Un terremoto, trent’anni dopo.

Non riesco a credere che siano passati trent’anni. Non solo perché vuol dire che sto invecchiando, ma perché il ricordo della scossa è ancora vivo e preciso. Il suo terribile rumore, un ruggito della terra, e la sua interminabile durata, 80 secondi. Più di un minuto per capire cosa succeda, fuggire, pensarti morta, immaginarti i giornali del giorno dopo con le foto della fuga della tua vicina con il bimbo (ero già figlia della società della comunicazione), sentire che può davvero mancarti la terra sotto i piedi e provare il terrore di non avere un punto d’appoggio nell’universo.
E quando finalmente tutto si riferma, provare a capire cosa è realmente successo, dove sono i tuoi, la tua famiglia, tua nonna che forse era a messa. Non c’erano i cellulari, le case erano deserte, si camminava per la città alla ricerca degli altri. Così mi sono allontanata dal quartiere residenziale e moderno dove vivevo, ancora in piedi (ma come ci sembrava fragile in quei momenti) per andare con mia madre alla ricerca di mia nonna e mia sorella. Ho visto il centro di Potenza, ben più segnato, Monte Reale, dove metà di una palazzina che conoscevo bene per averci fatto tante volte i compiti con una mia amica delle elementari era crollata. La mia famiglia tutto bene, ma cominciavano ad arrivare le notizie dei comuni intorno, Balvano, la nuova chiesa crollata, Muro Lucano… Nei giorni seguenti imparammo i nomi dei paesi dell’Irpinia, Lioni, Sant’Angelo dei Lombardi..
Furono giorni strani, di paura e di solidarietà, la vita quotidiana era sconvolta. Si dormiva, se si dormiva, con gli altri, davanti al fuoco. Giorni di confusione, di frenetici e disordinati tentativi per riorganizzarsi e aiutare quelli che ne avevano più bisogno. Nel mio ricordo, ben prima dello Stato, arrivò a Potenza la Cgil di Bologna e montò una mensa, dove iniziai a collaborare e a servire la prima colazione. I bolognesi piangevano ancora i morti della strage alla stazione, ma questo ci rendeva ancora di più grati e amici, compagni.
E’ stato detto e scritto ormai molto sul terremoto dell’Irpinia e della Basilicata, sui ritardi negli interventi che il presidente Pertini seppe subito denunciare, sui morti causati dall’opera dell’uomo più che dalla natura. Berlinguer, segretario del PCI, in una memorabile conferenza stampa a Salerno chiuderà la fase della solidarietà nazionale, nel nome del sud.
I morti furono tantissimi, lo sappiamo, quasi 3.000, oltre 300.000 i senza tetto. Oggi vorrei ricordare quello che si mise in moto, quello che vidi cambiare sotto i miei occhi, nella mia piccola cittadina meridionale, anche per effetto della straordinaria mobilitazione che coinvolse tutt’Italia. Mentre lo stato si era mostrato chiaramente impreparato migliaia di volontari, spontaneamente, partirono per portare soccorso. Associazioni, sindacati, amministrazioni locali divennero protagonisti di un’inedita mobilitazione civica. Questo cambiò anche noi, i terremotati. Già molti avevano cominciato a darsi da fare. I “tecnici”, architetti, ingegneri, prima ancora che il Prefetto li precettasse, si resero disponibili e cominciarono a monitorare gli edifici, non solo del capoluogo, ma di tutti i Comuni colpiti. “Per un anno abbiamo vissuto un clima umano, sociale, politico in cui le differenze di pensiero erano annullate e tutti eravamo gratificati di partecipare, usando le proprie competenze, alla salvaguardia al recupero ed eventualmente alla ricostruzione di quel bene comune rappresentato dalla nostre città dai nostri paesi” (L. Mastroberti, Decanter n.3, ottobre 2010). Quello che a L’Aquila il governo Berlusconi ha impedito che accadesse.
Michele Citoni, Ettore Sinischalchi, Angela Landini hanno raccontato nel documentario Terre in moto le lotte popolari che seguirono a quell’evento, la nascita di una nuova generazione di amministratori locali, ma anche la resistenza della vecchia. Il film ci mostra due esempi opposti di ricostruzione in Irpinia. In uno la popolazione è stata coinvolta e ha ricostruito il centro così come lo ricordavano i paesani, nell’altra il comune è stato rifatto e stravolto.
Il terremoto è stato anche tutto questo, speranza d’industrializzazione, di rinnovamento e di nuova cura per il territorio. Arrivarono ragazzi da tutta Italia e noi che eravamo nati in quei luoghi cominciammo ad occuparcene, non solo a sperare di fuggire. E’ così che ho cominciato ad amare la mia terra e la mia gente.

