5 cose da fare ora

Alcuni avevano aspettato il voto del 14 dicembre come se fosse un nuovo 25 luglio: un crollo interno del regime con alcuni suoi esponenti di spicco che depongono il Capo. Per altri era una strategia più sofisticata, attraverso una sfida simbolica e culturale dentro il campo della destra – attraverso la fondazione Fare Futuro – e la ricerca di spazi di alleanza dentro la società e con i poteri “forti” – stanchi e divisi – disposti a opporsi al regno di Silvio Berlusconi. Perché abbattere Berlusconi non può essere solo congiura “di palazzo”, e la strana destra di Fini aveva compreso la complessità della sfida più di quanto abbia fatto il centrosinistra dal 2008 ad oggi. Questa intuizione aveva prodotto strumenti adeguati agli obiettivi? Col senno di poi, no. Ma la “congiura” era il passaggio più importante: per ora non ha funzionato, ha vinto Berlusconi.

1. Quella che si presenta oggi è una situazione da maneggiare con estrema cautela. La contabilità politica non dice tutto. Berlusconi regge per due voti, aveva la più grande maggioranza della storia della seconda repubblica. Se c’erano ragioni per sperimentare un governo di responsabilità che cambiasse la legge elettorale, il voto di ieri ha chiuso questa possibilità. La legge elettorale fa schifo, ma oggi questa ipotesi rischia di  sembrare la tattica di alcuni perdenti.

Fuori c’è un paese che aspetta delle risposte, grumi di Italia “anche nostra” che devono trovare una rappresentazione politica. C’è un paese in rivolta contro Berlusconi. L’unica strada è andare al voto, restituendo al parlamento la sua dignità perché questo parlamento agli occhi di molti l’ha persa ieri. Il trasformismo, le convenienze, i gestacci si sono mangiati la politica e l’autorevolezza di quel luogo. Andare al voto anche per portare le ragioni degli studenti, dei giovanissimi che possono pensare, di fronte al muro di gomma delle istituzioni e alla loro caduta di credibilità, che la strada sia la rivolta. La strada è la buona politica, ma bisogna avere il coraggio di farla.

2. Che fare ora? Primo, lanciare una grande campagna comune dell’opposizione su 2-3 grandi temi (chi ci sta ci sta): la precarietà zero, la lotta all’evasione fiscale, il nuovo welfare (magari partendo da queste idee di cui scrivemmo già a settembre). Secondo, fare campagna contro la Lega Nord. E’ quello il vero nemico “ideologico” ed è l’unico in grado di spaccare il centrodestra. Berlusconi ha sempre tenuto insieme il nord leghista con il sud conservatore e clientelare, bisogna far saltare questa alleanza denunciando per esempio alcuni effetti perversi del federalismo fiscale o dei tagli di Tremonti. La giunta Lombardo non basta. Ma anche al nord bisogna far vedere che non si tratta di volgere i penultimi contro gli ultimi (gli italiani poveri contro gli immigrati vicini di casa) ma affrontare i problemi di tutti: ne scrivemmo qui. Terzo, ci vuole un’offensiva sul mondo cattolico che è molto più a disagio di quanto non sembri guardando ai suoi leader. I temi su cui puntare sono tanti: gli immigrati ma anche “il diritto alla vita” che va rovesciato nel senso di difesa del creato e della vita delle persone dall’inquinamento e dalle mafie. Quarto, non avere paura di votare ed essere credibili quando si parla di vittoria. Come scrivemmo già a settembre, l’Italia non è naturaliter di destra e il centrosinistra ce la può fare. Quinto, dato il ribrezzo che le vicende appena chiuse hanno provocato in molti, è ora che le forze politiche del centrosinistra fiancheggino apertamente tutto ciò che rappresenta un’alternativa sociale e culturale al modello incarnato e trasmesso dal governo, includendo questi soggetti nella costruzione dell’alternativa politica. Facciamo degli esempi: le varie associazioni antimafia, l’economia cooperativa, l’industria verde e quella che si occupa della valorizzazione del territorio. Poi chi vuole trasformare davvero scuola, università e ricerca, chi prova nonostante tutto a fare un giornalismo scomodo e d’inchiesta, i medici che curano gli immigrati e potremmo continuare. Insomma c’è un paese da ricostruire su nuove basi, e tutti coloro che dimostrano in questo interesse e passione (sia col lavoro quotidiano che con la protesta) vanno coinvolti attivamente.

