Il valore della cultura e la cultura del valore

L’iniziativa di protesta di venerdì 12 novembre “Porte chiuse luci accese sulla cultura” è un’occasione preziosa per ragionare su uno dei più grandi equivoci che il centro destra e il governo Berlusconi stanno cercando di imporre al paese. Si voglio spacciare i tagli alla cultura come un’operazione che elimina il superfluo per concentrare le risorse e le attenzioni su altro. Non è così. E non solo perché la fruizione culturale “ci piace” ma perché rappresenta molto ma molto di più per l’economia del paese e per la sua tenuta sociale.

Lo sciopero del 12 è il punto alto di arrivo di molte manifestazioni particolari di queste ultime settimane, ma per volti versi rappresenta anche un punto di partenza per ragionare su un tema cruciale per la crescita del nostro paese. A che serve la cultura?

A che serve la cultura?

In Italia, come nel resto del mondo, il passaggio dalla società industriale alla società della conoscenza sta comportando una decisa valorizzazione delle produzioni di beni immateriali e intangibili.

Il valore dei “vecchi” prodotti industriali ha visto crescere le componenti legate al design, all’innovazione scientifica, alla ricerca di nuovi materiali, alle tradizioni artigianali, alla capacità di rappresentare la cultura di un luogo e di raccontarne la storia. Già a partire dalla metà del secolo scorso, le imprese e il mondo dell’arte e della cultura hanno iniziato a “parlarsi”. Hanno dato vita a una serie di relazioni, a volte polemiche altre volte concilianti, in cui lavoro intellettuale e lavoro manuale, come pure la produzione e il consumo, hanno iniziato a uscire dai loro steccati tradizionali per incontrarsi nell’arena della società e mettere in discussione le rigide categorie che definivano in modo separato gli “autori” dal “pubblico “, i “produttori” dai “consumatori”.

Questi processi hanno prodotto ricchezza, hanno definito nuovi profili sociali e relazionali. Hanno dato vita a nuovi modelli di istruzione e formazione. Domanda e offerta sono uscite dalle categorie del marketing tradizionale e hanno iniziato a “parlarsi”. E’ nata così una relazione che ha messo in contatto intrattenimento e cultura alta, in molti casi ha superato la definizione dei generi per costruire un unico scenario culturale da cui tutti possono attingere e di cui tutti siamo allo stesso tempo padri e figli, autori e fruitori e che trova il suo momento di sintesi nella società, la società della conoscenza appunto, della cultura, della comunicazione e della informazione.

Il valore della cultura e la cultura del valore

Per l’Italia, come in altri paesi, i beni culturali, le produzioni audiovisive, cinema, teatro, musica, l’insieme degli spettacoli dal vivo, l’editoria, l’informazione, il turismo, la ricerca scientifica e l’istruzione, le nuove tecnologie riguardano oltre i due terzi del Prodotto Interno Lordo.

Ma in Italia, da molti anni a questa parte, si è deciso che queste produzioni non contano nulla o contano pochissimo. “La cultura non sfama!” ha affermato con tracotanza il ministro Tremonti, alfiere del governo Berlusconi impegnato a smantellare il ruolo del sostegno pubblico alle produzioni culturali. Tutte le produzioni culturali. La scuola e la ricerca, innanzitutto. Ma anche la musica, il teatro, il cinema, le produzioni artistiche in generale. La conservazione e la fruizione dei Beni Culturali, volàno decisivo dell’industria turistica che tanta importanza ha nel nostro paese.

“La cultura non sfama!” continua ossessivamente a sostenere la destra italiana. Non sa che per ogni euro speso nell’acquisto di un biglietto di una mostra o di un museo, di uno spettacolo dal vivo, di un cinema o di un teatro molti euro vanno a chi lavora nelle produzioni di beni e servizi che si giustificano proprio in quanto legati alla domanda di cultura.