(Cecilia D’Elia)

30 commenti

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30 risposte a “Un terremoto, trent’anni dopo.

  1. Giovanni Monte

    il mio prossimo noir sarà ambientato lì… Potenza 1980…

  2. alessandro

    Cecilia,
    grazie per il tuo preziosissimo contributo. Ho rivisto le immagini del terremoto (parlo di foto, allora avevo meno di due anni) e risentito le parole di mia nonna. Anche per me e la mia famiglia il terremoto dell’Irpinia e’ un ricordo vivo ed intenso. Ed e’ una pagina di storia molto ricca, che occorre riscoprire: basti pensare alla ricostruzione, una vicenda non tutta oscura ma anche con pagine gloriose. Se pensiamo al piano di ricostruzione di Napoli. Su Rai Storia l’anno scorso avevano dato un bellissimo speciale con del materiale di repertorio, forse lo ridaranno quest’anno……

  3. anna maria riviello

    Giacchè sono tua madre è facile pensare che, nella lettura, abbia pianto e ricordato quanto abbiamo sperato che di qui non si dovesse più fuggire, così non è stato, ma bisogna crederci ancora e ancora

    • Giuseppe Cotturri

      Cara Cecilia
      il tuo ricordo, con la forza delle emozioni di allora e della scoperta di una dimensione pratica della solidarietà, che diventa linea di condotta per la vita e direzione della politica, serve a tutti noi. Penso che l’idea stessa della sussidiarietà dell’intervento dei cittadini, poi entrata in costituzione 20 anni dopo, si radicò nella coscienza popolare in quel passaggio. E’ il bandolo di una matassa che allora trovammo. E che oggi va ripreso. Tanto più che la “economia delle emergenze” è diventata da allora motore di speculazioni per cricche d’affari e politici sempre più motivati da interessi personali.

      Lo spettacolo dello Stato impreparato e incapace perfino di penetrare allora nel territorio con i primi mezzi di soccorso, e di un ministro che preferì “dormirci sopra”, negli anni Ottanta apparve ripugnante. La reazione prima che politica fu morale. Ma cosa è successo al nostro paese se ora s’è strutturata una macchina micidiale che finge efficienza ma nutre quelli che si rallegrano delle sciagure per gli affari che ne derivano? Che è successo se è consentito a un governo di “deportare” gli abitanti di una città e bloccare quel “movimento spontaneo delle carriole” dei cittadini che vogliono da subito liberare dalle macerie i luoghi dove abitavano? Cosa è successo al nostro paese – sul piano morale intendo, a causa della politica – se emergenze altrettanto devastanti, come quella della monnezza, sono sistematicamente messe in scena, come occasione di profitti infami e campagne elettorali ciniche e esse stesse criminali?
      Dobbiamo rimpiangere di non avere un Pertini che denunci per tutti noi in Tv le responsabilità pubbliche? Dobbiamo rimpiangere di non avere un leader di partito capace di muovere un intero paese allo “scatto” necessario? L’immagine odierna di un segretario di opposizione che va in anticamera del governo per proporre unità d’intenti nell’emergenza, e neppure trova ascolto, non ci dice che siamo in un paese irriconoscibile e che, in qualche modo, noi cittadini dobbiamo trovare modo di dire BASTA a tutto ciò?