3. Con quale coalizione? Prima di tutto con una coalizione sociale formata anche dai soggetti di cui abbiamo appena parlato. E poi superando la logica delle due sinistre, come già abbiamo scritto a proposito delle primarie milanesi. Si paventa sempre che la “sinistra radicale” possa essere una ragione di debolezza e instabilità, ma i fatti di ieri come quelli relativi alla caduta del governo Prodi ci dicono che il ventre molle del centrosinistra non è nella sua parte “radicale” ma in quella “moderata” che più facilmente può passare dall’altra parte: ieri Mastella e Dini, oggi Calearo e Scilipoti. Non è quindi questione di scelta tra “radicali” e “riformisti” ma di costruzione di un progetto al quale si può lavorare da subito (vedi il punto precedente).

4. Dalla Francia alla Grecia, da Londra a Roma, gli adolescenti e i ventenni sono protagonisti degli episodi più violenti. È un’ulteriore prova del disagio sociale che patisce e che patirà quella generazione, che ormai considera inevitabile una condizione economica e lavorativa precaria, e impalpabile il futuro che si ritrova davanti. Gli oltre 100mila studenti e precari di Roma (e le altre decine di migliaia in tutta Italia) non si meritano di essere descritti nelle pagine di cronaca nera. Per le loro idee e il loro coraggio meritano di stare nelle pagine di politica ma spetta alla politica, quella di sinistra, farceli stare. Ne sarà all’altezza?

10 commenti

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10 risposte a “5 cose da fare ora

  1. barkokeba

    Certo, ce ne è di materiale per una contronarrazione del miracolo italiano alla berlusconi. L’ultimo atto? Compravendita di voti. E’ vero: c’è sempre stata. Il dato politico è che comunque ha retto. Tuttavia, questo è uno che sta al mondo politico perché i suoi nominati hanno sempre bisogno di ulteriori incentivi per confermargli la fiducia. Bell’Italia…

    Sul punto 4, noto che in molti pare abbiano visto ceffi da curva mischiati nella folla. Ecco, se non ci sono più avanguardie politiche il vuoto lasciato viene riempito in questo modo

  2. gloria

    Condivido la visione di una chiamata a raccolta, la società o almeno il lembo di società che mi circonda, vuole essere coinvolto. Per gli studenti in piazza, per la loro resistenza e la loro annunciata repressione, per la loro ragione ignorata, minacciata dalle solite banalità mediatiche e ghermita dai sobillatori, varrebbe la pena di ritrovare il senso di una battaglia comune.

  3. Aggiungo:
    – prevedere le primarie per la scelta dei candidati e fare le primarie di coalizione per scegliere il leader.
    PS: A Roma: Alemano potrebbe cadere prima di B. Occhio!

  4. George Mike

    Le linee strategiche vanno bene. Tatticamente va bene attacccare la Lega facendo però attenzione che tra chi vota o ha votato Lega ci sono tante persone che sono “naturaliter” di sinistra.

  5. Guglielmo

    LA PRIMA QUESTIONE “La QUESTIONE MORALE” se non mettiamo mano a questo non si va da nessuna parte….

    sabato 19 luglio 2008 Enrico Berlinguer – Repubblica, 1981
    Intervista di Eugenio Scalfari a Enrico Berlinguer
    La passione è finita?
    Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un “boss” e dei “sotto-boss”. La carta geopolitica dei partiti è fatta di nomi e di luoghi. Per la DC: Bisaglia in Veneto, Gava in Campania, Lattanzio in Puglia, Andreotti nel Lazio, De Mita ad Avellino, Gaspari in Abruzzo, Forlani nelle Marche e così via. Ma per i socialisti, più o meno, è lo stesso e per i socialdemocratici peggio ancora…

    Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.
    È quello che io penso.

    Per quale motivo?
    I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.