“La cultura non sfama” andrebbe detto alle migliaia di persone che, a vario titolo, lavorano nel mondo della cultura nel nostro paese che solo per il comparto dell’audiovisivo occupa più dipendenti della FIAT, una tra le maggiori industrie pesanti del nostro paese.

Per questo pensiamo che sia giunto il momento di mettere fine ai luoghi comuni che vedono le produzioni culturali appannaggio esclusivo di una elite colta e ricca per ritornare a vedere e riconoscere una nobile realtà fatta di grande lavoro, di specifiche competenze e di redditi certamente non alti, nella stragrande maggioranza dei casi.

Ci aiuta in questo la manifestazione Fiom di Roma che ha dato un contributo anche alla percezione di un nuovo dato sociale e culturale che riguarda tutta la società e quindi anche la politica: i giovani dipendenti della Fiat e di molte altre aziende metalmeccaniche sono antropologicamente simili ai giovani precari e ai lavoratori della conoscenza.

A questi cittadini lo Stato ha il dovere di dare delle risposte efficaci e coerenti. Rispondere rinunciando a spendere in sostegno alla cultura significa rinunciare al proprio dovere politico.

E’ noto a tutti infatti che la cultura favorisce la crescita individuale dei membri di una comunità e contribuisce a costruire e mantenere l’identità unitaria della comunità stessa. Spendere in cultura significa investire nel futuro e nel presente del paese. Significa decidere di attivare la coltivazione del gusto e permettere a tutti di acquisire la capacità di assegnare valore a beni dotati di forte contenuto simbolico e valoriale. Se si incrementano i consumi culturali, si incrementa anche la propensione al consumo e si mette in movimento un circuito virtuoso che porta a produrre altra cultura e a farne crescere la domanda a beneficio di tutti. Al contrario, se si decide di deprimere questi consumi, in breve tempo si rischia di lasciare che l’esperienza culturale venga percepita con un valore di molto inferiore a quello reale con un progressivo inaridimento di tutta la società, di tutti i comparti produttivi e dello standard di senso civico che costituisce la base di ogni aggregazione sociale.

Le “politiche” della cultura

Bisogna quindi invertire radicalmente la rotta e iniziare a guardare al mondo della cultura con altri occhi. Con uno sguardo attento e rispettoso che escluda comportamenti paternalistici orientati alla distribuzione generica di denaro pubblico. Bisogna ricominciare a parlare di politiche della cultura. Individuare nelle grandi tradizioni artistiche e culturali dei cittadini italiani una risorsa da valorizzare per il futuro del paese. Bisogna guardare ai giovani per offrir loro delle serie opportunità di crescita professionale nella convinzione che di questa crescita se ne possa giovare tutto il paese, i cittadini che ci vivono e le aziende che vi lavorano.

I tempi sono ormai maturi per avviare questi cambiamenti, radicali nelle politiche ma già realizzati in molti ambiti delle attività culturali del nostro paese che, in direzione ostinata e contraria alle scelte dei governi di centro destra, già è impegnato a produrre opere dell’ingegno in sintonia con queste sensibilità e a costruire gruppi di interesse e di consumo consapevole in grado di resistere ai processi in atto di inaridimento del tessuto sociale.

Il nostro futuro, il nostro modello di sviluppo

Nonostante la crisi economica e finanziaria – che certo non è stata prodotta dai cittadini – nonostante le tante difficoltà economiche in cui versano i giovani, gli anziani, le donne, i lavoratori, le famiglie e molte agenzie formative del nostro paese. Nonostante tutto ciò, siamo convinti che moltissimi accetterebbero volentieri di veder investiti parte dei loro contributi fiscali proprio nelle attività culturali, nella innovazione e nella creatività. Dobbiamo (re)inventarci il futuro. E lo possiamo fare tutti insieme.

Siamo convinti che non solo sia necessario ripristinare molti dei capitoli di spesa tagliati dal governo di centro destra ma anche che sia importante rilanciare la spesa pubblica in questo settore per dare nuove prospettive occupazionali e nuove occasioni di crescita comune alla società e ai territori.