      La priorità ora, per la salvezza del paese, non è discutere se questo è un regime, oppure no: la priorità è porre fine a questa mercificazione della vita pubblica, comunque la chiamare si voglia.
      E’ uno sfogo questo? Cara Cecilia, conosco la tua passione civile e credo perciò che il dibattito, che hai voluto suscitare anche con questo articolo di memoria, sia un atto politico di chiamata a raccolta, assunzione di resonsabilità, ognuno per quello che è nelle sue possibilità. Ricordiamoci che ogni nuovo viaggio comincia con un primo passo: il tuo primo passo è ricordare da cosa siamo partiti e perchè. E’ un passo necessario per ritrovare forze e capacità di invenzione del futuro: te ne sono grato. Ciao P.

      • cecdelia

        grazie, mi hai commosso. Poi detto da te, che ci hai insegnato cos’è la partecipazione civica..penso che ti chiederò di farlo diventare un post
        Comunque dobbiamo ritrovare l’anima di questo paese. C’è, a me capita d’incontrarla girando la provincia di Roma… qualcuno la deve risvegliare

      • barkokeba

        Non voglio banalizzare, ma mi sembra che dopo l’89 nessuno, a sinistra, abbia tenuto i nervi saldi. Una specie di “tutti a casa” dal punto di vista del pensiero e dell’interpretazione della società, che pure cambiava e anche velocemente. A tenere le posizioni non c’è rimasto nessuno. I successi, che pure ci sono stati, in realtà sono state tante occasioni mancate…

  4. Grazie Cecilia, naturalmente per la citazione del film ma ancora di più per il tuo ricordo. Mi sono preso qualche giorno di ferie e ti leggo dall’Irpinia, mentre giro per incontrare amici e presentare il documentario nei paesi. Oggi è il giorno del trentennale, i giornali locali sono pieni di inserti e di speciali e mi rendo conto, io che maneggio la testimonianza orale, il repertorio filmato e tutti gli strumenti dell’attività di documentarista (che conduco per passione, perché farne un mestiere qui da noi non è cosa), di quanto sia scivolosa la memoria. Percepisco chiaramente che qualcuno la usa come anestetico di massa. E d’altra parte viene esplicitamente – indovinate da parte di quale “famiglia” della politica locale… – l’invito a “lasciarsi alle spalle le polemiche”, perché “è il momento di costruire tutti insieme il futuro”, ecc ecc.

    La memoria può avere diverse facce. Può alimentare uno sguardo critico sulla storia del Paese e sulla propria realtà locale, fornendo elementi per elaborare un’idea di futuro per queste terre, oppure può essere declinata in maniera conservatrice, retorica, nostalgica, fornire l’argomento privilegiato per una sempre rinnovata lamentazione vittimistica attorno a cui aggregare facili consensi, per costruire continuamente il conflitto contro l’esterno al fine di governare quelli interni, occultandoli. Può essere neutralizzata.
    Questo trentennale in un certo senso è una piccola industria, una fabbrica immateriale che serve per produrre consenso. Nel mio piccolo mi sforzo di andare dove posso a dire che questo non è né un giorno di festa né un momento di pacificazione, che la “memoria condivisa” è un dispositivo di potere.

    Venendo al merito, faccio un appello. In particolare mi interessa il tema della mobilitazione popolare nel “cratere” (l’area più colpita dal sisma), che è poco raccontata. Quando Terre in moto viene proiettato nel resto d’Italia, la parte che ricostruisce l’azione conflittuale dei comitati popolari utilizzando il repertorio Rai suscita sempre sorpresa, quei momenti non li ricorda nessuno. Anche nella letteratura storico-sociale non si trova granché. Mi pare un terreno in gran parte ancora da esplorare ma mi sono fatto l’idea che, se pure quell’esperienza durò poco e la politica dei partiti alla fine riassorbì la sua spinta, i comitati ebbero un ruolo importante su diversi piani: riuscirono a spostare qualcosa nel governo dell’emergenza, ruppero il monopolio della politica esercitato dai notabilati locali, favorirono il ricambio di qualche amministrazione migliorando la qualità della democrazia e furono un’esperienza di formazione che conta molto nella biografia di persone che oggi ritrovo nelle parti attive della società civile irpina. Chi ricorda, racconti, chi ha materiali (documenti, volantini, foto, film, registrazioni…) li metta a disposizione….

