150 anni

Ogni mattina accompagno mia figlia alla scuola Fratelli Bandiera. Il mio impegno di amministratrice pubblica mi ha reso più attenta alla topografia della memoria: nomi delle scuole, delle strade, targhe sui muri delle città. Ogni tanto mi capita di rappresentare la Provincia di Roma alle commemorazioni – 8 settembre, via Fani, Porta Pia, la Storta, … – e pensare a quelle vite stroncate, immolate, a chi ha combattuto, ai perché, ai torti e alle ragioni, ai loro affetti, alle famiglie, all’intreccio tra le storie dei tanti e la Storia d’Italia.

Così ho raccontato a mia figlia perché la sua scuola si chiama Fratelli Bandiera e mi sono ricordata che proprio in quella scuola un pomeriggio presentai il libro di Laura Lombardo Radice e Chiara Ingrao Soltanto una vita e Pietro Ingrao, marito di Laura, raccontò della paura che avevano avuto alla fine degli anni trenta, giovanissimi, quando sembrava che il nazismo potesse vincere ovunque. Erano soltanto ragazzi e furono travolti dalla Storia, quella con la esse maiuscola. Persero cari amici e quella scelta li segnò per sempre. Nel libro veniva ripubblicato un articolo di Laura Lombardo Radice scritto per l’Unità (27 luglio 1952) “I fratelli Bandiera” che così si chiude: “Tutto finito, fallito. I Fratelli Bandiera: due volti risorgimentali che sappiamo sin da bimbi, un argomento di storia da studiare, forse il soggetto per un film. Ma Dante di Nanni, Eugenio Curiel, Giaime Pintor, le care ombre dei giovani eroi che ebbero ieri la nostra età, ci riconducono incontro, in modo affettuoso e commosso, a Emilio e Attilio Bandiera, ufficiali, Domenico Moro, Tommaso Verenucci, fucilati più di un secolo fa: che ebbero anch’essi i nostri anni.”  Ci riconducono incontro, scrive Laura Lombardo Radice. Capita così che i nodi della storia irrisolta di questo paese tornano; la sua democrazia, il debole suo spirito civico, la sua incompiuta religione civile, la sua fragile unità.

Mentre la politica fatica a dare un senso all’anniversario che stiamo per attraversare, i 150 anni dall’Unità, arriva nelle sale il film di Martone.

A dispetto di tante difficoltà (poche copie, nessuno sembra volere davvero questo centocinquantenario, neppure Rai cinema che produce il film, ma forse un po’ se ne vergogna), arriva dunque in sala Noi credevamo: un film, bello, importante, emozionante, ambizioso. Mario Martone e il cosceneggiatore Giancarlo De Cataldo rianimano questo compleanno italiano. Emozioni, passioni, vicende personali di uomini e donne come Cristina di Belgioioso (ebbene sì, c’erano anche le donne) che si intrecciano con la storia del paese. Del resto la storia in chiave di compromissione personale è la cifra della scrittura di Anna Banti (al secolo Lucia Lopresti), autrice del libro da cui il film è tratto (Valentino Cecchetti su L’Indice, n.10), che lavorò sulle memorie del nonno calabrese mazziniano.

Di Giancarlo De Cataldo è anche in libreria I Traditori (Einaudi, 2010), altro affresco risorgimentale e meridionale, altro racconto ricco d’incredibili figure femminili.

Pur temendo di piegare l’arte alla politica, di imbrigliare il valore artistico del film e del libro, che non sono saggi e non vogliono esserlo, non posso non dire che Martone e De Cataldo ci offrono un’interessante rilettura del Risorgimento. Sono autori di un’attualissima operazione politico-culturale. Per questo è così emozionante e si fa la fila per andare a cinema. Si parla dell’oggi, per capirlo e ricostruire il filo annodato che ci lega e ci fa “reincontrare” i tre giovani calabresi di cui il film segue le vicende, e ci emoziona il loro giovanile giuramento e affiliamento alla Giovine Italia.

L’unità è vista dal sud, ma non per rispondere banalmente al leghismo e ricordare l’annessione del sud, la ferita d’Aspromonte (c’era già stata Bronte). L’Italia è stata fatta male, come dice Cristina di Belgioioso, straordinaria figura, preoccupata che il popolo non capisca, non ci sia. L’Italia è stata fatta male, tradendo le speranza di chi la voleva unita, e non solo quelle del sud. Mazzini muore clandestino, Poerio si ritira a vita privata.

Nei Traditori, la Striga, splendido personaggio del libro di De Cataldo, “creatura delle foreste” così riflette: “Nel momento della vittoria si accumulano le tante minime disfatte individuali. E forse, la vittoria stessa non è che la risultante di tutte quelle sconfitte. Un’equazione irrisolta …”

Un’equazione irrisolta che arriva fino a noi, nell’immagine del cemento di una casa iniziata e mai finita sulla costa del sud, immagine di scheletro così familiare a noi meridionali, dove s’incontrano due generazioni di repubblicani.

