Cosa abbiamo visto al congresso di Firenze

Lo scorso weekend si è tenuto il congresso fondativo di Sinistra Ecologia e Libertà. Vale la pena raccontare alcune cose e fare una prima analisi. Chi ha più tempo, può intanto guardarsi gli interventi principali sul sito di Radio Radicale.

1.  Ci si è concentrati spesso sulla figura del leader, su chi era e cosa diceva Nichi Vendola. Ne parleremo tra poco ma prima è opportuno soffermarsi sulla platea del congresso per notare alcune importanti novità. I numeri dicono che circa un terzo degli iscritti a SEL ha meno di 35 anni e, soprattutto da sabato mattina in poi, questo elemento generazionale si è visto decisamente: l’età media era più bassa dei congressi di circolo del PD di cui parlammo un anno fa. Anche le donne sono una presenza non secondaria: più del 30% degli iscritti, una componente importante sia al congresso che negli organismi dirigenti dove, per statuto, non possono essere meno del 40%. Sia i giovani che le donne hanno avuto un ruolo non secondario: ottengono spazio non in base all’anagrafe ma perché c’è un’agenda, su precarietà e rapporti donne-uomini, che li mette al centro del discorso. Sempre sulla platea va detto che era molto “calda”e partecipe: contrariamente ad altri congressi si è discusso molto e praticamente sempre davanti ad una sala piena e attenta.

2. Nichi Vendola non è più quello di una volta. Mantiene alcuni pregi del passato, certo: è una persona molto colta e curiosa, in grado di parlare a braccio per mezz’ora di Cina, India, Brasile, Obama; sa come toccare le corde emotive della platea e come comunicare senso e appartenenza ad una comunità. Tuttavia è innegabile che, negli ultimi due anni, abbia fatto un percorso piuttosto lungo e importante. Chi lo pensa ancora come un semplice “affabulatore” che spesso dice cose incomprensibili deve ricredersi: in lui c’è oramai l’amministratore maturo, in grado di parlare di cose concrete (dall’agricoltura alla cultura potremmo sintetizzare) con competenza ed efficacia. Non ha solo fornito “sentimenti” ma anche un’agenda politica basata sulla lotta alle ingiustizie sociali e su un nuovo modello di sviluppo. Ha contestato la separazione tra realtà e propaganda, smontando le bugie di Gasparri su Marchionne “che porta lavoro al sud” con due semplici parole: Termini Imerese (a fine anno chiuderà). Può non piacere, ma è sul merito che va contestato, non sulla forma. E poi c’è un elemento di pragmatismo politico che i suoi avversari farebbero bene a non sottovalutare: la capacità di delineare una strategia di attenzione al mondo cattolico, di discernere tra imprese ed imprese, di mostrarsi dialogante senza essere subalterno. Già questi due elementi (la competenza e il pragmatismo) sarebbero due salti di qualità notevoli rispetto all’esperienza di Rifondazione Comunista e alla figura di Bertinotti. Ma bisogna aggiungerne un altro, che merita un punto a parte.

3. Pochi leader del passato e forse solo Barack Obama nel presente hanno avuto la capacità di parlare non solo di politica e politiche ma anche di misurarsi con le questioni fondamentali della vita come il rapporto tra uomini e donne o quello tra le generazioni. Nichi Vendola su questi punti ha fatto un percorso personale importante e con questo congresso ha fatto un tentativo significativo per condividerlo con il suo partito: spiazzanti le parti dei suoi discorsi sui rapporti uomo-donna e interessanti le sue osservazioni sul paese che ha perso la memoria perché i bambini non parlano più con gli anziani. E poi c’è il tema della nonviolenza che è un tema più condiviso di quanto non lo fosse nella Rifondazione Comunista del 2004-2005 anche perché ora è una vera bussola della pratica politica: ne parla attraverso il conflitto israelo-palestinese quando invita a non fare i tifosi ma gli attori di pace; lo conferma con più solidità quando cita la curiosità e l’attenzione di Aldo Moro per il movimento del 1968 e poi quando chiede alla platea di dialogare con il mondo cattolico e di continuare a provare anche dopo le prime risposte negative. E queste caratteristiche di maturità “caratteriale” si combinano con la capacità di prendere sul serio i suoi interlocutori interni ed esterni al partito: forse l’alternativa vera alla subalternità culturale e al politicismo di altri attori politici contemporanei.