Non si tratta di “assistenza” per nessuno. Si tratta di cura di noi stessi, individualmente e collettivamente. Si tratta di ritornare ad essere capaci di guardare al futuro, lontano da posizioni ingenuamente fideistiche che nel recente passato hanno affidato alla dimensione del futuro una sorta di automatica risoluzione di tutti i problemi. Non è proprio sicuro, infatti, che quello che verrà domani sarà meglio di quello che c’era ieri se non siamo in grado di progettarlo, orientarlo e determinarlo.

Questo vogliamo fare e questo chiediamo a chi nei partiti, nelle istituzioni, nei sindacati e nei movimenti ha la buona volontà per impegnarsi a lavorare in un progetto comune equo, aperto alle differenze, tollerante e solidale.

(Gioacchino De Chirico)

33 commenti

Archiviato in cultura e ricerca, economia

33 risposte a “Il valore della cultura e la cultura del valore

  1. paolo hutter

    ma i musei sono gratis e aperti per protesta oggi ma nessuno lo sa

  2. tania cristofari

    approvo e sottoscrivo senza riserve!!

  3. barkokeba

    Come dici tu, è falso che “la cultura non sfama”. Ma è anche banalmente falso: il turismo, tanto per dirne una, è una industria che ha moltissimi legami con la cultura, ed è molto importante in Italia. Certo, molto in più si potrebbe fare. Ma i sistemi di regole sono così pazzeschi al punto che un laureato in Storia dell’arte, per fare la guida turistica, deve fare un concorso per ottenere un patentino… (ma come, non basta l’esame di stato rappresentato dalla laurea?).
    Il problema da porre è anche un altro: bisognerebbe fare in m0do che la cultura sfami di più di quanto non faccia ora. Pensiamo ancora al turismo: si potrebbe puntare su un turismo che non sfrutti e depauperi il patrimonio artistico culturale. In passato, nella nostra città, Roma, si è cercato di agire in questa direzione, ma i risultati sembrano essere andati in direzione opposta, e il turismo era ed è rimasto del tipo “usa e getta”. Penso che per far valere il principio che “con la cultura si lavora” bisognerebbe puntare un po’ più in alto di quanto non si sia fatto fin qui.

  4. trovo sacrosanto l’impegno a lavorare in questa direzione e protestare attivamente contro i tagli alla cultura. condivido perfettamente l’articolo e lo spirito che muove la penna!

  5. Adele Di Trani

    Commento volentieri questa nota su un argomento che mi sta a cuore, come donna, come cittadina e come insegnante. Se è vero che la cultura non porta denaro ed è anche un luogo comune, non è vero che non sfama. Ho insegnato in tempi “civili” accompagnando giovani in un percorso di riscatto sociale e formazione culturale. Sono sicura, avendone testimonianze, di averli aiutati ad essere cittadini consapevoli, bravi lavoratori ed uomini capaci di affrontare la vita nelle gioie e nei dolori. Ma c’è di più: la cultura della quale li ho resi partecipi è anche un terreno fertile, che fa nascere idee, iniziative, scienza e arte. E siccome la realtà è migliore di quella rappresentata da chi ci governa, che vuole descrivere un’Italia di cialtroni, la cultura viene sempre ricercata, apprezzata, magari malpagata, ma circola e alimenta circuiti scomodi,sempre vitali. Questa giornata testimonia un impegno civile oltre che culturale.

  6. E’ soprattutto “questa” destra, che è contro la cultura. Uno che di sinistra non è, come Montezemolo, quando è stato presidente di Confindustria, e anche adesso attraverso Italia Futura, ha fatto dell’economia della cultura uno degli assi strategici del suo programma (basti pensare al turismo: il turismo verso le città d’arte è la componente più dinamica, perché ormai alla gente non bastano più le 3 S: Sea, Sun, Sand).