  5. andrea

    L’unico terremoto di cui sono stato testimone è stato a Roma nell’85.
    Nulla di paragonabile a quello dell’Irpinia, nessuna vittima e pochi lievissimi danni, ma comunque sufficiente a svegliare la maggior parte dei romani e a farli riversare per strada alla meno peggio. Non ho introiettato dentro di me neanche quella paura atavica di cui molti miei amici friulani e umbri mi hanno in seguito parlato, e che pare non abbandoni più chi è stato vittima di una forte scossa.

    Ma due aspetti mi sono rimasti impressi anche se con occhi da bambino..

    Il primo è che di fronte al manifestarsi della forza della natura l’uomo riscopre l’estrema fragilità della propria condizione.
    Riscopre in realtà non è il termine più giusto in quanto questa sensazione l’abbiamo dentro, lo sappiamo, ma fingiamo ogni giorno di dimenticarcene dietro un castello di finte certezze che sembrano, in quegli istanti, fatte dello stesso materiale di cornicioni, muretti e lampioni sbriciolati in pochi attimi.

    La seconda è che in queste situazioni alcune sovrastrutture sociali del rapporto quotidiano vengono assolutamente meno: l’estraneità, l’indifferenza, il pudore vengano meno: se vado indietro nel tempo mi scopro in mezzo ad un prato con centinaia di persone che non conosco, chi vestito alla meno peggio, chi in pigiama, chi solo con le mutande senza che questo creasse disagio a nessuno.
    Al contrario di fronte alla paura si sviluppa un senso di compartecipazione e di solidarietà reciproca in cui il non conoscersi o il non sapere come la si pensi, che lavoro si faccia, quale sia la propria condizione sociale non costituiscono un ostacolo a sentirsi tutti un unico corpo.

    Entrambe le sensazione mi riportano ad una domanda alla quale non sono ancora riuscito a dare una risposta: ma l’uomo per riconoscere la propria umanità e per essere più sociale deve necessariamente avere paura?

  6. Roberta Mollicone

    Cara amica Cecilia,
    sul dolore di tragedie come queste, ci sono cresciuta. Sono passata 3 giorno prima alla stazione di Bologna, per puro caso, non ero su quel treno. La destinazione era un paesino di montagna dei miei nonni e parenti, un paesino al confine con il Veneto, dove girato l’angolo c’è la diga del Vajont;
    intatta e il monte Toc franato e vicino Longarone,
    ricostruita, con la chiesa di Michelucci che sotto ha un museo con le vecchie campane, che suonano il suono del silenzio. Il terremoto in Friuli chi se lo scorda? Ieri ero a Valle Giulia, con le foto degli angeli del fango, così li chiamavano i ragazzi che soccorsero Firenze alluvionata. Mi commuovi cara Cecilia; perchè l’amor di patria nasce solo in quei momenti? Ci sono file di macchine e il silenzio sulla strada del Vajont….la chiesa di Giovanni Michelucci, che dialoga con le montagne attorno…ti regalo le parole che scrissi a lui…c’è una rampa che sale, e il vento ti narra la storia di quel luogo, mentre sali e arrivata al tetto trovi un teatro è vuoto, ma tu senti che lì ci sono tutti, ogniuno con la sua storia….un’assemblea di persone che non ci sono più! e’ circolare e allora….è lì nel luogo di quella chiesa che l’acqua ha impastato materia e corpi, creando un vortice che ha spazzato via il paese, vidi a Parigi un suo schizzo era così il vortice dell’acqua e lui con in cemento ha impastato acqua e materia…”Dal tondo al cerchio e dal ritondo al cerchio, muovesi l’acqua in un ritondo vaso, secondo che è percossa fuori o dentro, nella mia mente fè subito caso…” (Paradiso, Dante)….un abbraccio Cecilia.

