Essere maschi

È una storia di oppressione, quella delle culture e delle istituzioni patriarcali, non solo nei confronti delle donne, ma anche degli uomini, sebbene dagli uomini e per gli uomini sia stata scritta; storia di una differenza che per imporsi ha dovuto celarsi, dissimularsi, dimenticarsi. Questa la tesi di fondo del libro di Stefano Ciccone. ‘Essere maschi’ è un diktat dai costi molto alti e il volto nascosto del dominio si svela infine come «miseria» dell’esperienza.

Con delicatezza e rispetto verso i propri interlocutori critici, reali o ipotetici – uomini con esperienze e sensibilità diverse, donne profondamente radicate nella storia del femminismo e del pensiero della differenza – Ciccone tenta di ricostruire e immaginare le tappe e i costi della costruzione dell’identità maschile: il silenzio del corpo, rimosso come ostacolo nella relazione e nell’espansione illimitata di sé; la negazione della «desiderabilità maschile» come effetto collaterale dello strapotere del desiderio del maschio nell’imporre gusti, tendenze e consumi, e nel ridurre le donne a oggetto; la fisicità impacciata e imbarazzata che caratterizza i rapporti tra uomini, segnati dal timore dell’intimità e dal divieto di mostrarsi deboli e condividere le proprie emozioni; i complessi legami tra padri e figli che, con l’entrare in crisi della famiglia tradizionale, si scoprono poveri e inautentici, estranei alla dimensione della cura; l’«autismo» di una sessualità sottoposta al principio performativo, incapace di decifrare il piacere femminile, indisponibile al confronto con la donna, fino a tradursi, nei casi più estremi, in aggressività e violenza. Ciccone, che proviene dal percorso dell’associazione Maschile Plurale e prima di essere un uomo che scrive, è un uomo che ha dialogato, mostra, in questo libro che è il frutto di anni dedicati all’ascolto, al confronto, allo scontro tra uomini, quanto indispensabile sia anche per loro un’operazione di scavo che, seppure irta di insidie, accetti di misurarsi con le zone più buie e più contraddittorie dell’essere maschi, di compiere un lungo cammino «archeologico» alla ricerca delle origini del potere maschile, scovando le profonde amputazioni ed elusioni su cui si regge.

