Il “nuovo centro” che il PD non vede

Nel PD e su alcuni grandi giornali non si parla d’altro: rinunciare alle primarie è la condizione necessaria per costruire un’ alleanza che vada da Fini a Diliberto per constrastare la minaccia autoritaria dell’attuale centrodestra. Una visione miope e improbabile (Fini e Casini hanno già detto di no molte volte ad uno schieramento che includa Di Pietro e Vendola) e che può portare a due scenari uno peggiore dell’altro: un’alleanza che comprenda solo il PD e il Terzo Polo e che secondo un sondaggio di Diamanti poco citato avrebbe solo il 30,8%, lasciando il 28,8% a SEL, IDV e FdS e ovviamente facendo vincere il centrodestra con meno del 40% dei voti; oppure un centrosinistra privo di idee, che arriva alle elezioni impreparato, senza aver tenuto le primarie e senza aver mobilitato i propri elettori. Insomma, quanto già successo nelle regionali laziali.

E’ una visione basata su due idee antiquate: quella che gli elettori seguano sempre le scelte dei propri partiti e dei loro leader e quella che il centro sia per forza di cose allo stesso tempo “moderato” e “cattolico”, sostanzialmente conservatore soprattutto sulle questioni etiche. Questa proposta si concentra su un improbabile allargamento all’interno del quadro politico, trascurando quello nella società dove invece esistono delle vere praterie per quel centrosinistra che c’è già e che governa tanti enti locali.

Sono i dati elettorali e le ricerche a mostrarci l’estensione di questo vero e proprio “nuovo centro” su cui dovrebbe lavorare l’arco che va dal PD alla Federazione della Sinistra, liberandosi in primo luogo dall’ossessione per le alleanze larghissime e inconcludenti. Facciamo due esempi basati sull’indagine “il voto dei cattolici praticanti” realizzata dall’SWG dopo le ultime regionali. In Piemonte Mercedes Bresso era sostenuta da una coalizione ampia che includeva anche l’UDC mentre in Puglia l’ “estremista” Vendola aveva dietro di sé solo il centrosinistra classico. Ebbene, la Bresso perse con ben 18 punti di scarto tra i cattolici praticanti mentre Vendola vinse, all’interno della stessa categoria, con un punto di vantaggio conquistando ben il 4% di elettori cattolici che avevano votato centrodestra alle europee dell’anno prima. Contava, evidentemente, non tanto la coalizione quanto la capacità del candidato di parlare al mondo cattolico.

Un mondo che è molto diverso da quel cliché conservatore e attento alle questioni etiche ancora molto vivo nelle analisi del centrosinistra. Forse una visione fondata ai tempi di Togliatti ma fuori luogo oggi che il 54% dei credenti laziali è favorevole alla pillola RU486 mentre i temi che stanno più a cuore ai credenti sono la sanità, il welfare, il lavoro e gli immigrati, non l’aborto o l’eutanasia.

Il Paese è diverso rispetto agli anni Settanta eppure è allora che è cominciata la frattura fra elettorato e rappresentanza politica, in contemporanea con l’inizio del declino elettorale della sinistra. Nelle elezioni del 1979, non a caso le prime in cui il PCI arretrò significativamente, i non votanti furono il 9,3%, un’impennata se si pensa che dal 1948 avevano sempre oscillato tra il 6 ed il 7%. Da allora una crescita costante dell’astensione fino ad arrivare nel 2008 quasi al 20%, con 2.200.000 elettori che dal centrosinistra passarono al non voto determinando gran parte della sconfitta.