  7. monica palmieri

    il terremoto di cui tu parli ,io l’ ho vissuto a roma,avevo 12 anni ed ero ricoverata in ospedale,s.filippo neri,era il 19 settembre ,mercoledi,ore 21 o 22..nn ricordo l’ora,ma era di sera.avevo subito un cateterismo cardiaco,in mattinata,al ventricolo destro.cio’ perche’ mi avevano diagnosticato all’eta’ di 6 anni un soffio congenito…naturalmente il risultato dell’ esme fu negativo,per fortuna!quando percepii la famosa scossa di terremoto ero al letto,impossibilitata a muovermi..mi sono sentita impotente,ero terrorizzata dalla paura di fare la fine del topo…ho urlato alle altre degenti di non abbandonarmi ,di non lasciami li’.il mio primo istinto fu quello di scappare,ma nel momento in cui ho tolto la coperta,ho visto i diversi tubi e cerotti per cui mi sono ricordata che non avrei potuto fare un passo..fortunatamente a Roma era cessato tutto.il giorno dopo ascoltammo le notizie di quanto era successo in campania e dintorni e fu terribile!per anni i superstiti di quella tragedia hanno vissuto in roulotte o in catapecchie…dopo iniziali proteste e denunce,non e’ piu’ accaduto niente…siamo riusciti ad adattarci anche a quello scempio..come se fosse entrato tutto nella normalita’..cosi’ come ci stiamo abituando agli scempi fisici e morali che stiamo subendo individualmente e collettivamente.qualora qualcuno osa alzare la testa come i docenti,gli studenti,i ricercatori,le donne ,i lavoratori,gli abitanti di napoli e dintorni per quanto riguarda il problema immondizia…viene immediatamente picchiato manganellato dagli addetti a far rispettare la legge…monica

  8. Riccardo Mastrorillo

    Cara Cecilia,
    non sapevo di questa tua esperienza di vita. Ricordo quei giorni, la famiglia di mia madre era originaria dell’Irpinia, le ansie per i parenti, la tristezza delle immagini, la notizia dei ritardi….
    Da adulto ho vissuto, come volontario, dai primissimi giorni il terremoto dell’Umbria a Colfiorito, la sensazione della terra che trema sotto di te è veramente devastante….
    Grazie della tua testimonianza, soprattutto riferita al senso più positivo di quell’afflato di solidarietà che oggettivamente ha saputo allora unire l’Italia.
    Sicuramente e nonostante tutto nel 1980 nessuno ha sghignazzato al telefono pensando agli affrucci della ricostruzione, anche chi poi li avrebbe fatti, allora ci evitammo almeno questo sdegno.

  9. massimo wertmuller

    Cara Cecilia, innanzitutto complimenti per la tua vena viva, efficace e talvolta potente di narratrice.La capacità di raccontare è la via più importante, che abbiamo a disposizione, per far vedere e vivere ciò che noi abbiamo visto e vissuto. Io,pur nelle tue poche righe, ho sentito tutta la fragilità,la paura,la precarietà di quei momenti.Perchè non pensare di scrivere un libro(romanzo,racconto,saggio)su una vicenda che ti ha toccato così intimamente?Poi, una piccola curiosità che vorrei sottoporti.Non sapevo che sei lucana.Noi Wertmuller veniamo da Palazzo Sangervasio,vicino Potenza, al confine con le Puglie,dove Lina girò “I Basilischi”.Il disastro perpetrato ai danni di quella regione tanto amata perchè nel mio sangue,mi avvicina ancora di più a quel dolore.La forza della Natura è terrificante,anche se si ribella quasi sempre alle cattive azioni degli uomini o segue suoi percorsi terribili ma innocenti.E quando si manifesta,prima di tutto violenta le vite delle persone,poi, anche la sua stessa bellezza.Aggiungo,infine, di aver trovato molto forte anche la parte del tuo articolo dove racconti la speranza e la solidarietà che vivevano accanto all’orrore di quei frangenti.Forte e anche utile,in questi momenti in cui tutto sembra perdere valore,umanità e disgregarsi.Complimenti

    • cecdelia

      grazie massimo, ma non credo di riuscire a scrivere un libro o saggio. in realtà in genere scrivere mi affatica molto. Questo testo è venuto invece giù in un istante..