Ma perché avrebbe senso, da parte di una donna, porsi in ascolto di queste voci di uomini che chiedono ancora una volta di parlare di sé? Non è solo il canto del cigno di un potere che si vede vacillare e che tenta di ridiscutere i termini della propria sopravvivenza? E non sarà rischioso, in queste fasi così buie per le donne italiane, distrarsi dalla propria battaglia e cominciare un incerto dialogo con l’altro sesso? Non lo credo, per varie ragioni. In Una storia di amore e di tenebra di Amos Oz, racconta la zia Sonia al piccolo Amos: «a volte vedo alla televisione, a volte lo vedo dal vivo, dal balcone, come le giovani coppie dopo una giornata di lavoro fanno tutto insieme – lavano, stendono, cambiano i bambini, cucinano, una volta ho persino sentito al negozio un ragazzo dire che l’indomani lui e sua moglie sarebbero andati, così ha detto, domani andiamo a fare l’esame del liquido amniotico. Quando l’ho sentito dire così, mi è venuto un groppo in gola: allora è proprio cambiato davvero un po’, il mondo? […] Tutto l’argomento fra lei e lui oggi forse è un po’ meno al buio, no? Un po’ più semplice?». Difficile sostenere che l’Italia odierna sia un paese maturo in fatto di pari opportunità, che si consideri il mondo del lavoro, la cronaca, o la scena politica. Sarebbe una posizione quasi paradossale, di fronte alla progressiva erosione della dignità femminile, alla mercificazione del corpo della donna, alla regressione dei ruoli e all’imbarbarimento dei rapporti tra sessi cui assistiamo ogni giorno attraverso gli schermi televisivi. Ma forse i modelli proposti dalla retorica politica e dall’industria culturale non sono ovunque dominanti all’interno della società. Forse si affacciano generazioni (perché, ricordiamolo, anche la televisione, come la politica, è in larga misura fatta da vecchi, per vecchi… vecchi bavosi, mi viene da dire) che se non rifiutano, in qualche modo ignorano certe rigidità, certi steccati che il potere patriarcale ha eretto tra l’uomo e la donna. Ci sono adolescenti abituati a parlarsi, mescolarsi, contaminarsi, mordicchiarsi, insultarsi e toccarsi, più di quanto non accadesse un tempo. Ci sono poi giovani maschi i cui genitori sono stati influenzati e cambiati dalla stagione del femminismo, le cui mamme sono state femministe, i quali, scommetto, hanno ricevuto tutt’altra educazione rispetto ai loro padri. Ragazzi abituati a farsi da mangiare da soli, a stendere il bucato, a fare la spesa. Giovani coppie, come quelle che la zia Sonia vede dal balcone, per cui convivere significa fare le cose in due, più che spartirsi i doveri in modo complementare. La divisione dei ruoli, anche quella ‘morbida’, più simile a una pratica di ottimizzazione funzionale delle competenze che a un destino inesorabile scolpito nella biologia, nasconde al suo interno il germe dell’incomunicabilità. Donne e uomini letteralmente esiliati nei propri compiti e nei propri saperi, analfabeti rispetto all’universo dell’altro, incapaci di sostituirsi, di scambiarsi le incombenze, come possono comprendersi? Ecco, su queste solitudini mi sembra ragionare il libro di Ciccone. Sui codici identitari che hanno scaraventato donne e uomini agli antipodi e sulla centralità della relazione come nucleo in grado di sciogliere e far cadere gli imperativi e gli obblighi che il dominio maschile ha fissato per entrambi. Ciccone scommette sull’ipotesi che ‘i tempi siano maturi’ per mettere in comunicazione le due differenze, quella maschile e quella femminile, superandone ogni visione essenzialistica, pensandole criticamente e storicamente. Si tratterebbe, da parte delle donne, di andare oltre il «separatismo» e le resistenze del femminismo storico a riconoscere e relazionarsi con quegli interlocutori maschi che si sono spostati rispetto alla rappresentazione semplificata del potere maschile; di non schiacciare la realtà di questi uomini su quella delle generazioni precedenti, «nella ricerca di una conferma che nulla sia, in fondo, cambiato» (p. 216). E vorrebbe dire, da parte degli uomini, accogliere l’eredità del femminismo come risorsa per un’indagine su di sé e come pezzo fondamentale della cultura e della storia di tutti. Insomma, rompere «due solitudini» dolorose e aprire uno spazio comune, responsabilizzando al contempo gli uomini sulla questione femminile, troppo spesso materia esclusiva di un pugno di parlamentari e docenti universitarie.

E farlo, suggerisce Ciccone, anche attraverso un ripensamento profondo della politica, denunciando «i limiti di una politica che non è stata capace di porre a tema la trasformazione delle relazioni tra le persone» (p. 109) e indicando, nella messa in discussione radicale del potere maschile, la condizione per costruirne una diversa, realmente altra rispetto ai modelli dominanti.

(Francesca Gruppi)

14 commenti

Archiviato in democrazia e diritti, letture

14 risposte a “Essere maschi

  1. Arianna

    Molto interessante e molto ben scritto… grazie! Condivido 🙂

  2. barkokeba

    Non ho letto il libro, ma solo questo commento. Mi domando perché si debba attribuire alla politica il limite di non essere “stata capace di porre a tema la trasformazione delle relazioni tra le persone”. Non è la politica che guida questo cambiamento, il quale avviene, quando avviene, attraverso l’evoluzione della cultura e della società. Avviene nell’educazione delle persone, in quello che si legge, negli spettacoli TV, nei consumi. Tutte cose su cui la politica non ha un potere diretto.
    La politica, naturalmente, qualcosa da dire sull’argomento ce l’ha, ma in maniera indiretta. Deve assecondare delle domande che vengono dalla società. Troppo spesso, per esempio, gli insegnanti hanno un atteggiamento critico nei confronti delle madri che lavorano. Oppure, troppo spesso gli orari scolastici sembrano non considerare che le giornate lavorative non finiscono alle 16.00, come i doposcuola. Ecco, la politica dovrebbe essere più attiva laddove le sue prerogative sono chiare. I cambiamenti sociali e culturali li producono altri. Se solo riuscisse a prenderne atto per tempo.