    Secondo me, tuttavia, la necessità di spendere per la cultura non si giustifica solo con i ritorni economici attesi: rimarrebbe necessario investire in cultura, anche se – paradossalmente – questa spesa fosse in perdita, o anche se il ritorno economico non fosse immediato (come è probabile che sia), semplicemente perché la cultura dà valore e qualità alla nostra vita, che non si riduce al Pil. Meglio poveri ma felici, insomma, anche se con più cultura saremo sicuramente anche più ricchi, almeno nel medio-lungo periodo.

    Giustamente tu dici che dire sì alla spesa pubblica per la cultura non significa per questo fare elargizioni a pioggia, o sottovalutare la necessità di spendere “bene”: ciò vale per la cultura, come per la ricerca o la sanità. Né possiamo ignorare che una parte della sinistra continua a sentire questo come un discorso “di destra”, quasi che spendere bene i soldi di tutti (soprattutto di chi paga le tasse) non fosse la migliore premessa per battere l’evasione fiscale.

    • barkokeba

      Penso che una delle maledizioni dell’orientamento progressita sia l’idea che spendere bene non sia di sinistra. Al contrario: sono soldi di tutti e non vanno buttati! Secondo me, l’efficienza pubblica è di sinistra. Anche perchè così, con i risparmi, si può dare più a tutti. Do per scontato che sia di sinistra anche l’efficacia, anche se non è così nella pratica. Non ho capito perché ci siamo fatti appiccicare addosso quest’etichetta. Forse c’è qualche responsabilità di un certo sindacalismo del settore pubblico… E si è finiti di fare il gioco della destra

  7. lorenzo

    Sottoscrivo pienamente. E penso anche che questo tentativo finale di chiudere i rubinetti del sostegno pubblico alla produzione culturale e alla manutenzione e valorizzazione del patrimonio artistico, insomma l’assalto finale di questi ultimi tre anni che ha impoverito e vorrebbe mandare definitivamente per strada i lavoratori intellettuali, si stia risolvendo in una presa di coscienza più estesa nel paese di qualcosa che ci andiamo ripetendo da molto tempo senza azioni conseguenti o adeguate da parte di nessuna politica: in Italia non abbiamo altro che la cultura, come patrimonio e come capacità di innovazione del mondo. E se questo non può essere sostenuto come dna del paese, struttura identitaria e formativa, almeno appunto consideriamolo per quello che può essere una economia sostenibile per il nostro futuro.

  8. mi pare che quello che è emerso oggi a federculture-ovvero che la legge 122del 2010 è una assoluta porcheria in grado di paralizzare definitivamente il sistema culturale- imponga la necessità di una risposta forte e non ambigua .per non ambigua intendo dire che tutti i burocrati soi disent di sinistra devono essere indispensabilmente e senza pietà rimossi dal loro incarico se incapaci e non coperti da un velo omertoso di silenzioi,Questo perchè la risposta democratica possa essere più forte, più inattaccabile, più condivisa.Se l’attuale presidente del consiglio e la sua banda ci sembrano-e quasi certamente sono-degli irresponsabili distruttori del sistema -già molto fragile-culturale italiano non è altresì più tollerabile che a questi barbari rispondano semi barbari incompetenti e dissipatori.Ogni riferimento a presidenti e direttori di enti pubblici è assolutamente voluto.Ci si chiede di ridurre le nostre esigenze rispetto al pubblico ma ci si impedisce di attingere al privato.Il mondo del cinema questo lo ha capito e dopo avere fatto una necessaria pulizia è ora in grado di chiedere tax credit e tax shelter.Spendere bene i soldi di tutti è una priorità e noi per prima-a sinistra-se ha ancora un senso questa divisione dobbiamo pretendere pulizia soprattutto dai nostri rappresentanti.