    Lei fa un quadro della realtà italiana da far accapponare la pelle.
    E secondo lei non corrisponde alla situazione?

    Debbo riconoscere, signor Segretario, che in gran parte è un quadro realistico. Ma vorrei chiederle: se gli italiani sopportano questo stato di cose è segno che lo accettano o che non se ne accorgono. Altrimenti voi avreste conquistato la guida del paese da un pezzo.
    La domanda è complessa. Mi consentirà di risponderle ordinatamente. Anzitutto: molti italiani, secondo me, si accorgono benissimo del mercimonio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro è sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (magari dovuti, ma ottenuti solo attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più. Vuole una conferma di quanto dico? Confronti il voto che gli italiani hanno dato in occasione dei referendum e quello delle normali elezioni politiche e amministrative. Il voto ai referendum non comporta favori, non coinvolge rapporti clientelari, non mette in gioco e non mobilita candidati e interessi privati o di un gruppo o di parte. È un voto assolutamente libero da questo genere di condizionamenti. Ebbene, sia nel ’74 per il divorzio, sia, ancor di più, nell’81 per l’aborto, gli italiani hanno fornito l’immagine di un paese liberissimo e moderno, hanno dato un voto di progresso. Al nord come al sud, nelle città come nelle campagne, nei quartieri borghesi come in quelli operai e proletari. Nelle elezioni politiche e amministrative il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane.

    Veniamo all’altra mia domanda, se permette, signor Segretario: dovreste aver vinto da un pezzo, se le cose stanno come lei descrive.
    In un certo senso, al contrario, può apparire persino straordinario che un partito come il nostro, che va così decisamente contro l’andazzo corrente, conservi tanti consensi e persino li accresca. Ma io credo di sapere a che cosa lei pensa: poiché noi dichiariamo di essere un partito “diverso” dagli altri, lei pensa che gli italiani abbiano timore di questa diversità.

    Sì, è così, penso proprio a questa vostra conclamata diversità. A volte ne parlate come se foste dei marziani, oppure dei missionari in terra d’infedeli: e la gente diffida. Vuole spiegarmi con chiarezza in che consiste la vostra diversità? C’è da averne paura?
    Qualcuno, sì, ha ragione di temerne, e lei capisce subito chi intendo. Per una risposta chiara alla sua domanda, elencherò per punti molto semplici in che consiste il nostro essere diversi, così spero non ci sarà più margine all’equivoco. Dunque: primo, noi vogliamo che i partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l’operato delle istituzioni. Ecco la prima ragione della nostra diversità. Le sembra che debba incutere tanta paura agli italiani?

    Veniamo alla seconda diversità.
    Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.

    Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.
    Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo stati noi.

    Non voi soltanto.
    È vero, ma noi soprattutto. E passiamo al terzo punto di diversità. Noi pensiamo che il tipo di sviluppo economico e sociale capitalistico sia causa di gravi distorsioni, di immensi costi e disparità sociali, di enormi sprechi di ricchezza. Non vogliamo seguire i modelli di socialismo che si sono finora realizzati, rifiutiamo una rigida e centralizzata pianificazione dell’economia, pensiamo che il mercato possa mantenere una funzione essenziale, che l’iniziativa individuale sia insostituibile, che l’impresa privata abbia un suo spazio e conservi un suo ruolo importante. Ma siamo convinti che tutte queste realtà, dentro le forme capitalistiche -e soprattutto, oggi, sotto la cappa di piombo del sistema imperniato sulla DC- non funzionano più, e che quindi si possa e si debba discutere in qual modo superare il capitalismo inteso come meccanismo, come sistema, giacché esso, oggi, sta creando masse crescenti di disoccupati, di emarginati, di sfruttati. Sta qui, al fondo, la causa non solo dell’attuale crisi economica, ma di fenomeni di barbarie, del diffondersi della droga, del rifiuto del lavoro, della sfiducia, della noia, della disperazione. È un delitto avere queste idee?