    • francesca gruppi

      Caro o cara Barkokeba,
      non sono d’accordo con te. Non solo credo che all’attuale evoluzione-rivoluzione-involuzione sottoculturale cui stiamo assistendo sia sotteso un progetto politico, ma continuo a ritenere – forse in un eccesso di gramscismo – che la politica non possa limitarsi ad assecondare acriticamente le domande che provengono dalla società. Ascolto e attenzione verso i bisogni e le paure delle persone, certo, ma molta cautela nel considerare innanzitutto la loro fondatezza – perchè molte paure e anche numerosi bisogni sono indotti, ahimè -; scelta, anche, mi spiace dirlo, delle domande che si intende considerare rispetto ad altre che si decide di contrastare (che cosa s’intende con “società”? Non è un concetto un po’ vago? I movimenti per la vita non sono anch’essi ‘società civile’? Dobbiamo ascoltare le loro domande?) e soprattutto capacità di essere culturalmente egemoni, di proporre le proprie risposte alle domande che si intercettano, nonchè altre domande inevase o dimenticate. Non si dovrebbe, secondo me, deresponsabilizzare la politica, non solo perchè ha molta più influenza di quanto si creda, ma anche perchè si spera (almeno, io spero) che possa tornare a essere uno strumento di emanicpazione di cui ci possiamo riappropriare.

  3. barkokeba

    Cara Francesca,
    la politica può fare molto per sostenere, che so, nuovi modelli di famiglia, oppure per combatterli. Ma lo fa con gli strumenti propri della politica. I quali NON consistono nel dire alle persone che cosa è giusto e cosa non lo è in merito ai rapporti di genere. La politica, e la parte politica alla quale si fa riferimento, ha ovviamente il compito di fare in modo che le politiche pubbliche facciano la loro parte per sostenere o per combattere certi orientamenti che anche dall’azione dei pubblici poteri trovano sostegno. Ad esempio, il razzismo. Non nasce dall’azione dello stato, ma certamente i pubblici poteri possono fare molto per combatterlo (o, ahinoi, sostenerlo). Ma non si deve pensare, secondo me, che la lotta al razzismo si combatta solo in quella parte della vita associata che si chiama politica. Va combattuta principalmente altrove. Sono questioni di egemonia culturale, che si giocano nella letteratura, nello spettacolo, nella musica, nelle arti, nella religione, nella spiritualità, nelle riflessioni esistenziali…. Su queste cose si deve fare una battaglia culturale. Se tu vuoi che la politica si occupi di queste cose, lo deve fare attraverso gli strumenti che le sono propri, quando questi esistono. Spesso è così. Altre questioni sono più difficili da trattare da parte della politica, anche se importantissime. A quale ministero, o assessorato, assegneresti la battaglia culturale contro la mercificazione del corpo?

    • vincenzo cramarossa

      Caro Barkokeba,

      condivido tutto quello che ha scritto Francesca, e credo che ciò che scrivi tu parta da un errore linguistico, che pure francesca sottolineava quando scriveva “intendiamoci cosa diciamo per società civile”… tu assegni alla politica il significato che correntemente ora è in uso attribuirgli e la identifichi con palazzi, ministeri, carfagne varie.. ma la politica non è solo “quella parte della vita associata” ma è – e qui semplifico ma non di molto – l’azione della vita associata tutta. Se questo argomento logico-linguistico non bastasse (e dietro di esso c’è un modo, magari inavvertito, di intendere la democrazia come separazione tra governo e popolo che è lungo e complicato qui dirimere) e pure accettando il tuo schematismo per cui “le battaglie vanno fatte in altri settori: arte , spettacolo, cultura, religione, etc” è palese, oscenamente palese in Italia, che questi mondi siano indistricabilmente legati fra di loro, ben oltre la debordiana società dello spettacolo. L’impressione è che si abbia ormai talmente tanta repulsione della “politica” intesa come apparato, che preferiamo pensare che la lotta sia altrove… purtroppo non è così.

      • francesca gruppi

        ecco, ti ringrazio vincenzo per avere esemplificato il mio pensiero. non aggiungo altro e torno allo studio!

