa Russo per un ombrello infilato dentro un occhio dalla ventitreenne romena  Doina Matei, e qualche giorno fa, alla morte dell’infermiera rumena Maricica Hăhăianu, con la variante del pugno in mezzo agli occhi, rifilato dal giovane Alessio Burtone, non è lo stesso gesto. Il primo è un gesto di attacco. Il secondo è un gesto di difesa. Dall’invasione, dalla provocazione, dalla semplice esistenza di un diverso. “Alessio ha reagito”, dicono gli amici. C’è una guerra in atto, si attacca e ci si difende. La sicurezza è sotto scacco, puliamo il paese dal nemico straniero. Questo è il messaggio. Ed è un messaggio pericoloso, perché è cattivo e xenofobo, ma soprattutto perché è fuorviante. Sposta il focus dal problema vero di una società a molte voci (non sempre intonate), a un grande gioco di ruolo, in cui ciascuno veste gli eccitanti panni del giustiziere e fa pulizia. E la pulizia purifica, riduce la colpa, fino a cancellarla. E questo è decisamente un problema.

(Francesca Romana Marta)

3 commenti

Archiviato in democrazia e diritti, Roma

3 risposte a “La violenza, i maschi e noi

  1. francesca gruppi

    Cara Francesca,
    grazie per la bella analisi. Per quanto riguarda la “biblioteca maschile” suggerisco di dare uno sguardo al lavoro molto importante portato avanti dall’associazione “Maschile Plurale”. Lì, secondo me, c’è un serbatoio di esperienza e anche di ricerca da cui Vendola e chiunque si professi “vendoliano” potrebbe e dovrebbe attingere.

    • francesca

      conosco Maschile plurale abbiamo collaborato professionalmente in varie occasioni e ho avuto modo anche di dare una rapida scorsa all’ultimo interessante libro di Stefano Ciccone sull’argomento. Credo anche io che occorrerebbe attingere a quell’esperienza. Tutavia quando parlo – citando Vendola – di biblioteca ho in mente qualcosa di più invasivo dell’animo maschile, una buona abitudinequotidiana, una tappa irrinunciabile della giornata. Secondo te quanto uomini “normali” hanno la percezione dell’esistenza di una splendida esperienza come Maschile plurale?

      • francesca gruppi

        certo, certo, sono d’accordo con te. Ma io stavo più che altro riflettendo sulla possibilità, per il “vendolismo” di dotarsi di un laboratorio di intelligenze che riflettano proprio laddove ci sono gravi lacune della cultura e del senso comune, per quello ho pensato a Machile Plurale. Ho letto anch’io il libro di Ciccone che è secondo me è veramente significativo. Occorre che le tematiche di genere siano preoccupazione di entrambi i sessi, il che contribuirebbe anche a riportarle al centro del dibattito politico.

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