  9. Maurizio Dell'Orso

    Questo governo, la specie di Destra che esprime, è figlia dell’ignoranza e nell’ignoranza vive, genera, prolifera. Se difendesse la cultura, questa Destra, perderebbe buona parte della sua base elettorale.
    E con cultura, caro Gioacchino, intendiamo pure la scuola e la ricerca, vero?
    Il giorno che si capirà davvero che la cultura genera vita, quindi “si mangia”, a dispetto di quello che afferma il commercialista che abita in via XX Settembre, sarà sempre tardi.
    Penso che il primo passo sia liberarsi di questo tipo di governanti, che hanno tutto l’interesse a non farsi convincere che la cultura rende sia oggi e che domani.
    Gli sprechi ci sono stati, verissimo signor commercialista: e sarebbe bene abolirli. Ma da soli non giustificano il suo accanimento. Anche perché, ci sono stati sprechi in tanti altri ambiti che la sua miope falce sta lasciando invece intatti e protetti.

    Hai ragione, caro Gioacchino: <>

  10. Fraq

    La cultura è anche una delle “sacche” in cui si annida la meritocrazia. Chi non ha talento, non va avanti. Toglierle fondi e sostegno, significa intaccare anche le ambizioni di chi, invece, potrebbe dare molto a questo Paese. Grazie Gioacchino di aver riportato la mia stanca attenzione su questo tema. Seguirò il vostro dibattito, che già mi pare denso di spunti.

  11. la cultura è parte integrante se non fondamentale della nostra crescita come esseri umani. tagliare questi fondi è come dire “non evolvetevi uomini!” senza contare che la cultura è sempre stata collegata dalla notte dei tempi anche al divertimento, alla liberazione dell’animo da frustrazioni e tensioni, alla socializzazione, agli scambi, all’amicizia, quindi fondamentale per far crescere una società sana, serena e pacifica. quindi freniamo questa posizione malsana, protestiamo in ogni modo pacificamente contro questa tremontiana chiusura intellettuale!

  12. Chiara Di Domenico

    Forse insieme ai soldi per la cultura si è perso anche il significato stesso della parola. In questi anni la cultura è stato più uno status symbol che comunicazione di idee, conoscenza dell’altro, comprensione dell’altro. Mi immagino Roma, per esempio, con una biblioteca funzionante in ogni quartiere e qualche festival in meno. Mi immagino la possibilità di collegarsi a internet in ogni spazio urbano invece di un Auditorium dove la sera è impossibile tornare se non hai un mezzo tuo, mi immagino panchine dove sedersi ad osservare e ascoltare gli altri, anche nelle isole pedonali come quella del Pigneto dove la gente si siede per terra pur di stare insieme e passare del tempo.
    L’associazionismo da anni si batte per sopperire alla litania perpetua del “non ci sono soldi”, da anni subisce lo smacco di vedere progetti avallati da persone competenti sorpassati da sterili proposte dei soliti noti.
    Lancio una provocazione, da operatrice, alle istituzioni: non dateci soldi, metteteci alla prova, testateci nella nostra utilità. Fateci “vendere” le nostre idee direttamente al pubblico per fare della cultura qualcosa di non elitario. Fidatevi della gente comune e dei suoi gusti, un’élite snob che decide per tutti ci ha portato a un’ignoranza che ci sta divorando. Non vi chiediamo un euro ma non affossateci con la Siae, le lungaggini burocratiche, le multe salatissime.
    Date ascolto a chi opera e conosce il mestiere e il territorio, promuovete corsi di formazione che mettano in comunicazione esperti e nuove leve, pensate che la cultura è, appunto, un mestiere. Si fa come serve, dove serve. Partendo dalle esigenze del territorio. Perché quartiere dopo quartiere si fa un paese.
    La mia provocazione è questa. Se davvero non c’è più un soldo, cinque anni senza festival, senza grandi eventi, e che ogni azienda adotti una biblioteca, un museo, un archivio. Che siano aperti al pubblico e alle sue reali esigenze. Che sia il pubblico con la sua presenza a testare la qualità. Che si guardi finalmente all’Europa dove non è vergogna avere Facebook e la Divina Commedia vicini. Perché che piaccia o no anche Facebook è cultura.
    Certo è una provocazione, ma senza la vulgata saremmo ancora al latino, comunemente annoverato tra le lingue morte. La cultura che non si usa è sterile, ed è il cibo preferito dell’ignoranza.
    Per questo alla destra oggi viene così facile dire che la cultura non sfama. Per questo alle elezioni democratiche vince questa destra.