      • barkokeba

        Caro Vincenzo,
        se la poni nei termini definitori per cui la politica è tutto, allora hai ragione, ma già in partenza.
        Sarei contento di essere d’accordo con te, ma poi rimane aperta la questione: chi agisce affinché si conquisti quella egemonia culturale di cui la stessa Francesca parlava nella risposta che mi ha dato? Il partito (peraltro, sottolineo che un tempo c’era il PCI, oggi “il partito” ho difficoltà ad individuarlo)? Il ministro? L’assessore?
        E’ vero che c’è molta commistione tra cultura, televisione, ecc., e infatti si sente spesso dire che la politica debba fare un passo indietro. Ovviamente, questo passo indietro avviene se c’è lotta politica, non è che non vedo le cose.
        Io non credo che la politica debba “dipendere” dalla società civile. Dico solo: a ciascuno il suo. Le nuove idee, i nuovi approcci, si esprimono anche in altri campi che non sono solo quelli della lotta per il potere politico. Nascono e si producono in tanti modi e per tanti motivi. Sono molto rilevanti per la politica, che li deve saper leggere e interpretare. Il che significa anche che la politica deve saper scegliere e criticare. Ma non nascono solo nell’ambito della contrapposizione politica, ma anche nell’ambito di altre dinamiche e conflitti. Non ho per niente repulsione per la politica, ma proprio per questo vorrei che essa facesse bene il suo mestiere.
        Recentemente un politico si è lamentato per il fatto che la sinistra non ha fatto battaglia di valori. Ecco, la politica pensasse al modo con cui i valori che ha scelto possono diventare soluzioni praticabili – e non mi pare che questo sia avvenuto, a giudicare dallo stato in cui sta, che so, la distribuzione del reddito nel nostro paese.
        La battaglia dei valori la fanno i politici, certo, ma anche i cittadini, i filosofi, gli spettatori, i lettori, i fedeli, i preti, i professori universitari, gli studenti…

  4. Mi intrometto in ritardo anche essendo chiamato in causa avendo scritto il libro. La discussione va molto oltre. Ma condivido l’idea che la politica non la facciano i politici. la politica è per me la pratica collettiva di trasformazione della realtà, l’esercizio di critica di modelli culturali dominanti, la modifica di orientamenti culturali diffusi, la rimessa in discussione di rapporti di potere tra le persone, le classi. …oppure lo strumento per la conferma e il consolidamento di tutto questo. è stato già detto ma lo confermo perchè il percorso da cui è nato il libro è proprio legato al riconoscimento della politica come luogo in cui mettere in gioco le proprie domande di senso e di trasformazione che riguardano anche le proprie relazioni, il modo di stare al mondo i vincoli e le aspettative che la società impone ai nostri desideri e alle nostre prospettive esistenziali. In questo senso non credo ci sia una dimensione dei “valori” (per loro natura statici e normativi) e un’altra dimensione delle scelte concrete di loro applicazione. Credo dovremmo trovare una descrizione più efficace che rimanda a tutti noi non solo la definizione di desideri, aspettative, “valori” ma anche le pratiche di trasformazione della realtà e riconoscere che i “politici” se si limitano all’amministrazione sono già perdenti…pensate a Berlusconi e quanto intervenga continuamente sul terreno dell’immaginario, quanto proponga complicità maschili a sostegno della sua figura, quanto faccia ricorso a stereotipi rigiocati “modernamente” per influire sugli orientamenti diffusi anche oltre o contro le concrete azioni di governo…in fondo proprio la vicenda berlusconi, ma anche molti altri fenomeni riguardanti la crescita delle spinte identitarie, le forme della politica ci dicono quanto ci sia una “questione maschile” non detta e irrisolta che si propone come grande “questione politica” ignorata….

    • barkokeba

      Caro Stefano, se tutto è politica niente è politica. E infatti, chi si è posto obiettivi di liberazione onnicomprensivi, negli ultimi decenni, ha finito per pestare l’acqua nel mortaio. Naturalmente ci sono dimensioni politiche nell’essere maschi, anche molto importanti (lo do per scontato, proprio per andare veloci in un blog…; è una questione di buone maniere quella di evitare la logorrea in questo tipo di scambi). Ma tutte queste cose di cui parli si giocano nelle relazioni sociali in generale. Perché dire che è la politica che se ne occupa? Sono tanti i luoghi in cui questo scontro di potere si gioca, e quello della decisione politica e della decisione pubblica è solamente uno. Interrelato con gli altri, sicuramente…
      Veramente qualcuno di voi pensa che il luogo più giusto per affrontare queste dinamiche sia la sezione (peraltro, le sezioni quasi non esistono più!)?
      Poi, certo, se si vuole continuare a confondere le idee, per cui tutto è politica…

