Governo tecnico?

Martedì il parlamento voterà diverse mozioni di sfiducia al governo Berlusconi. Non ci interessa qui fare il toto-risultato, né porci la domanda se si sia o meno al tramonto del berlusconismo. Come ha detto Franco Battiato, un tramonto può durare anche parecchio tempo e, aggiungiamo noi, la durata dipende da alcune questioni di fondo su cui, al di là della crisi politica, è bene ragionare fin da ora: una delle opzioni in caso di voto di sfiducia, infatti, sarebbe un governo “di responsabilità nazionale” (ma ci sono almeno altre 4 definizioni) che avrebbe il compito di riformare la legge elettorale e fare alcune riforme per tenere in piedi l’economia nella burrasca finanziaria europea. Ne vale la pena?


1. C’è una crisi economica, ma si possono dare tante risposte. Dentro l’area del maggiore partito d’opposizione ce ne sono almeno due. Una è più tradizionale e legata all’idea della Terza Via (una linea già sconfitta in Europa da alcuni anni) per cui prima viene la crescita e poi verrà (se verrà) la redistribuzione della ricchezza. Ne è un esempio questo articolo su lavoce.info firmato, tra gli altri, da Giuliano Amato in cui si propongono meccanismi preventivi a livello europeo di controllo della spesa, “riforme pro-competitive delle pensioni e degli ammortizzatori sociali”, autorità indipendenti dall’esecutivo che controllino la spesa pubblica, “misure che aumentino la flessibilità del mercato del lavoro”, piena concorrenza nelle reti energetiche, di trasporto e di telecomunicazione, la distribuzione e le professioni e infine un grande piano di infrastrutture. La seconda linea invece è portata avanti, tra gli altri, da persone come il responsabile economico del PD Stefano Fassina o l’ex ministro Vincenzo Visco: redistribuire il carico fiscale dal lavoro verso la rendita, detrazioni fiscali che considerino il lavoro di cura delle donne, parità di costo tra un’ora di lavoro precario e un’ora di lavoro stabile, indennità di disoccupazione per tutti.

Non è una proposta rivoluzionaria e noi di Italia2013 proponemmo già a settembre di osare di più non solo sul fisco ma anche sul modello di sviluppo. E però la linea Fassina-Visco perlomeno è consapevole che non ci può essere crescita senza redistribuzione e che la disuaglianza e la precarietà sono tra i maggiori problemi della nostra economia.

2.  Cosa c’entra questa discussione con il voto di martedì? C’entra perché da mesi una parte dell’opposizione lavora ad un accordo che porti alla creazione di un governo di “responsabilità nazionale” o di “armistizio”.  Un esecutivo che verrebbe sostenuto da una coalizione molto ampia (visto che siamo in epoca di celebrazioni del Risorgimento, potremmo definirlo un neo-connubio) e che si occupi di riformare la legge elettorale ma anche, e qui sta il punto, di fare “quelle riforme strutturali di cui ha bisogno il Paese”. Tanto sono “bipartisan” queste riforme che potrebbe realizzarle anche chi ha fatto il ministro dell’economia per gran parte dell’ultimo decennio. Ha dichiarato al Sole 24 Ore di mercoledì lo stesso Stefano Fassina: “non potremmo mai dire di sì ad un governo [Gianni] Letta, è l’uomo di fiducia del premier e non ha quell’elemento di discontinuità che chiediamo. Valuteremmo invece un governo Tremonti sul programma”. E’ lecito chiedersi a questo punto se il programma di questo governo di “emergenza economica” assomiglierebbe di più all’articolo de lavoce.info oppure alle idee di Fassina e Visco per le quali il PD scenderà in piazza sabato 11 dicembre. L’idea, lo ha detto più volte il vicesegretario Enrico Letta, è quella di riproporre lo schema del governo Ciampi del 1993: la sospensione della politica in nome della crisi economica per la quale c’è una e una sola risposta di tipo tecnocratico e alla quale c’è una e una sola opposizione, che sia di destra o di sinistra, marcatamente “populista”.