  10. Grazie per questo contributo. Mio marito partì volontario perché quella è la sua terra ed io, allora incinta, non potei seguirlo. Ma ho vissuto da vicino quei momenti difficili ed indimenticabili.
    Racconti di lacrime e di speranza. In questo momento buio della nostra esistenza manca la speranza. Peccato!
    Grazie ancora, leggendo il tuo scritto ho avuto un brivido. Sembra che si possa dimenticare, ma non è così. Basta poco per ricordare e forse per ritrovare la speranza.

  11. Serena Grandicelli

    Non mi sono mai trovata direttamente coinvolta in catastrofi naturali, vivendo da sempre a Roma,
    ma ricordo che ancora molto giovane andai come volontaria a Firenze per l’alluvione, dove viveva uno zio materno.
    La cosa che so di certo è che in quelle occasioni l’uomo ritrova la sua umanità, ci si ritrova insieme per solidarietà, si superano i mille ostacoli mentali che la vita di tutti i giorni, la routine, quasi ci impongono…
    quasi miracolosamente scompaiono, paura, senso di impotenza, il senso di “schifo” che a volte viene inculcato dagli adulti…si lavora insieme, si fa quel che si può. Grazie Cecilia per avermi/ci offerto l’opportunità di ricordare insieme un momento che emerge dal passato.
    Serena
    Sono felice di condividere

  12. cecdelia

    Veramente non ero sicura di saper scrivere un post su un mio ricordo. A questo punto sono contenta di averlo fatto, soprattutto per i vostri commenti. Scusate se non rispondo ad ognuno di voi, non sempre riesco a stare sul blog. Mi raccomando se qualcuno ha ricordi contattate Citoni..

  13. Fausto Sebastiani

    Cara Cecilia e cari amici di questo blog, l’articolo è veramente coinvolgente e smuove emozioni e riflessioni di carattere personale ma anche sociale e politico. Ho lavorato quattro anni a Potenza, presso il Conservatorio di Musica, ed ho conosciuto persone stupende, ricche umanamente, con una fantasia creativa e una vitalità rara. Tutte hanno impresso il ricordo del terremoto e tante volte mi sono chiesto se le qualità umane che riscontravo erano mosse o stimolate proprio da quell’esperienza. Un giovane sacerdote di Potenza un giorno mi disse: “ secondo mia madre le disgrazie capitano a chi le sa sopportare” forse aveva ragione e comunque è stata una grande lezione di vita.
    Infine , per salutarvi, vi segnalo La città invisibile di Giuseppe Tandoi, un film poetico e delicatissimo sul terremoto dell’Aquila, girato da un giovane regista pugliese e quasi autoprodotto: ve lo consiglio!
    Un salutone
    Fausto

  14. oliva paola

    cara cecilia, ho letto volentieri il tuo articolo. per la verità avevo avuto l’opportunità di leggerlo casualmente proprio il giorno prima di riceverlo capitando non ricordo come sul blog di 2013. mi ha colpito la semplicità con cui illustri una situazione tremenda come quella di chi vive in prima persona un evento tanto difficile da superare, immagino il poi…
    per quanto mi riguarda anch’io ho un ricordo particolare di quel giorno: avevo da poco avuto la mia prima figlia e con lei e con mio marito passeggiavamo al parco. evidentemente in qualche modo le scosse sono arrivate fin là perchè all’improvviso mi è scoppiato un gran mal di testa e ho cominciato a dare di stomaco, poi – come è arrivato – il malessere è finito… dopo ho saputo che in coincidenza c’era stato il terremoto da voi, e qui faceva caldo… evidentemente la compressione ‘magnetica’ si era propagata anche a roma. subito ho immaginato che era accaduto qualche cosa di catastrofico e che cosa terribile era tovarsi in quella situazione. anche se personalmente non ho vissuto alcun evento di questo tipo, ho però una vicenda personale, ho una casa in umbra e i miei erano lì quando la stressa cosa è capitata da quelle parti e ricordo bene il terrore che ho vissuto nel non sapere cosa fosse loro successo. grazie per averlo descritto così bene. una cosa… davanti a quei lutti, la ricostruzione dovrebbe essere immediata, meglio non dimenticare.