    Non trovo grandi differenze rispetto a quanto può pensare un convinto socialdemocratico europeo. Però a lei sembra un’offesa essere paragonato ad un socialdemocratico.
    Bè, una differenza sostanziale esiste. La socialdemocrazia (parlo di quella seria, s’intende) si è sempre molto preoccupata degli operai, dei lavoratori sindacalmente organizzati e poco o nulla degli emarginati, dei sottoproletari, delle donne. Infatti, ora che si sono esauriti gli antichi margini di uno sviluppo capitalistico che consentivano una politica socialdemocratica, ora che i problemi che io prima ricordavo sono scoppiati in tutto l’occidente capitalistico, vi sono segni di crisi anche nella socialdemocrazia tedesca e nel laburismo inglese, proprio perché i partiti socialdemocratici si trovano di fronte a realtà per essi finora ignote o da essi ignorate.

    Dunque, siete un partito socialista serio…
    …nel senso che vogliamo costruire sul serio il socialismo…

    Le dispiace, la preoccupa che il PSI lanci segnali verso strati borghesi della società?
    No, non mi preoccupa. Ceti medi, borghesia produttiva sono strati importanti del paese e i loro interessi politici ed economici, quando sono legittimi, devono essere adeguatamente difesi e rappresentati. Anche noi lo facciamo. Se questi gruppi sociali trasferiscono una parte dei loro voti verso i partiti laici e verso il PSI, abbandonando la tradizionale tutela democristiana, non c’è che da esserne soddisfatti: ma a una condizione. La condizione è che, con questi nuovi voti, il PSI e i partiti laici dimostrino di saper fare una politica e di attuare un programma che davvero siano di effettivo e profondo mutamento rispetto al passato e rispetto al presente. Se invece si trattasse di un semplice trasferimento di clientele per consolidare, sotto nuove etichette, i vecchi e attuali rapporti tra partiti e Stato, partiti e governo, partiti e società, con i deleteri modi di governare e di amministrare che ne conseguono, allora non vedo di che cosa dovremmo dirci soddisfatti noi e il paese.

    Secondo lei, quel mutamento di metodi e di politica c’è o no?
    Francamente, no. Lei forse lo vede? La gente se ne accorge? Vada in giro per la Sicilia, ad esempio: vedrà che in gran parte c’è stato un trasferimento di clientele. Non voglio affermare che sempre e dovunque sia così. Ma affermo che socialisti e socialdemocratici non hanno finora dato alcun segno di voler iniziare quella riforma del rapporto tra partiti e istituzioni -che poi non è altro che un corretto ripristino del dettato costituzionale- senza la quale non può cominciare alcun rinnovamento e sanza la quale la questione morale resterà del tutto insoluta.

    Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?
    La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semmplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono profare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche. […] Quel che deve interessare veramente è la sorte del paese. Se si continua in questo modo, in Italia la democrazia rischia di restringersi, non di allargarsi e svilupparsi; rischia di soffocare in una palude.

    Signor Segretario, in tutto il mondo occidentale si è d’accordo sul fatto che il nemico principale da battere in questo momento sia l’inflazione, e difatti le politiche economiche di tutti i paesi industrializzati puntano a realizzare quell’obiettivo. È anche lei del medesimo parere?
    Risponderò nello stesso modo di Mitterand: il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L’inflazione è -se vogliamo- l’altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l’una e contro l’altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l’inflazione si debba pagare il prezzo d’una recessione massiccia e d’una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili.