3. Su questo tema ha scritto di recente Michele Prospero, professore di Scienza Politica alla Sapienza. Nella sua analisi ci sono due disegni che si sono confrontati dall’inizio della transizione italiana: quello “populista” di Berlusconi e poi quello tecnocratico al quale fa riferimento una parte di borghesia italiana. La debolezza di quest’ultimo è sempre stata la mancanza di “popolo” a suo sostegno e per questo Prospero propone alla sinistra di riscoprire l’ancoraggio al mondo del lavoro. Siamo sicuri però che il disegno tecnocratico senta il bisogno di costruire consenso? O non si basa invece sull’idea del vincolo esterno, sulla necessità di tenere i conti in ordine e sulla legittimità che proviene dalle istituzioni europee? Non sta anche lì un limite di alcune politiche del centrosinistra negli ultimi 15 anni?

Elezioni o non elezioni, crisi politica o no, è bene che ci si cominci ad interrogare su questo tema già da ora: che politica economica farà un governo di centrosinistra? E che rapporto ha la politica economica con lo stato della democrazia? E’ un processo comune a molte politiche europee (e non solo) degli ultimi 30 anni: l’idea cioè che la stabilità economica dipenda dall’equilibrio dei conti pubblici e che questo a sua volta si misuri da quanto poco la spesa pubblica sia decisa da organismi democraticamente eletti. Di questo oggi si parla in Europa e su questo è bene avere una posizione. Ma soprattutto: è la nostra stessa costituzione a stabilire un nesso tra disuguaglianza, politiche pubbliche e libertà. Bisogna ricordarsene quando si dice, allo stesso tempo, che c’è una crisi della democrazia per cui è necessario “un nuovo CLN” ma anche che servono “riforme strutturali e condivise”.

4.  Detto della politica economica, rimane in campo l’argomento che riguarda la necessità di riformare la legge elettorale prima di tornare alle urne. Su questo, il consenso per un governo di breve durata è più ampio: praticamente nessuno nel centrosinistra sarebbe contrario ad un esecutivo breve che si occupasse solo di questo. D’altronde di nuovo Michele Prospero ha sottolineato l’estremo pericolo insito in questa legge elettorale che permette ad una coalizione anche largamente minoritaria (magari una che prenda tra il 30 ed il 35% dei voti) di avere la maggioranza assoluta dei seggi. La legge attuale, non a caso, assomiglia molto a quella legge Acerbo che, combinata con l’azione delle squadracce, favorì l’ascesa del fascismo. La pericolosità dell’attuale premio di maggioranza si potrebbe stemperare con una norma che lo ancori al raggiungimento di un certo quorum, magari attorno al 50%. Il nostro sistema parlamentare ha già dimostrato, per esempio con le leggi ad personam ma non solo, di essere in grado di approvare una legge in meno di due settimane. C’è bisogno di fare un nuovo governo per questo?

5. Che fare quindi? Si può cambiare la legge elettorale, anzi si deve. Ma non sarà sufficiente a ricostruire la democrazia italiana: serviranno nuove norme sul finanziamento della politica (e alzi la mano chi ne ha una a prova di bomba), una nuova idea di partito politico, nuove norme contro la corruzione e la contiguità con la mafia solo per fare alcuni esempi. Tutte cose allo stesso tempo molto complicate e molto necessarie: servirà almeno una legislatura ed è difficile che siano più di tanto “condivise”. Si deve sciogliere da subito il nodo della politica economica perché, questo blog lo ha scritto più volte, c’è un trentennio conservatore da chiudere, anche qui in Italia. E poi c’è una battaglia di idee da combattere, anche sul controllo delle parole. Un esempio è la parola “merito”, che si usa sempre con chi sta in basso nella società. A parte l’esempio facile della giunta Alemanno e delle assunzioni pilotate nelle municipalizzate romane, vale la pena di parlare di un uomo più volte additato anche a sinistra come esponente del cambiamento: Sergio Marchionne, amministratore delegato di una Fiat che perde ogni mese fette consistenti di mercato. Ebbene, ci informa sempre il Sole 24 Ore, dal 1° gennaio Marchionne potrà esercitare una stock option che gli venne affidata due mesi dopo il suo arrivo nel 2004. Vista la rivalutazione del titolo in borsa (sì, ha perso quote di mercato e ha guadagnato in borsa) Marchionne potrebbe incassare fino a 80 milioni di euro. E’ anche su queste questioni che l’amministrazione Obama ha perso consensi, forse il centrosinistra italiano potrebbe cominciare a pensarci già da ora.