    • cecdelia

      grazie, ma fa piacere anche scoprire che “casualmente” capiti sul blog, spero ti piaccia.

      • paola oliva

        Quando dico casualmente è ovviamente un ‘caso forzato’, l’ho trovato dopo una tua mail su un’altro articolo (non italia2013 – ma a parte c’era anche questo – ti ricordi i 150 anni…?).
        Per quanto l’ho visto mi sembra un buon blog. tornerò a visitarlo. comunque il tuo articolo, oltre che interessante è anche ben scritto.

  15. Enzo Medaino

    Io per fortuna, vevendo qui nella Provincia di Roma, quelle terribili immagini che descrivi le ho vissute davanti al televisore, ma devo dire che il tuo racconto mi ha commosso ed emozionato.
    Grazie

  16. franca raponi

    si cara Cecila, ero in sez, Italia P.C.I. in via Catanzaro 3 Roma ha preparare gli aiuti , medicinli ,vestiti, acqua, conserve ,coperte ecc… 2 camion subito partirono con i giovani compagni, io avevo la bambina piccola e non sono potuta partire, ieri 27/11/ 2010 si è svolto il congresso in questo luogo ora c’è il PD, sono stata a sostenre un gruppo di brave compagne per dare un svolta positiva a questo circolo ci siamo riuscite, ma aimè i vertici no! ma pensiamo di ripartire da quì, un caro abbraccio Franca Raponi

  17. Claudio Libero

    Trent’anni…. per molti versi sembra ieri, abitavo a Roma, case IACP sulla casilina. Il terremoto dell’Irpinia per me che ero poco più che un ragazzino è stato uno di quei ricordi che mi hanno segnato. Ero a casa di un compagno di classe, facevamo i compiti e avrei cenato lì. D’improssivo vedemmo il lampadario vacillare, la mamma di Fabio urlò che era il terremoto. Forse conoscevo già quella parola, ma per me era la prima volta che la sentivo veramente. Corsi a casa e poi mi ricordo giorni davanti alla televisione, gente a mani nude che scavava macerie. E vedevo i grandi partire, “andare giù”: la protezione civile era la gente, la società civile. Mi ricordo le linee telefoniche interrotte e i telegrammi dei parenti in Calabria che dicevano che stavano tutti bene. Mia madre in pena per una sorella a Napoli. I temi a scuola e la consapevolezza che sarebbe stato un natale diverso da tutti gli altri.
    Sembra ieri dicevo, ma sembra pure un milione di anni fa, se penso a come sistematicamente si sia cancellata la memoria, come se ricordare fosse solo un esercizio per nostalgici. Ma la memoria non è un fastidio, perché è solo riavvicinandosi a tutte queste vicende, a come la gente, quella vera, le hanno vissute e le ha superate grazie alla solidarietà (altra parola ormai appannaggio di enti di carità) di tutti.
    Non voglio ricordarmi solo l’orrorre del terremoto, voglio ricordarmi cosa si mosse intorno per sanare le ferite.
    Non è di commemorazioni che c’è bisogno, c’è urgenza invece di ricordi vivi, di cosa siamo stati e cosa possiamo ancora essere.
    In quello che Cecilia ha scritto possiamo trovare ognuno di noi un pezzo di vita, metterlo in comunicazione e dare un senso a tutto quello che si è vissuto. E, sopratutto, capire cosa ne facciamo oggi.
    Grazie Cecilia!