  13. piero maccarinelli

    perchè il m io commento è stato censurato? non conteneva nè turpiloqui nè valutazioni eccesive…

    • mattiad

      Nessuna censura. Se non si è già registrati con il sistema di wordpress, i commenti devono essere approvati, il che avviene dopo che un’email arriva nelle nostre caselle di posta elettronica ( e non sempre stiamo come falchi in attesa dell’email). E’ un sistema un po’ farraginoso, ma come censori saremmo davvero poco credibili.

      • piero maccarinelli

        E MENO MALE

      • mattiad

        Come vede, ora le sue risposte vanno in automatico, bastava un po’ di pazienza (oppure preregistrarsi nella piattaforma di wordpress). In ogni modo, grazie mille del suo intervento.

  14. enzo orti

    è scappato il commento che stavo scrivendo………non so che fare…..riprenderò con più calma

  15. Piero maccarinelli

    Ma accidenti,repubblica di oggi pag 15,dalconfronto ufficiale fra le dichiarazioni dei redditi dellanno 2008 risulta che attori e sportivi con partita iva pagano mediamente-attenzione mediamente-circa 50000 euro di reddito infwriore solo alle dicchiarazioni di medici ma di gran lunga di piu di artigianinegoziantinotaiaffaristifinanzieri avvocati immobiliaristi operatori della cominicazione e dei trasporti….altrimenti detto guadagnando certo di menodelle suddette categorie paghiamo piu tasse di loro!?!?e il ministro tremonti dice che con la cultura non simangia!!!certo se continuanoa mangiare loro non pagando le tasse!!!!mangiano anchee le nostre tasse che io volentieri pago per uno stato sociale che si occupi dei piu deboli ,ma non per mantenere il mionotaio o idraulico o direttore dinegozio o assicuratore o avvocato o ristrutturatore a cui molto spesso pago giaparcelle o conti salatissimi quasi mai fatturabili..con la cultura ormai solonoi operatoridellaculturarischiamodinonmangiare piu…

    • barkokeba

      Mi sembra che il tuo punto sia: visto che attori e sportivi non pagano le tasse, muoia la cultura. Cioè, se un calciatore o un ex divo di un reality show non pagano le tasse, va bene che si sbricioli Pompei. E’ la logica conseguenza del tuo sfogo, o ho capito male?

      • piero maccarinelli

        hai capito malissimo volevo dire che siamo la categoria che paga le tasse piu di qualsiasi altra categoria di lavoratori autonomi con partita iva
        e dfato che fra attori registi e calciatori siamo più
        di 400000 in italia nmoltiplica per 50000 di reddito medio dichiarato e vedrai che siamo una delle voci più redditizioe in termini di tassazione e di pil,,,questo trovo scandaloso!!! spero di essermi ben spiegato se vuoi ti faccio un ulteriore esempio io pago un antennista un idraulico un notaio un dentista un avvocato… e rarissimamente ne ottengo in cambio una fattura ..prova a pagare un attore o un regista in nero se ci riesci…ma non mi lamento perchè pago lke tasse sono incazzato nero perchè il ministro tremonti e i suoi accoliti sostyengono che con la cultura non si mangia..ripeto mangiano loro su di noi destinando per esempio le risorse che noi versiamo per finanziare scandalosamente le scuole private cattoliche…

  16. FILOMENA MARIA FOTIA

    Certo, la cultura produce ricchezza e questo è molto importante. La miopia di chi lo nega è evidente ma lo è ancora di più non considerare che la cultura produce ricchezza umana. Spia di un intollerabile decadimento è dovere “giustificare” le richieste di impegno nei confronti delle produzioni artistiche e culturali. Il paese che ha creato l’umanesimo considera superfluo il neo-umanesimo di cui parla Edgar Morin come base della globalizzazione sostenibile: è su questo che dovremmo interrogarci, sul contrasto tra l’abbandono della politica delle culture da parte del governo e la “fame” di cultura che, in modo diverso, viene da più parti e soprattutto dal mondo di quei giovani tacciati di essere “bamboccioni”e invece spesso essi stessi creativi e produttori di cultura. Anche la fruizione della cultura è un elmento di creatività e combatte la passività e l’ignoranza.