4. Detto ciò non è ovviamente tutto rose e fiori. In primo luogo il pragmatismo e la competenza del leader non producono ancora delle politiche definite e un’agenda di governo. Tener duro su Pomigliano e i metalmeccanici ha prodotto i suoi risultati: non solo per l’applauditissima partecipazione di Landini ed Epifani al congresso ma perché le parole di Marchionne di ieri sembrano dare ragione a chi lo criticava da tempo. Su questo Vendola non si è limitato alla difesa quasi letteraria della vecchia classe operaia come altre volte si era fatto in passato. Ha contestato l’idea corrente di cosa si deve intendere per competitività, e ha indicato quale è davvero il fronte della sfida:  competere con l’innovazione e non con la semplice riduzione della base produttiva o con la delocalizzazione. Vendola è già andato oltre il dibattito attuale, pur non rinunciando ad inchiodare Marchionne. Ora però è arrivato il momento di dire cosa si vuole produrre, come e con chi non solo a Pomigliano ma a Termini Imerese e in tutta l’economia italiana in crisi. Per farlo bisognerà coinvolgere competenze, intelligenze diffuse – ma anche voglia e capacità di partecipazione di semplici cittadini – creando dei canali anche formali magari attingendo, metodologicamente, dall’esperienza degli Stati generali delle Fabbriche di questa estate. Sarà sul terreno delle competenze e della capacità di coinvolgimento, oltreché su quello dei voti nelle primarie, che si giocheranno gli equilibri dentro la coalizione. In secondo luogo c’è il tema del gruppo dirigente: si tratta di avere dei dirigenti che abbiano fatto un percorso analogo a quello descritto sopra e che abbiano competenze specifiche che diano un vero contributo nella battaglia delle idee e nella costruzione di rapporti con mondi lontani dalla vecchia sinistra radicale. Soprattutto, se si vuole uscire da quel recinto si deve avere una classe dirigente che non sia più espressione solo di quella storia. Terzo, non bisogna adagiarsi sull’inadeguatezza dei propri avversari nel centrosinistra, confermata anche da alcune interviste di questi giorni: se il PD ha una strategia perdente, se manca di referenti sociali ed insegue rapporti con poteri non più interessati, significa solo che bisogna lavorare il doppio, non che si può vincere più facilmente.

La buona notizia, però, è che per la prima volta da molti anni che c’è in campo qualcuno che propone un’alternativa “da sinistra” ma pragmatica al berlusconismo. La cattiva è che avrà bisogno di una forza e di una capacità politica straordinaria perché la aspettavamo da troppo tempo.

1 Commento

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Una risposta a “Cosa abbiamo visto al congresso di Firenze

  1. E’ una ottima e non scontata analisi, soprattutto quando si dice che se il Pd ha una strategia perdente occorre lavorare il doppio per recuperare consenso di coalizione.
    Sono inoltre del parere che (al di là della imprescindibile esigenza di interiorizzare disponibilità e competenze) gli strumenti attualmente a supporto di Nichi Vendola (Sel e Fabbriche) nella sua campagna per le primarie – e speriamo per la Presidenza del Consiglio – abbiano bisogno di interrogarsi anche sulle strategie comunicative da intraprendere e su una massiccia operazione di raccolta fondi per sostenerle.
    Tutte e due queste cose potrebbero rappresentare un’importante occasione di mobilitazione ed inclusione. Ci sono in Italia persone che possono avanzare idee innovative su come metterle in campo.

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