  18. Margherita Romaniello

    Cara Cecilia,
    io che, potentina all’epoca dodicenne, quel lungo, interminabile giorno di terra che tremò, di boati che ci fecero sentire in preda ad un mostro onnipotente e di un minuto che sembrò dilatarsi di cento volte, l’ho vissuto e ne porto ancora i segni nell’anima, come ti capisco! E come ho rivissuto nel tuo racconto, lucido e pregno di emozioni, quella girandola di sensazioni che inevitabilmente dalle 19.37 ( come ci ha ricordato per mesi l’orologio cristallizzato dal tempo e dal vetro rotto di Piazza Prefettura) di una calda domenica di fine novembre occupa il cuore e la mente di noi Lucani ed Irpini.
    Ma è anche una incredibile fucina di ricordi , sempre sospesi fra la solidale magia del dormire in macchina, o al calore di un fuoco , o in tanti in una stanza come mai avremmo fatto in tempi normali, nella nostra società moderna, comoda, e fieramente solipsista, e la mobilitazione di uomini comuni e noti, ( ricordo che persino Claudio Villa venne in Basilicata e ai microfoni di uno dei tanti tg pronucniò le profetiche parole ” il vero terremoto comincia adesso”), dal Presidente Pertini, al Papa, di gente che scavava a mani nude nelle macerie anche se non aveva cari dispersi, di funzionari mobilitati e sempre all’erta ( mio padre era uno di loro, e per oltre un mese dalla mattina a notte fonda andava a Balvano per verificare i danni, monitorare edifici e situazioni, ed io lo aspettavo tutte le sere come se tornasse ogni volta dalla guerra, incredibilmente sano e salvo). Noi privilegiati avevamo le case in piedi ed i nostri cari tutti con noi, ma in quei momenti eravamo un po’ tutti senza tetto, con lutti e con lesioni alle pareti.
    Oggi a Potenza abbiamo ancora Bucaletto, il segno tangibile di ritardi epocali, ma anche di un evento terribile e traumatico, che ha unito la gente e moltipilicato il senso di appartenenza ad una comunità. A mio marito Pino, che è romano, anzi civitavecchiese, e che ha nei ricordi della sua comunità il terribile bombardamento del 1943, spesso quandi viene a Potenza faccio vedere quali palazzi quella sera oscillavano come quei pupazzi ” sempre in piedi” o da quali terre vidi levarsi lingue di fuoco ( fenomeno normale in casi di sisma, essendo gas sprigionati dal sottosuolo) . Lui in questo bizzarro ” sisma tour” mi ritiene un po’ carica di effetti speciali ( lui lavora nel cinema e quindi li riconosce al volo) e forse nel tempo i ricordi invece di attenuarsi di accrescono, ma dopo aver letto anche la tua testimonianza ( anzi è lui che me l’ha segnalata per la verità), gli viene restituita una verità totale, a metà fra lucida cronaca e accorato racconto.
    un abbraccio
    Margherita

  19. Chi fosse interessat* a Roma può vedere il documentario “Terre in moto” domani, giovedì 2 dicembre, alle 15.30 presso la sede dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia in via di Vigna Murata 605 (all’entrata chiedere della proiezione organizzata dalla dr.ssa Pantosti).

  20. Pino Quartullo

    Cara Cecilia, il tuo racconto, la tua testimonianza evoca in chi legge l’ orrore di una calamità i suoi strascichi che chi la vive si porta dietro per sempre. Ed evoca anche la forza di reagire di vedere il positivo nelle peggiori avversità. La solidarietà che accomuna nel dolore spesso passa presto dopo che la fase più acuta dell’ergemza ha riconquistato i toni della normalità ma scorgerla attraverso il racconto di chi l’ha praticata o me ha potuto giovare ci fa ancora credere in noi nel nostro Paese nel senso civico che per fortuna ancora seppur _-diluito appartiene sl nostro essere parte di una collettività. Grazie quindi della tua testimonianza sul campo che, così vivida e toccante, vale più di cento cronache. Grazie Pino

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