Irrisolto è il rapporto con gli ideali di rinnovamento e cambiamento sociale che l’Italia avrebbe dovuto incarnare, quello tra la repubblica romana, il momento più alto dell’utopia democratica, con il voto alle donne e l’abolizione della pena di morte, e la Roma che diventa capitale sabauda dopo la breccia di Porta Pia. E pensare che ancora oggi la giunta capitolina si riunisce attorno al tavolo che fu di Saffi, Armellini e Mazzini, ma quanta distanza …

E’ bellissima la scena in cui uno sconfitto, Lo Cascio, uno dei protagonisti del film, va per un colloquio in parlamento. Nell’Aula che si mostra deserta Crispi (Luca Zingaretti) spiega perché proprio gli ex-repubblicani saranno i più convinti monarchici, Lo Cascio si aggira invece nel corridoio tra le cappellerie piene dei cilindri degli onorevoli. Quei cappelli maschili così tutti uguali, funerei ha scritto Roberto Escobar su il sole 24 ore del 21 novembre, mi hanno ricordato il corteo dei figli degli uomini colti, che ho sempre immaginato con la bombetta, che Virginia Wolf descrive in Le tre Ghinee, invitando le donne a non seguirlo. E’ un testo che il neofemminismo ha posto a fondamento dell’estraneità femminile a questa politica.

Mi sembra infine che nel film si parli anche di questo, dell’impegno e della politica, del rapporto tra idealità e cinismo, tra idealità e integralismo, del trasformismo delle classi dirigenti italiane, del crinale pericoloso tra realismo politico e trasformismo.

Ragionare oggi del Risorgimento è un’occasione per interrogarci sull’Italia e il disincanto degli italiani. Oggi, consumata la crisi della repubblica dei partiti nata dalla resistenza, torna quel nodo irrisolto del rapporto tra politica e popolo, tra questione democratica e questione sociale. Solo uno dei ragazzi mazziniani è figlio del popolo e il padre tenta di spiegargli che non può condividere gli ideali dei suoi compagni, figli dei padroni che rubano l’olio dei contadini. Alla fine quel popolo meridionale sarà davvero tradito, dando ragione al disincanto del padre.

Noi credevamo, come ogni imperfetto che si rispetti (Capitta, manifesto 8.9.2010), arriva fino a noi: fortemente unitario, ma senza retorica, lasciando aperte le domande su quale unità abbiamo avuto in eredità e come rinnovarla. Un modo per capire in che paese viviamo.

(Cecilia D’Elia)

8 commenti

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8 risposte a “150 anni

  1. barkokeba

    Cara Cecilia, molto romano quello che tu scrivi. Tutte queste cose che racconti si respirano nella città. Specie in posti come il Gianicolo, o il Pincio, che dovrebbero essere difesi non solo per la loro intrinseca bellezza, ma anche per il valore simbolico ed evocativo che hanno. Purtroppo, nella nostra città, i ragionamenti che suggerisci devono essere fatti, alle volte, in mezzo al traffico o in veri e propri immondezzai.

  2. andrea declich

    Mi viene in mente che questa attenzione per il risorgimento italiano potrebbe essere fatta in maniera molto moderna ed essere utile per la sinistra. A Roma, poi, sarebbe veramente azzeccata. Il nostro Risorgimento potrebbe stare all’Italia progressista come Lincoln sta all’America dei diritti civili.
    Forse, è proprio nel nostro Risorgimento che stanno le origini di un’Italia più dinamica e più giusta. Niente che la sinistra non abbia già pensato in passato. Solo che oggi la cosa avrebbe un diverso significato, visto che gli obiettivi di progresso e giustizia vengono di fatto messi in discussione, come la stessa Italia…
    Insomma, questa vicenda potrebbe essere narrata per rappresentare l’origine progressista del nostro paese.

    Tante altre cose del nostro passato recente, che potrebbero essere buone basi per pensare al futuro, potrebbero essere raccontate. Il movimento sindacale e quello cooperativo. Sono esempi di come una parte dell’Italia esclusa si difendeva, produceva solidarietà e anche efficienza. Ma il Risorgimento parla un po’ anche del contenitore di tutte queste cose. E, a parte tutto, la storia è stata anche feconda