    Il PCI, agli inizi del 1977, lanciò la linea dell’ “austerità”. Non mi pare che il suo appello sia stato accolto con favore dalla classe operaia, dai lavoratori, dagli stessi militanti del partito…
    Noi sostenemmo che il consumismo individuale esasperato produce non solo dissipazione di ricchezza e storture produttive, ma anche insoddisfazione, smarrimento, infelicità e che, comunque, la situazione economica dei paesi industializzati -di fronte all’aggravamento del divario, al loro interno, tra zone sviluppate e zone arretrate, e di fronte al risveglio e all’avanzata dei popoli dei paesi ex-coloniali e della loro indipendenza- non consentiva più di assicurare uno sviluppo economico e sociale conservando la “civiltà dei consumi”, con tutti i guasti, anche morali, che sono intrinseci ad essa. La diffusione della droga, per esempio, tra i giovani è uno dei segni più gravi di tutto ciò e nessuno se ne dà realmente carico. Ma dicevamo dell’austerità. Fummo i soli a sottolineare la necessità di combattere gli sprechi, accrescere il risparmio, contenere i consumi privati superflui, rallentare la dinamica perversa della spesa pubblica, formare nuove risorse e nuove fonti di lavoro. Dicemmo che anche i lavoratori avrebbero dovuto contribuire per la loro parte a questo sforzo di raddrizzamento dell’economia, ma che l’insieme dei sacrifici doveva essere fatto applicando un principio di rigorosa equità e che avrebbe dovuto avere come obiettivo quello di dare l’avvio ad un diverso tipo di sviluppo e a diversi modi di vita (più parsimoniosi, ma anche più umani). Questo fu il nostro modo di porre il problema dell’austerità e della contemporanea lotta all’inflazione e alla recessione, cioè alla disoccupazione. Precisammo e sviluppammo queste posizioni al nostro XV Congresso del marzo 1979: non fummo ascoltati.

    E il costo del lavoro? Le sembra un tema da dimenticare?
    Il costo del lavoro va anch’esso affrontato e, nel complesso, contenuto, operando soprattutto sul fronte dell’aumento della produttività. Voglio dirle però con tutta franchezza che quando si chiedono sacrifici al paese e si comincia con il chiederli -come al solito- ai lavoratori, mentre si ha alle spalle una questione come la P2, è assai difficile ricevere ascolto ed essere credibili. Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l’operazione non può riuscire.

    «La Repubblica», 28 luglio 1981

  6. Barkokeba

    Tra i 2-3 temi non sarebbe il caso di inserire qualche cosa di sinistra che vada incontro all’impresa? Oppure pensiamo che l’economia la muova solamente il lavoro dipendente? Se dobbiamo sfilare elettori alla Lega e al centro destra, cosa possibile visto che in Italia la sinistra le elezioni le sa anche vincere, qualche cosa sull’impresa va detta. Non in cinque righe si esaurisce questo argomento. Ma è ineludibile. Spero che Italia 2013 proponga questo argomento.
    Si parla del fatto che bisogna mettersi in collegamento coi soggetti sociali che vogliono cambiare l’Italia. E’ giusto. I partiti dovrebbero fare questo.
    L’ho sempre pensato; credo che la loro funzione, oggi, sia quella di mantenere i contatti con loro, rappresentarli. Attenzione, però. Le organizzazioni della società civile, oggi, siano molto più deboli di quanto non fossero alla fine degli anni 80. Sono passati due decenni. Ci sono state leggi quadro sul welfare. Spesso il contributo che danno allo stato sociale è una pezza (neanche tanto bella) che si mette alla incapacità di far funzionare la macchina amministrativa. In molti casi, dietro le cooperative sociali si nascondono forme di clientelismo e di voto di scambio. Quindi, questa petizione di principio di cui si parla al punto 3, va presa sul serio. Ma attenzione a non prendere lucciole per lanterne. Serve una vera analisi su che cosa sia questo mondo del terzo settore oggi. Senza importare teorie socio-politiche dall’estero. Quelle erano buone per la “terza via”.
    Che futuro proponiamo all’Italia? Se si vuole battere uno che parla di sogno Italiano, bisognerà contrapporgli qualcosa sullo stesso piano. Non dico che va trovata una scemenza (è un’accortezza che la sinistra deve considerare, perché in quanto a parole d’ordine fasulle non è seconda a nessuno). Insomma, contro il virus del berlusconismo ci vogliono antivirali. Con gli antibiotici non ci fai niente.
    Ho letto che Ali Baba Faye propone le primarie per i candidati. Se si riferisce a deputati e senatori, sono d’accordo e, in passato, lo avevo già scritto in risposta a un editoriale di Italia 2013. E questo non solo perché è giusto, oppure perché ci può essere un vantaggio di questo o quel candidato esterno (PRC, SEL, PD, IDV: fanno tutti parte dello stesso mondo politico; gente cresciuta insieme, difficile che ci siano esterni). Più che altro perché sarebbe un modo per dare la parola veramente agli elettori del centro sinistra, mobilitarli. Sarebbe la degna risposta a questo schifo di legge elettorale. Il tempo c’è per organizzarle (non è facile e ci sono tecnicalità da risolvere). Bisogna avere fegato

