Catalogna, Italia: istruzioni per perdere le elezioni

 

Domenica scorsa, il giorno prima della cinquina rifilata dal Barça al Real Madrid, un’altra cosa importante succede in Catalogna: alle elezioni regionali il centrodestra nazionalista si afferma ai danni di una coalizione di sinistra al governo da sette anni. Scopriamo insieme perchè queste elezioni, apparentemente lontane e locali, hanno molto da dire alla politica italiana.

La politica catalana è molto diversa dal bipartitismo spagnolo: dal punto di vista numerico è molto più simile a quella nostrana, con due forze principali e altre cinque di medio calibro. Nonostante la Catalogna sia una roccaforte storica della sinistra spagnola, le elezioni hanno segnato una severa sconfitta per il Tripartito che era al potere, cioè socialisti catalani (PSC), sinistra radicale nazionalista (ERC) e sinistra radicale verde (ICV). I votanti, in aumento, hanno spostato le proprie preferenze in piccola parte su formazioni di destra o populiste, ma soprattutto sul “partito di Catalogna”, la democristiana e nazionalista Convergenza e Unione (CiU).

1. Il candidato socialista, José Montilla, era governatore (president de la Generalitat) da quattro anni, ma la sua esperienza di governo era percepita come esaurita già da qualche mese: il Tripartito, secondo Zapatero, avrebbe dovuto essere sciolto a maggio e si sarebbe dovuto procedere a elezioni anticipate. L’orgoglio del president lo ha impedito: ottenendo una conclusione di legislatura più dignitosa a titolo personale, Montilla ha però avviato il suo partito al centro di una tempesta elettorale che forse non aveva valutato così intensa. L’esigenza di rinnovamento non è stata accolta nemmeno nella compilazione delle liste, che in Spagna come in Italia avviene a totale discrezione del partito: gli elettori hanno trovato sulla scheda tanti nomi fortemente identificabili col passato governo regionale, e altri (come l’ex ministro del lavoro Corbacho) paracadutati dall’impopolarissimo governo centrale secondo logiche di equilibrio interno.

Insomma, il prevalere di interessi personali e di corrente e l’imposizione di candidature di apparato – eventi resi possibili dallo scarso controllo democratico sui partiti – hanno fatto sì che soprattutto le liste socialiste risultassero prive di credibilità e fascino agli occhi di un elettorato deluso: il PSC è sceso al minimo storico in tantissimi municipi catalani. Sappiamo bene che un concorso di cause simile ha portato alla sconfitta di tanti grossi calibri e “cavalli sicuri” in Italia; la novità è che anche in Spagna si inizia a pensare alle primarie come strumento per contrastare le opache e fallimentari procedure di selezione dei candidati. Due mesi fa quelle per la Regione di Madrid hanno visto un esponente locale battere la ministra della Sanità, candidata ufficiale di Zapatero e della grande stampa come El País (ce le ha raccontate Federico Viotti); ora, la sconfitta alle regionali sta avviando un processo analogo per le comunali di Barcellona.

2. La Catalogna, uno dei motori economici di Spagna e d’Europa, sta soffrendo pesantemente la crisi economica, soprattutto in termini di disoccupazione: i senza lavoro (17, 4%) sono più che in tante regioni del Sud Italia. I provvedimenti anticrisi del governo centrale, come l’aumento dell’età pensionabile, il licenziamento più facile, l’aumento dell’IVA e tagli a tutti i ministeri, hanno colpito duramente la base sociale della sinistra in Catalogna e il riflesso sul risultato elettorale non si è fatto attendere. Il PSC ha perso quasi un terzo dei suoi voti, mentre ERC ne ha lasciati sul campo all’incirca la metà (qui per un quadro più dettagliato).

Il travaso a destra è massicciamente avvenuto soprattutto nelle zone manifatturiere limitrofe alla metropoli e nell’area pedemontana della piccola e media impresa. Uno spostamento che ha molto a che fare con l’uso politico dell’insicurezza sociale e con il ritorno alla dimensione locale di fronte a processi di globalizzazione che fanno sempre più paura. Un paio di esempi.

A Badalona, grosso (220.000 ab.) sobborgo industriale di Barcellona che affronta una sofferta riconversione economica, le tre forze di sinistra passano in quattro anni dal rappresentare più della metà degli elettori a un terzo. Proprio questo centro è stato scelto dal Partito Popolare (PP, la destra spagnola) come laboratorio per un’offensiva sui temi dell’immigrazione, centrata sulla condanna alla politica delle “porte aperte” – effettivamente, prima della crisi, l’arrivo di manodopera dai paesi poveri è stato più che favorito. Domenica il PP, poco radicato in Catalogna, è stato premiato dagli elettori di questa ex città operaia con un aumento del 5,3%, il triplo rispetto al dato regionale.

Vic è una cittadina (40.000 ab.) dell’entroterra famosa per la produzione di salami, in cui il 23% della forza lavoro è di origine straniera, impiegata nel tessile, nell’agroalimentare e nell’edilizia; qui  l’emorragia di voti prende un’altra direzione. il Tripartito cala dal 46 al 22% dei consensi, che si spostano sul movimento indipendentista dell’ex presidente del Barça Laporta (10%) e sul partito xenofobo Piattaforma x Catalogna (6%). Questa formazione, famosa per lo slogan “prima quelli di casa” è stata protagonista a Vic di una battaglia per indurire ulteriormente il divieto di assistenza sanitaria e la scolarizzazione degli immigrati irregolari (alla fine, tutto il pacchetto fu dichiarato illegale dall’Avvocatura dello Stato); sempre Vic era stato uno dei centri in cui il referendum consultivo per l’indipendenza (ne avevamo parlato qui) aveva riscosso maggior successo.

3. Ma il partito che vince ovunque si chiama CiU, la forza nazionalista che propone, con toni e metodi opposti a quelli della Lega, un rafforzamento delle competenze locali e un regime fiscale locale di vantaggio: è diffusa la percezione (falsa) che la Catalogna sia maltrattata nella ripartizione dei trasferimenti dello stato, rispetto al Sud e a Madrid. Naturalmente, la crescita di CiU è dovuta anche una serie di errori commessi nel campo socialista: dalla mancata difesa del nuovo Statuto di Autonomia catalano, bocciato dalla Corte Costituzionale, alla scoperta da parte del giudice Garzón di un buon numero di casi di corruzione urbanistica (ne abbiamo parlato qui).

All’aumento di insicurezza e diseguaglianza sociale, in assenza di una risposta da sinistra, segue dunque una reazione di chiusura sia in termini di diritti, verso gli immigrati, che di risorse economiche, verso il resto del paese, che produce uno spostamento di voti a destra e verso forze estremiste. Un fenomeno che in Italia ha provocato la scomparsa di una sinistra inadeguata da intere province e regioni; la Catalogna, seguendo un percorso simile, si aggomitola in una dimensione locale ed egoista, cercando dentro sè stessa la soluzione ai mali globali che l’affliggono. Compito della Sinistra, in Italia come in Spagna, è recuperare la propria dimensione solidale: senza di essa, vengono meno le ragioni della sua stessa esistenza.

(Riccardo Pennisi)

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