Cercasi partito che denunci i propri malfattori

Il diluvio di monete lanciate contro Bettino Craxi davanti al Raphael: per molti della nostra generazione (trentenni o giù di lì), quell’immagine è, purtroppo, uno dei primi ricordi che si possano associare alla parola “politica”. Lì comincia l’equivoca socializzazione di molti di noi, cresciuti pensando che “partito” avesse un significato sinistro, che puzzasse di marcio. Ovviamente, non è così. Ma una cosa, vent’anni fa, era senz’altro vera: l’Italia era un paese in cui dilagava la corruzione. Da allora, tutto è cambiato affinché nulla cambiasse. Nello scorso mese di ottobre, Transparency International ha pubblicato un rapporto sulla diffusione della corruzione nel mondo: l’Italia risulta al 67° posto della classifica, peggiorando ulteriormente rispetto al 2009 (63° posto). Ma non siamo i soli campioni in quest’arte: diamo uno sguardo alla Spagna.

Verso la fine degli anni Novanta, come si ricorderà, il Partito Socialista (PSOE) fu colpito da numerosi scandali, che ebbero vasta eco anche all’estero. Ora sembra arrivato il turno del Partito popolare (PP). Nel febbraio 2009, una vasta operazione di polizia ha svelato l’esistenza della trama Gürtel (dal nome in codice dell’operazione stessa), una gigantesca rete di corruzione che vede coinvolti diversi esponenti populares. Le indagini erano cominciate due anni prima, quando un ex assessore di un comune vicino Madrid, José Luís Peñas, espulso dal PP nel 2005, denunciò alla magistratura una serie di illeciti. Al centro della trama Gürtel l’imprenditore Francisco Correa, organizzatore di eventi abituale per le amministrazioni locali governate dal PP, in particolare le Comunità autonome di Madrid e Valencia. Sfruttando questo rapporto privilegiato, Correa fungeva da tramite per uno scambio sistematico di tangenti tra imprenditori, che ricevevano appalti per opere pubbliche di diverso genere, ed esponenti del PP. Fra questi ultimi, nientemeno che il tesoriere nazionale, Luis Bárcenas, indotto per ragioni di opportunità a lasciare l’incarico, e il Presidente del governo regionale di Valencia, Francisco Camps, ancora saldamente al suo posto.

È facile immaginare che gli adolescenti spagnoli vengano indotti, purtroppo, a fare la stessa associazione di idee dei loro coetanei italiani dei primi Novanta: la politica è corruzione. Tornasse in vita Gaetano Mosca, darebbe loro ragione: per lui i politici non erano altro che consorterie di affaristi, un po’ imbroglioni, che difendevano solo i propri interessi. Certo, Mosca era uno studioso elitista e non amava la democrazia parlamentare. Una certa sfiducia nella classe politica, tuttavia, non deriva necessariamente da idee antidemocratiche: la corruzione in politica non l’hanno inventata gli studiosi conservatori, ma è un fenomeno che non conosce tempo né confini, e non è appannaggio solo di alcune parti politiche. Negli USA tra fine ‘800 e primi ‘900 esistevano dei “partiti macchina” costruiti attorno a boss locali, che, distribuendo beni e favori, erano in grado di controllare il voto di larghe fasce della popolazione. In Spagna, i boss si chiamavano caciques e gestivano il potere locale, fungendo da legame tra società e stato. Nel meridione italiano, la DC ha governato per anni grazie a sistemi di patronage e clientelismo. Insomma, il fenomeno è globale, variabile e duraturo: ciò che evidentemente caratterizza la maggior parte dei partiti politici nel mondo è un livello più o meno alto di corruzione.

È “normale” che clientelismo e corruzione siano più frequenti quando un partito è al governo (a livello nazionale o locale fa poca differenza), perché il fatto stesso di aver a che fare con enormi interessi economici aumenta la possibilità che si manifestino “tentazioni pericolose”. Ma non azzardiamo analisi che richiederebbero anni di studi. Più semplicemente, sulla scorta della recente vicenda spagnola, in questa sede vogliamo chiederci: perché nessun partito “autodenuncia” i propri casi di corruzione? Perché, nonostante siano previste norme a garanzia della legalità e della trasparenza negli statuti di quasi tutti i partiti, è toccato ad un ex assessore di un piccolo comune svelare una trama di illeciti che attraversava gran parte del PP – implicando lo stesso tesoriere? Perché i partiti sembrano non essere al corrente di ciò che fanno i propri membri, amministratori, parlamentari? L’inquietudine cresce quando ci si accorge, come nella Spagna di oggi, che le inchieste non portano alla luce casi isolati, ma estesissime reti di corrotti e corruttori, clienti e padroni.