  7. massimo wertmuller

    E’ tutto assolutamente giusto,vero e condivisibile quello che dici,cara Cecilia.Ed è ancora più facile condividere quando si è cittadini pensanti,quando si sogna certa civiltà presente in altri paesi,e soprattutto quando,nel proprio piccolo,si lavora in un campo della società,la cultura, oggi così trascurato da far pensare ad una vera e propria strategia per instupidire e involgarire il paese.Strategia andata a buon fine,pare.Perchè se la cultura forma il terreno su cui costruire il pensiero,il gusto,il grado di civiltà di un paese,oggi siamo messi proprio male.Parlo di cultura,un termine a me,e soprattutto a te,molto caro,però anche perchè cultura vuol dire da sempre anche insieme di usi,costumi e comportamenti.E qui,secondo me,il discorso si fa più preoccupante.I danni del cosiddetto “berlusconismo”,ossia l’insieme dei comportamenti nella società effettuati non da un passante,o,se volete,da un capo d’industria tra l’altro proprio dello spettacolo,e contro cui non avrei niente da dire,ma da una istituzione le cui responsabilità,e la cui valenza di modello per il grado di esposizione,è altissima-sopra di lui solo il Presidente della repubblica,quello americano,il Papa e poi Dio-sono da paragonare ai danni che una centrale nucleare fa sul territorio circostante,per usare un paradosso.Dal momento per niente scontato in cui quel modo di agire lascerà il posto ad altro,ci vorranno infatti molti,moltissimi anni per far capire, in una Italia già malata di nanismo ideale,di slanci epici e romantici,che la furbizia non è la via più giusta per migliorare una società.Nel frattempo,invece,il modo più giusto per vivere meglio sarebbe quello di stare tutti a delle regole condivise,come insegna la Germania.Ci vorranno anni per riconsegnare agli italiani una morale ed un’etica degne di un popolo normale.Vicine,per esempio,a quelle che ci avevano consegnato i nostri genitori o i nostri nonni.Anni per far capire ad una ragazzina che non è esattamente normale vendersi per fare carriera;che la cosa più giusta da fare sarebbe,invece, quella di prepararsi e imparare magari attraverso gavetta.Ci vorranno anni per avere una televisione,il più grande mezzo di informazione ma anche di educazione,più bella.Ci vorranno anni per costruire una società fondata sul merito,sul diritto,e quindi migliore.E ci vorrebbe tanto altro spazio,a questo punto,per andare avanti con gli esempi,e non si può.Mi premeva,grazie ai fuochi accesi dal tuo bell’articolo,soltanto porre l’accento sul disastro culturale,mentale e comportamentale che corre parallelo al disastro politico e sociale ma che non è disgiunto da questo e non è meno importante.Un’ultima considerazione,se mi è perdonata,proprio sul tema della politica.A me sembra che tra nuovi estremismi e nuovi moderatismi,e totale mancanza ormai di idealismi, si faccia sempre più forte la possibilità di tornare a pensare ad un socialismo storico-non certo quello che è appena stato ucciso,o peggio quello oggi esistente- che è stato padre di tutte le sinistre in Italia,e non solo.Mi sembra sempre,e ancora di più oggi,che quel socialismo sia la più nobile delle idee e delle proposte per gestire la vita di un gruppo di persone.Ma è soltanto una mia piccola opinione,buttata là nella conversazione.Grazie.