  17. notitiae

    Volevo spendere anche due parole per sottolineare la perdita dei valori della nostra tradizione. San Martino un festa tutta Peninsulare è stata soppiantata quasi da Halloween. Probabilmente ha inciso anche la combinazione del calendario, halloween sabato e San Martino giovedì…
    Bellissimo,questo vr.post… Noi in Umbria abbiamo realizzato questo servizio, un piccolo contributo per risollevare le sorti di questa bellissima festività… Non è giusto che perdiamo le nostre tradizioni, quando c’è il vino nuovo si festeggia, è non solo una tradizione, ma un obbligo!!!!
    http://notitiae.wordpress.com/2010/11/13/%E2%80%9Cvota-san-martino-7-giorni-%E2%80%93-2010%E2%80%B3-galleria-fotografica/
    Un saluto e ringraziamento J

  18. barkokeba

    Cari amici, la questione della economicità della cultura non deve essere sminuita, nel senso che non toglie valore alla cultura. Qualsiasi attività umana, se possibile, deve essere realizzata in modo che siano recuperati i suoi costi. Alcune di queste attività producono vantaggi economicamente importanti, come si è cercato di dire, ma difficilmente quantificabili. Il fatto che tali vantaggi esistano non serve a giustificare l’attività culturale, ma a smontare l’argomento “con la cultura non si mangia”. Andrebbe detto, infatti, che è pieno il mondo di attività con le quali non si mangia. Nessuno ha mai mangiato con il calcio (che è un’industria in perdita). I trasporti pubblici anche sono in perdita, ma nessuno si sogna di ridurli a qualcosa di simbolico. Insomma, l’idea che “la cultura non si mangia” non solo è sbagliata, ma è anche fonte di gravi contraddizioni per chi la sostiene.
    Questo discorso, però, implica per coerenza che chi esercita attività culturali si sforzi di fare in modo che esse producano il massimo del reddito possibile.
    Con la cultura non si mangia è uno slogan per mascherare la propria inadeguatezza di classe dirigente. Come tale andrebbe trattata. Dicendo, per esempio, che i francesi con la cultura ci mangiano, e anche tanto. E così via…

    • piero maccarinelli

      appunto anche noi con la cultura ci mangiamo e facciamo mangiare altri visto che siamo la seconda categoria a partita iva per cespite procapite e individualmente versiamo su un reddito annuo di 50000 euro each one-e considerando che su 400000 addetti ci saranno almeno 200000 precari ti prego di considerarte quanto reddito tassato produce ognuno dei 200000 non precari

  19. Condivido e diffondo dopo l’ iniziativa.Il successo della manifestazione testimonia la centralità del tema della cultura in una fase critica come questa. Si scontrano due visioni dello sviluppo sociale. Quella berlusconiana privilegia un modello ormai vecchio: televisione, speculazione commerciale, consumismo alienato. L’ altra valorizza la memoria di un paese, legandola alla ricerca scientifica, alla scuola e ai progetti per un futuro sostenibile. Lo ha capito Draghi, Berlusconi no. Su questa base, si può costruire una sintesi unitaria del centrosinistra. Bisognerà riparlarne.

  20. Ho condiviso con ritardo, causa una indisposizione. Il tema è decisivo nell’ epoca della società della conoscenza e non andrà abbandonato: sono in gioco la qualità della nostra ricerca, e l’ avvenire delle generazioni più giovani.Bisognerà continuare a parlarne.