Ma forse prevale un’altra idea: quella che Berlusconi cadrà comunque e che la palla passerà nel centrosinistra che deve solo pensare a tessere le alleanze giuste, non solo con i partiti politici ma anche con gli interessi economici. Vale la pena guardare questa intervista di Exit molto anglosassone (perché basata su domande imbarazzanti per il politico) a Massimo D’Alema che dice: nel 1994 hanno vinto loro, nel 1996 noi, nel 2001 loro, nel 2006 noi, nel 2008 loro, ora vinceremo di nuovo noi. Chi scrive pensa che invece il 2008 sia stato l’anno zero della sinistra italiana. Il pezzo di Exit va visto fino alla fine, perché fa vedere un importante intervento di Luciano Violante del 2002 in cui svelò i patti raggiunti con Berlusconi sulle sue aziende ai tempi di un altro governo “tecnico”, quello Dini del 1995. Perché anche di questo bisogna ragionare: per varare un governo tecnico quali patti bisognerebbe fare con Berlusconi per farglielo accettare?

Guardando queste cose, leggendo certi articoli non ci si può esimere dal pensare che il centrosinistra abbia bisogno di aria nuova. Ed è tempo di cominciare a pensare a quale aria, senza accontentarsi che sia nuova.

(Mattia Toaldo)

1 Commento

Archiviato in democrazia e diritti, elezioni, sinistra

Una risposta a “Governo tecnico?

  1. Gloria Malaspina

    Condivido completamente l’analisi, a partire dalla convinzione non solo soggettiva che non può esistere un “governo tecnico”: qualsiasi tecnicalità si possa inventare, soprattutto in materia di spesa e di conti pubblici, attua una politica di fatto. Dubito fortemente che, in questo nostro contesto, la scelta non sarebbe bi-partisan, sciagurata visione per la quale di notte tutti i gatti sono bigi, e quindi riduttiva di spazi di democrazia e affatto redistributiva. La sinistra (ma quale? quella che si autodefinisce tale? quella per la quale basta essere contro questo governo per essere “accreditata”? quella che fa finta che Calearo non sia stato arruolato abile pochi anni fa? quella giustizialista?…quale?)attualmente in Parlamento non sarà in grado di ricostruire un equilibrio consono alla propria autodefinizione se continuerà a pensare con le categorie dell’economia classica, senza porsi il problema di quale sia veramente, oggi, in presenza del debito, un traino possibile di rilancio…Penso a Sen e al Consenso post-Washington: lui, economista di formazione classica, definì una serie di categorie sociali da non sormontare per garantire uscita dal debito – allora, dei Paesi Terzi – e recupero di politiche socialmente condivise. Già, perché se si prescinde dall’obbiettivo della politica, che è quello di governare l’economia e non di esserne governati, si può solo ingessare in un sistema di vasi comunicanti senza sbocco – e senza affluenza – una massa economica sempre più debole e finanziaria sempre più aggressiva, con buona pace della giustizia sociale. Un “governo tecnico” tra alleati improbabili in questa qualificazione non può che produrre una politica autoritaria e sostanzialmente regressiva. La riforma elettorale che rompa la tendenza di un maggioritario “di rapina” e ingiusto, e con esso elimini un bipolarismo impraticabile e socialmente insostenibile (espungere il conflitto sociale e le sue istanze di progresso dalle istituzioni in nome di una governabilità…per chi?…che assesta ceti politici senza un reale rispetto delle scelte elettorali dei cittadini, presi per il collo dal “meno peggio” nella migliore delle ipotesi)è necessaria prima delle prossime elezioni. Alleanze improbabili – ma politiche e non tecniche – che compiano un primo passo può essere la strada (il 48% e il premio di maggioranza? forse, ma intanto si smonterebbero le maggioranze blindate da una parte e traballanti dall’altra – Senato e Camera – e si darebbe qualche chance in più ad un riequilibrio di rappresentanza meno finto) per iniziare. Se poi ci sarà una sinistra più di sinistra e meno di centro, nei valori e nelle scelte di compatibilità con le politiche avallate, sarà più facile ricondurre l’equilibrio di rappresentanza al rispetto della volontà popolare…e forse le persone sarebbero più motivate a votare, visto l’allarmante astensionismo in crescita delle ultime tornate elettorali. Insomma, lavoriamoci tutti!
    Gloria

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