  8. paola oliva

    Tutto giusto, sono d’accordissimo… però, c’è un però. Ed il però è la controparte, che, a beffe di quanto affermano alcuni loro rappresentanti, a me non pare molto disposta a ‘mollare’ costi quel che costi. E’ vero che con i numeri che ci sono è impossibile governare, fanno acqua da tutte le parti. Alcuni di loro continuano a sostenere che a marzo si vota… ma ci possiamo credere? Personalmente temo che tra qualche tempo ci troveremo (chi vincerà le prossime elezioni) a dover ‘riparare’ a tutti i guasti che questa legislatura ha prodotto e sta producendo. Arrogantemente vanno avanti ben sapendo che già nei prossimi voti in aula il governo, molto probabilmente, andra sotto. Nel frattempo passerà (credo) il decreto Gelmini e altre porcherie simili (perchè questa schifezza gliela vota anche chi la fiducia al governo non l’ha data).
    Che dire, chi ha dato quei tre voti fondamentali il 14 dicembre per mantenere in vita questo governo avrà, e ha tutt’ora, molti – non dico cadaveri ma insomma..- scheletri nell’armadio da ‘difendere’.
    Per quanto riguarda le lotte, credo anch’io che oramai siano l’unica strada percorribile… solo riuscissimo a frenare quella frangia di studenti disperati che danno fuoco alle macchine e che dalla ragione, come al solito, ci portano a far apparire un torto.
    Un’ultima cosa: bando alle ideologie che come tali sono nefaste, ma qualche sano e buon ideale perchè non metterlo orgogliosamente in campo?
    E comunque, senza una riforma elettorale seria, temo che avremo di nuovo un governo ‘ballerino’.

  9. Riccardo Pennisi

    Solo una nota per quanto riguarda le lotte: la frangia di studenti disperati (ma la disperazione non vale solo per le loro mobilitazioni, come abbiamo visto negli ultimi mesi) si ferma non da un giorno all’altro, ma costruendo un rapporto con loro.
    I vari movimenti e in generale le espressioni di partecipazione meno inquadrate e istituzionali sono state sistematicamente ignorate e allontanate da una parte consistente della classe dirigente del centrosinistra durante gli ultimi dieci anni.
    Forse perchè crede di essere come il PCI, che guardava con diffidenza al ’68 ma poi raccoglieva nelle urne la voglia di cambiamento dei giovani; forse perchè crede di essere superiore e basta. Oggi invece i giovani (e in generale chi partecipa) mandano a quel paese i vertici del centrosinistra e smettono di votarlo senza problemi. E in solitudine sbagliano, come quando decidono di convocare una manifestazione che non sanno controllare, che “sfidi la zona rossa” e che “assalti il palazzo”, salvo poi meravigliarsi degli scontri che ne seguono. Parliamo delle parole d’ordine degli organizzatori, non di una frangia.
    Una buona occasione perchè i due mondi separati tornino a parlarsi sono le eventuali primarie per la scelta del leader del centrosinistra. Non so in che altro modo potremo coinvolgere tantissime persone che altrimenti non ne vorranno più sapere. Coi dibattiti sul terzo polo?

  10. FILOMENA MARIA FOTIA

    La tua proposta,Cecilia,è nel metodo l’unica percorribile, se il centrosinistra vuole tornare a vincere. L’inseguimento del centro o del terzo polo ( ma non ci geleremo con tutti questi poli? )è una tattica perdente e non ha nulla dello slancio politico necessario in questo momento.
    La costruzione di una coalizione sociale, come proponi, consentirebbe di elaborare un programma vero ed alternativo a quello delle destre su cui fare convergere le forze che condividono le tematiche.
    Il tema del lavoro e della precarietà, che tutti sembrano avere di recente scoperto, si può ricostruire mettendo insieme i diritti, la nuova economia, la formazione. si può battere l’idea che la crisi si supera sottraendo diritti, formazione, la vita stessa e la speranza del futuro.
    Una mia studentessa sedicenne ha scritto su uno striscione “IL FUTURO CI FA PAURA”ma non ha “mollato”e le sue richieste sono squisitamente politiche e non giovanilistiche.
    Non lasciamoli soli; potremmo almeno nel territorio romano costruire con loro un momento di incontro e sentire le loro proposte?
    Anche i più intellettuali tra i giovani ricercatori sanno che la loro battaglia è comune aquella dell’operaio e del disoccupato; c’è già un blocco sociale che chiede rappresentanza SUBITO. Facciamo una “cordata di donne” politiche, amministratrici, professioniste, giornaliste- penso all’articolo di Concita de Gregorio all’indomani della manifestazione- che diano corpo all’iniziativa politica. Filomena fotia

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