  21. Laura Falcinelli

    Condivisibile! Vorrei aggiungere però una considerazione: da questa crisi impegnamoci affinché ne nasca una maggiore richiesta e attribuzione di qualità che, a volte, è mancata ad alcuni progetti culturali offrendo, forse, il fianco a un modo avverso di concepire la cultura e i suoi positivi effetti sulla società e sull’economia.

  22. Pingback: Prova

  23. gloria

    Un nuovo movimento che chieda con forza ai politici di non vendere ai privati le caserme ristrutturate coi nostri soldi ma di dedicarle a nuove strutture per la cultura (anche solo scuole..) che chieda di non mandare a casa gli insegnanti ma qualche militare di troppo, di dedicare buona parte degli investimenti della difesa alla cultura, credo che sarebbe veramente necessario, un segno di civiltà e intelligenza . Passare davanti a certe caserme con prati inglesi, campi sportivi e alloggi gratuiti per i militari, sentire le cifre implicate in tutte le infrastrutture a sostegno delle missioni all’estero, dovrebbe far urlare molte voci in coro, un coro all’unisono che chieda che tutti questi soldi siano dedicati alla cultura .

  24. Michela

    Condivido e sottoscrivo. L’impegno nel disconoscere l’attuale gestione (distorta o forse inesistente) della cultura che prevede un’attribuzione di valore inferiore a quello che realmente merita, è dovuto anche per impedire ai nuovi giovani di credere si possa vivere senza intelligenza, senza creatività, senza possibilità di crescita individuale, senza meritocrazia, senza un sapere che permetterebbe loro di scegliere autonomamente, in una società arida di stimoli, di senso civico e di valori umani che solo la cura e la fruibilità dei beni immateriali sa insegnare.

  25. Rosario Garra

    Ci sono sere in cui spengo il computer prima del solito e mi butto per strada nell’ora in cui chiudono i negozi. Mentre cammino senza una direzione precisa, anche i pensieri si associano nella loro casuale deriva.

    Qualche giorno fa, davanti a una delle ultime vetrine ancora illuminate, mi ha colpito l’immagine di uno spazio vuoto, del tutto privo di merce, nel quale campeggiava soltanto la nudità dei manichini.

    Non so perché in quel momento ho ripensato alla frase: “la cultura non si mangia”. Forse perché è stato come rivegliarmi in un mondo senza “vestiti”.
    Si mangiano i vestiti? e la moda, si mangia moda?
    Se dovessimo avere meno libri, meno film, meno mostre, meno concerti.
    Se tutto questo – diciamo la “cultura” – improvvisamente sparisse o se soltanto avessimo meno libertà di scegliere e di creare, avremmo ancora cravatte, abiti, scarpe ?
    No, prima o poi ci toccherebbe fare a meno di camicie, tailleur, wonderbra, perché anche tutto questo non si mangia.
    Quella stessa notte ho sognato uno stadio, non so se era l’Olimpico o il Meazza. Era vuoto. Curve, spalti, tribune: tutto deserto. I tornelli erano ancora lucidi ma nel campo l’erba era alta e cosparsa di rovi selvatici.
    Come le vecchie foto in bianco e nero, le radiocronache e telecronache delle partite erano diventate soltanto sbiaditi ricordi.
    Il calcio non è pane.

    Sogni, pensieri alla deriva, sciocchezze.
    C’è la crisi, tenere i conti a posto è una misura di buon senso.
    E’ quello che sta facendo il Governo. Che farebbe la sinistra?

    Partite di calcio, concerti, calze autoreggenti, libri … ne avremo ancora.
    E la schedina avrà una riga sola, perché tutte le domeniche si giocherà soltanto Milan-Roma. Avremo sconti sui libri tutto l’anno e libri di Vespa tutti i giorni. Le donne saranno bellissime e avranno sottane seducenti, ma tutte dello stesso colore e della stessa taglia.

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