Fine delle due sinistre, rinascita di Milano

Domenica si sono svolte le primarie per il candidato a sindaco di Milano. Ha vinto Giuliano Pisapia, candidato sostenuto da Sinistra Ecologia e Libertà e Federazione della Sinistra mentre ha perso con 3.500 voti di scarto Stefano Boeri, sostenuto dal Partito Democratico. Valerio Onida, ex presidente della Corte Costituzionale e candidato sostenuto da parte del  mondo cattolico progressista e da pezzi di società civile ha avuto un buon risultato con il 13% dei voti. L’affluenza è stata al di sotto delle aspettative, attorno al 10% degli elettori milanesi. Il voto è stato interpretato da molti come una sconfitta del PD, tanto che il gruppo dirigente locale e il braccio destro di Bersani Filippo Penati hanno rimesso il proprio mandato. Il risultato però ha un valore nazionale e vale quindi la pena di analizzarlo un po’ a fondo.

1.  Il primo dato è quello dell’affluenza al voto. Ci si aspettavano 100mila votanti, se ne sono presentati 67mila. Pochi? Beh, comunque tantissimi rispetto ai pochissimi che fino a poco tempo fa sceglievano le candidature locali: e in Lombardia si trattava quasi sempre di candidature perdenti. Le prime elezioni primarie a Milano, quelle per scegliere Prodi come leader del centrosinistra nel 2005, ebbero la partecipazione di 101mila elettori. Nel 2006, per scegliere il prefetto Ferrante come candidato a sindaco andarono alle urne in 82mila. Alle primarie del PD del 2007 votarono 59mila persone mentre a quelle di due anni dopo l’affluenza salì a 66mila votanti. Si tratta di consultazioni diverse (solo del PD o di coalizione), ma i numeri sono straordinariamente simili a quelli di domenica.

2. Sì è vero, il PD non è andato bene. Ma prima di parlare del PD forse bisogna anche dire che Giuliano Pisapia è andato molto bene e che, evidentemente, è piaciuto a molti milanesi. Abbiamo sentito anche in queste ore il refrain sul candidato estremista che non conquisterà voti al centro. Analisi quanto meno poco fondate sui fatti. Abbiamo già scritto altre volte che il centro non è più quello di una volta ma è fatto soprattutto da elettori non politicizzati, impoveriti, marginali e anche anti-politici a volte. Come ha scritto La Stampa, la partita a Milano come altrove si giocherà in quei quartieri “oltre la circonvallazione” oggi egemonizzati dal “forza-leghismo”. Pisapia è un candidato che, per storia e cultura personali, sarà in grado di combattere una battaglia anche politica contro quella cultura. Perché, e qui sta uno dei punti deboli del PD, il “buon governo” non basta più. E poi ci sono i dati, un elemento spesso trascurato dai commentatori e dai politici di centrosinistra. La “sinistra radicale” a Milano, nelle comunali del 2006 prese un terzo dei voti raccolti da quella “riformista”. Successivamente il rapporto tra PD e SEL è stato anche di 1 a 20. Se Pisapia avesse dovuto pescare solo nel bacino della “sinistra radicale” stava fresco. Ha vinto, evidentemente, perché è oltre la separazione tra radicali e riformisti. A Milano, come in Puglia all’inizio di quest’anno, non vince la “sinistra della sinistra” ma semplicemente il candidato migliore, più in sintonia con la società e con il profilo identitario più chiaro.

3. Tutti i candidati alle primarie di Milano erano maschi e con più di 50 anni. I primi 3 per numero di voti avevano un background da professionisti affermati: architetto di grido Stefano Boeri, avvocato penalista molto conosciuto Pisapia, ex presidente della Corte Costituzionale Onida. Con i partiti deboli come quelli della sinistra milanese una campagna elettorale poggia prevalentemente sulla capacità del singolo di mobilitare le proprie risorse (economiche e politiche) oppure di attivare la propria rete personale e professionale. Ecco uno dei motivi (certo non l’unico) per cui i candidati sono spesso maschi, con una certa età e una certa notorietà. Non è inevitabile ma è facile che succeda: quante donne sotto i 50 anni e senza una professione avviata avrebbero potuto tentare un’impresa simile? Se era possibile e a Milano nessuna ha tentato allora bisognerebbe chiedersene comunque il perché. Detto ciò a Milano c’erano degli ottimi candidati: molti elettori di altre città pagherebbero oro per avere quell’imbarazzo della scelta. Non è detto però che in altri contesti lo stesso meccanismo selezioni gente di questo livello: avremo presto le primarie di Bologna e di Napoli da commentare. E tuttavia forse il background sociale comune ai 3 maggiori candidati (il mondo dei professionisti affermati) può aiutare a spiegare la bassa affluenza nelle periferie. Non basta una buona base culturale per superare la frattura sociale che divide la Milano del successo professionale dalla Milano della paura e della retroguardia sociale, che evidentemente ancora non si è fidata o non si è sentita rappresentata da nessuno dei candidati. Quindi una delle sfide della sinistra a Milano dev’essere ricucire immediatamente un rapporto con questa parte di città – non basta certo la crisi del berlusconismo per farlo – è questo un problema generalizzato, che c’è a Milano, ma a ben vedere è fortissimo anche a Roma, dove pure si è governato da tanti anni