  5. Carissimi,
    le dinamiche in rete alimentano spesso polarizzazioni polemiche inutili. Il mio libro parla di altro e non vorrei fossilizzarmi su questo aspetto. Solo per chiarirci dal punto di vista linguistico non considero politica la stretta politica istituzionale o il partito come organismo di gestione della rappresentanza. Quindi politica non è meramente la sezione (al tempo stesso preferisco sezioni in cui si discuta anche della qualità della vita delle persone e non solo delle candidature alle provinciali o dei dirigenti ASL). Ci sono cose per me importanti e io voglio occuparmene con altri e altre e questo lo chiamo per me “fare politica” senza delegare a professionisti della politica (senza alcuna ostilità populista) la loro risoluzione. non credo sia un approccio confusivo.

  6. barkokeba

    Magari la politica potesse essere meramente sezione! Magari si discutesse anche di qualità della vità nelle sezioni rimaste. Per poi passare a discutere, magari, di candidature, ma in maniera conseguente.
    Comunque, se quanto propone Stefano, è fare politica, va anche bene. Mettiamoci d’accordo sui termini. Tuttavia, il contesto, le occasioni, le modalità per occuparsi delle cose importanti di cui parla devono essere chiarite. Da li la polemica, che non è solo terminologica e non mira a sminuire la politica

  7. Zorzo

    Cari tutti,

    che il politico sia anche un intellettuale, come aveva per primo insegnato Gramsci, e dunque che ci sia un nesso tra politica e cultura, tra leggi e costumi è senz’altro vero. Nesso però non significa determinismo. Non esiste un rapporto esatto, scientifico, causa effetto tra un certo tipo di politica e un certo tipo di cultura. Pensate a tutto quello che è successo in Italia prima del 1978.
    Sia Francesca che Vincenzo che Stefano, di cui non ho letto il libro ma intuisco il valore della ricerca, protestano, a ragione, perché la politica “non è stata capace di porre a tema la trasformazione delle relazioni tra le persone». Ok, però un conto è non mettere a tema, altro conto è pensare alla politica come il “luogo in cui mettere in gioco le proprie domande di senso e di trasformazione”. No. Piano. La protesta contro il “nulla della politica” non può trasformarsi in nostalgia per il “tutto della politica”. La politica non può esaurire il senso della vita figurarsi se può operare “la messa in discussione radicale del potere maschile”.
    Non può essere la politica, o il segretario di partito a dirmi che tipo di maschio devo essere, che tipo di padre devo essere, che tipo di marito devo essere.
    Nessun partito, nessuna politica mi può dire o dare la definizione del “maschio nuovo”. Abbaimo faticato decenni nel ‘900 per depoliticizzare il mito dell'”uomo nuovo”, non arriviamo nel XXI secolo per inseguire il mito del “maschio nuovo”. C’è una sfera della persona, e dico persona e non individuo a ragione, (come peraltro mi pare usi anche Stefano) che la politica non può violare. La politica può accompagnare la persona come anche la famiglia. Ma non può dire alla persona e alla famiglia che modello di persona e di famiglia essere. La protesta contro il “niente della politica” è giusta legittima fiondata, vera. Penso però che anche le riflessioni di Barkokeba, sull’efficacia della politica come strumento per la risoluzione dei problemi, approccio induttivo e non deduttivo, debbano essere seriamente prese in considerazione. E non significa ridurre la politica a buona amministrazione.

  8. barkokeba

    Bravo Zorzo, mi hai interpretato perfettamente. Questa non è solo una questione di definizioni. Significa pensare a una politica che sappia dialogare con le persone e quindi che sa trovare le risposte giuste. Forse non ho capito niente della realtà di oggi, ma questo è un po’ il problema attuale della sinistra (o di tutte e due le sinistre di cui parla il post sulle primarie di Milano; in questo, sono molto simili).

  9. Pingback: Il Contesto » Per una duplice emancipazione di genere

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