Non crediamo che i partiti siano associazioni per delinquere: al contrario, pensiamo che siano il sale della democrazia, registrandone, realisticamente, pregi e difetti – senza distinzioni ideologiche. E vogliamo ammettere e concedere che i dirigenti dei partiti siano i primi a desiderare che le “mele marce” al proprio interno siano messe da parte. Ma i problemi si fanno seri quando la rete illegale coinvolge il tesoriere nazionale: come si fa, in casi come questo, a buttare l’acqua sporca della corruzione e a salvare il bambino-partito? A questa domanda non devono rispondere i giudici, incaricati solo di verificare se siano stati commessi dei reati penali da parte di singole persone (le quali, fino a sentenza definitiva, godono ovviamente della presunzione d’innocenza). Toccherebbe farlo ai dirigenti del partito in questione, i quali, invece, anche in Spagna, inveiscono contro la persecuzione ordita da magistrati avversi politicamente – in questo caso, Baltasar Garzón. Lungi da noi pensare che le “rivoluzioni giudiziarie” portino a qualcosa di buono per la democrazia. Ma una politica incapace di fare i conti da sé con la corruzione che l’attraversa, prendendo sul serio il rispetto della legge, sembra purtroppo destinarsi da sola a venire periodicamente “mondata” nelle aule di tribunale, in Spagna come in Italia. Quando si dice: chi è causa del suo mal…

(Federico Viotti e Jacopo Rosatelli)

4 commenti

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4 risposte a “Cercasi partito che denunci i propri malfattori

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  2. barkokeba

    Cari Federico e Jacopo, il punto che mettete in evidenza è concreto, ma peccate di una certa innocenza, se mi permettete. Spesso i politici corrotti – come ci insegna la storia italiana, da tangentopoli in poi – sono anche macchine da voti, portano consenso al partito. Il famoso mariuolo che diede l’inizio a tangentopoli era uno che riempiva le sezioni del suo partito. La DC di Sbardella, a Roma, riempiva le urne. I dirigenti onesti, spesso, non hanno visto quello che tutti vedevano in certi collegi elettorali. Certo, dipende dalle situazioni. Come regola generale, leggendo le cronache, sembra di poter dire la ragione per cui non c’è una presa di distanza seria è perché il corrotto, finché non determina una perdita di immagine, porta vantaggi. Che questo sia il segno di una politica inadeguata non è neanche da commentare. La differenza tra il prima tangentopoli e il dopo è che oggi c’è il fenomeno del “partito in franchising” (qualche signore delle preferenze locali si presta a portatore di bandiera del partito al livello locale; quale sia il partito, non conta poi tanto, e infatti ci sono numerosi cambi di fronte).

    • Jacopo Rosatelli

      Car* Barkokeba, quello che dici è vero, ma forso solo fino ad un certo punto. Il corrotto può certo portar voti, ma può anche toglierne; addirittura, la corruzione “fuori controllo” può persino portare all’estinzione di interi partiti, sotto il peso delle indagni ma anche della reazione della pubblica opinione. Da noi fu così.
      In Spagna, la sconfitta di Gonzalez la si dovette anche agli scandali (non solo di classica corruzione) che colpirono il PSOE. Il PP correrebbe, oggi, lo stesso rischio, se la crisi economica non stesse oltremodo danneggiando Zapatero.

      • barkokeba

        Caro Jacopo, non è che mi sfugga il tuo argomento. Quello che volevo dire è che la corruzione crea costi e benefici per i compagni di partito non corrotti, ma produce una rete di solidarietà che non si può smantellare dal giorno alla mattina. La prova sono i socialisti. Molti di quelli che sono rimasti in politica erano personalmente onestissimi, ma hanno finito per difendere l’indifendibile commesso dagli altri. Insomma, Chiesa è stato considerato un mariuolo, nonostante abbia causato danni enormi alla causa socialista. Altri esempi si potrebbero fare, ma ragionare per estremi è più semplice.
        Sul ruolo della pubblica opinione starei attento, ché abbiamo a che fare con un animale strano: Berlusconi è stato salutato come l’uomo nuovo. Sicuramente, ha rinnovato la politica (piaccia o meno). Ma era assolutamente dentro il sistema di tangentopoli – e non è un’opinione la mia. Di questo la pubblica opinione non si è accorta. La pubblica opinione si forma anche in base a quello che si dice in TV o sui giornali. Poi c’è una parte di pubblica opinione che va per conto suo. Sicuramente non sostiene la corruzione, ma finisce per adottare l’opzione exit (non voto), piuttosto che l’opzione protesta

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