4. Lo sport più diffuso dopo le primarie milanesi è stato il tiro al PD. Va detto che questo partito, da quando è nato nel 2007, ha collezionato parecchie sconfitte: le politiche del 2008, le regionali in Sardegna e Abruzzo, le europee del 2009, le primarie in Puglia, le regionali della scorsa primavera. Quando una guerra va male ci si chiede se sia gestita male la strategia oppure se era proprio sbagliata la guerra – vedi il dibattito sull’Iraq e sull’Afghanistan. Varrebbe la pena porsi la stessa domanda sul PD: hanno sbagliato tutti e 3 i diversi segretari (quindi sarebbe un problema di gestione) oppure forse era un progetto sbagliato e poco in sintonia con la società italiana? E se non vince a Milano dove dovrebbe vincere? Il problema, forse, non è la leadership locale milanese ma l’efficacia del progetto. E’ un problema che deve riguardare tutti, perché senza un partito grande e forte il centrosinistra non va molto lontano. I dati delle regionali 2010 dimostrano che il calo del PD va di pari passo con quello del centrosinistra. Forse, tanto per cominciare, il PD potrebbe cominciare a credere di più nei suoi giovani dirigenti. Da quando è stata introdotta l’elezione diretta del sindaco nel 1993 i candidati (Dalla Chiesa, Fumagalli, Antoniazzi, Ferrante) non sono mai venuti dalle fila del PDS-DS-PD. Eppure a Milano di dirigenti bravi e conosciuti in città ce ne sono. Boeri ha avuto difficoltà anche a causa dei suoi rapporti con la giunta Moratti, stai a vedere che chi le fa opposizione in Consiglio da molto tempo prendeva quei 3.500 voti in più che avrebbero fatto la differenza?

Su un blog prevalentemente “romano” vale la pena poi concludere con una considerazione. A questo Paese negli ultimi 20 anni è mancata Milano: la città dove avevano sede le più grandi case editrici, dove si produceva la maggior parte della cultura, dove viveva la gran parte della “classe creativa” italiana e dove tuttora vengono fabbricate molte delle idee e degli stili di vita. Quella città oggi manca al suo compito, è diventata la capitale della rendita fondiaria e della ‘ndrangheta. Se rinasce, e questa volta può rinascere, ne beneficiamo tutti.

6 commenti

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6 risposte a “Fine delle due sinistre, rinascita di Milano

  1. giuliarodano

    Condivido molto, tranne il titolo.
    Io direi “fine della non-sinistra”.
    Dal mio punto di vista infatti Milano è l’ennesima testimonianza del fatto che un’esperienza politica vincente non può prescindere dal rivolgersi ad una base elettorale definita, schierandosi, definendo e rivendicando una chiave di lettura del mondo e della società. Tutto quello che al PD manca per contratto.

  2. ma perchè non s’è candidato civati?

  3. alessandro

    La candidatura di Boeri non era la “solita” candidatura perdente del Pd lombardo o milanese. Qui sta il paradosso. Boeri e’ stato un candidato visionario, con un’ipotesi di sviluppo della citta’ probabilmente piu’ definita di quella di Pisapia e dai contorni nettamente progressisti. Quindi, a ragione Mattia quando dice che lo schema delle due sinistre e’ vecchio e superato. Esiste un problema di mobilitazione della base del Pd, questo e’ evidente. Oppure, semplicemente, l’elettorato del Pd si sente libero di scegliere un candidato che non sia quello indicato dai dirigenti (ovviamente, molti elettori Pd hanno votato per Pisapia). Sinceramente, credo che la novita’ di Vendola per non corrompersi debbe tenersi lontana da una idea vendicativa che forse alcuni suoi consiglieri coltivano. A molti dei suoi (piu’ recenti) sostenitori non frega nulla del vecchio schema delle due sinistre……

  4. alessandro

    …….ah, sulla base elettorale. A Milano mi pare che la base elettorale definita sia quello entro le vecchie mura della citta’. Che, sinceramente, non mi pare esaurire quella che dovrebbe essere la base della sinistra. E su questo, i due candidati ahime’ si equivalgono, anzi…..

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