  3. Claudio Libero

    Il film di Martone legge la Storia sotto una lente diversa da quella che ci è stata insegnata a scuola, ci aiuta a capire che i percorsi non sono stati lineari come venivano fuori dai sussidiari. La difficile figura di Mazzini o la parabola di Crispi nel film non hanno sconti. Non è un film facile anche perché i film storici siamo abituati a vederli con grandi piani e campi lunghi, scene di battaglie e paesaggi epici. Qui è quasi tutto un primo piano, pochi paesaggi, tutte le riprese seguono i personaggi da vicinissimo. La parola prende il sopravvento sull’immagine. Eppure viene fuori che nonostante le mezze vittorie, e l’unità rabberciata, dietro c’è stata una generazione che si è messa totalmente in gioco, ha provato tutto il possibile per arrivare a un paese unico. Forse è questo il modo di cominciare a vedere il passato, senza trionfalismi, con le mancanze e i difetti a vista. Ma anche con la sostanza chiara e visibile di percorsi che hanno cambiato la Storia. Di idee che hanno avuto un senso e forse andrebbero recuperate, ricontestualizzate. Ma il film non cade nemmeno nella facile polemica col presente. All’oggi il regista dedica solo una fortissima immagine, uno scheletro di cemento armato di una casa mai finita al sud.
    E’ questo per me il merito del film, un film che nemmeno chi ha prodotto vorrebbe vedere in giro, eppure, come dice Cecilia, nelle poche sale dove è proiettato ci si fa la fila. Se ne parla uscendo e tutti ci domandiamo cosa realmente sappiamo di quel pezzo di storia. Strano paese il Belpaese…..

    • cecilia d'elia

      infatti a me ha dato molta forza quel mettersi in gioco di quei ragazzi, senza trionfalismi e con tanti difetti ma, come dici tu, sono vite che hanno cambiato la storia, anche se non si sono sentite tra i vincitori.

  4. Gloria Malaspina

    Cara Cecilia, i commenti che precedono rispecchiano un sentire e un “leggere le cose” che è anche il mio. In genere detesto “attualizzare” la Storia, che ha i propri contesti temporali e incarna le relazioni tra le persone e le classi in quello specifico clima culturale. Eppure, non si può fare a meno di pensarci, all’oggi con la chiave di lettura di ieri…e viceversa. Sicuramente ci si può interrogare – almeno, io lo faccio – sul perché la”lettura” e anche la memoria di quel periodo (il Risorgimento in generale) siano state relegate all’epopea più o meno gloriosa dell’Italia, salvo rammentare Crispi di quando in quando come esempio del trasformismo politico. Ricordo che quando preparavo l’esame di Maturità classica “ripassai” la Storia sui volumi di Storia della Diplomazia, di Vladimir Potiomkin…altro nome fortemente evocativo e mi affascinava, quella lettura senza veli e senza epopee, nella quale appariva chiarismo come i popoli – compreso il nostro – venissero “usati” e ancor di più, a quel ricordo, mi appaiono profetiche, lungimiranti, sensibili, le parole di Belgioioso e la Striga. Già. Le donne portavoci del lato nascosto della politica e interpreti di un sentire non espresso altrimenti. Certo è che quelle parole rappresenterebbero molto bene ciò che sta accadendo…che forse è già accaduto nel sentire popolare. Non so se allora ci fosse un “pensiero unico”, dove tutto si media, dove tutti hanno ragione, ma il bilanciamento è sempre sbilanciato sui forti. Non so. Ma quelle parole che tu rammenti, e il quadro storico e le dinamiche sottese, lo rappresenterebbero bene, seppure in un contesto di corruzione morale non così diffusa come oggi. Alla faccia del “secolo breve”e del Novecento da dimenticare, che cosa ne sarebbe dell’Ottocento? Grazie per il tuo articolo.

  5. cecilia d'elia

    Grazie a tutti. Mi sembra che lo spirito dei tempi ci chieda di rileggere la nostra storia, di cercare nuovi sguardi, anche per capire meglio il presente. Terrei aperta questa discussione, ci saranno molte occasioni per tornarci in questo anno di celebrazioni.

  6. Fausto Sebastiani

    Cara Cecilia, leggendo il tuo scritto ho riflettuto sulla velocità della nostra vita quotidiana: quante volte ci imbattiamo in nomi di strade che al primo istante non dicono nulla ma poi ritornando con il pensiero su quei nomi, ripensiamo a fatti storici, uomini importanti di alto valore morale. Una strada fra tutte, la cosiddetta Palmiro Togliatti: uno stradone, quasi una strada provinciale il cui nome così altisonante ci rimanda a tante esperienze della vita politica e civile, ma camminando in macchina e presi dalla frenesia azzeriamo tutto per raggiungere le nostre case, il nostro appuntamento con gli amici o la scuola dei nostri bambini.
    E allora perché anche l’arte non deve permettere di ricordare la nostra storia, le nostre donne e i nostri uomini che hanno fatto l’Italia; l’arte può essere impegnata, nella giusta misura, senza abbandonare i suoi obiettivi artistici ed espressivi, e quindi ben vengano film come questi che ancora non ho visto ma il tuo scritto coinvolgente invita alla visione.

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