Un terzo grande gruppo da conquistare è il risultato di quanto successo nella nostra società proprio dalla fine degli anni Settanta. Le indagini del consorzio di ricerche ITANES sulle ultime elezioni politiche ci dicono che la vera categoria in movimento tra i due poli è quella che potremmo definire dei “ceti sommergenti”, quelli in declino nella società proprio a partire dalla fine degli anni Settanta quando iniziò la fascinazione della sinistra per i ceti “emergenti” individuati da Craxi e ancora molto presenti nella discussione interna al PD. Si tratta di operai tradizionali, lavoratori esecutivi del terziario, gli atipici del lavoro precario e i loro familiari – più o meno la metà dell’elettorato italiano secondo i ricercatori ITANES. Si tratta di “elettori impoveriti e preoccupati, incerti e sfiduciati, in attesa di risposte ai loro problemi”: una parte di società che, a diverse latitudini e in diverse epoche storiche, è stata la benzina nel motore di chi voleva imporre soluzioni autoritarie. Dove va questa porzione enorme di elettorato lì va la vittoria: nel 2001 votarono in prevalenza centrodestra, nel 2006 diedero un lieve vantaggio al centrosinistra mentre nel 2008 tornarono verso il centrodestra che ebbe, in questa categoria, l’11% in più della coalizione tra PD e IDV.

Il rischio purtroppo è che, invece che lavorare per conquistare questo “nuovo centro”, ci si concentri sulla costruzione di un’alleanza impossibile per poi ritrovarsi con i due pessimi scenari citati all’inizio. In entrambi i casi si rinuncerebbe alle primarie e con esse ad un’opportunità (certo non l’unica) per colmare quel divario tra rappresentanza politica e società che è stata una delle caratteristiche del trentennio conservatore italiano. Bisognerebbe invece cominciare a lavorare da subito alla conquista del nuovo centro con un nuovo candidato e una nuova proposta votati da milioni di elettori.

(Mattia Toaldo, articolo uscito sul Manifesto)

12 commenti

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12 risposte a “Il “nuovo centro” che il PD non vede

  1. Condivido in toto. A me pare che ogni volta che si parla di alleanza a sinistra si faccia finta che le percentuali dei partiti vengano tirate a dadi e poi ci si deve giostrare con quello che c’è toccato. Per cui 23+5+6 e poi, e poi… ci servirebbe un 2% e chi ce l’ha? I pensionati? Dentro i pensionati!

    Se dopo la sconfitta del 2008 si fosse iniziato un lavoro sul consenso in certi settori sociali che non ci hanno votato forse oggi il PD sarebbe più forte, la sinistra più unita e non avremmo perso 2 anni a discutere di organizzazione.

  2. Andrea

    Caro Mattia, quello che tu dici è giusto ed era stato argomentato, in maniera differente ma altrettanto suggestiva in un articolo che hai scritto con Diletti. Però, l’astrattezza che denunci nell’altrui discorso sulle alleanze rischia di essere presente anche nel tuo discorso. E’ vero: ci sono porzioni di elettorato sempre più significative che devono essere conquistate e in buona parte queste non si orientano al voto in relazione all’appartenenza ai partiti. E’ altrettanto vero, però, che i Partiti – quelli del famigerato Centro – esistono, attivano un parte di elettorato che può fare la differenza. Tu stesso lo dici. Quindi, una politica di alleanze è condizione necessaria per una vittoria, anche se non sufficiente. L’idea dovrebbe essere che il PD, o il centro sinistra, cerchino di mobilitare tutti gli elettori possibili sapendo che il loro sforzo sarà utile solo nell’ambito di una coalizione maggioritaria. Altrimenti l’alternativa è il “partito a vocazione maggioritaria”. Al posto di Veltroni ci metti un altro. Speri nel voto utile. Se ti va bene, perdi col 35% dei voti. Al massimo, con questi risultati, puoi dire che hai ottenuto il massimo dei risultati ottenuti dai riformisti italiani. Solo che rimani all’opposizione. Non facendo molto, hai del tempo per baloccarti con questi argomenti.
    La domanda da porsi, pertanto è: come si fa a conquistare quest’elettorato fluttuante e, nello stesso tempo, fare una alleanza adeguata alle necessità? Certo, la logica dei numeri che denunci non serve. Su quella ci si divide anche nelle ristrettissime cerchie della politica. Figuriamoci se questa logica aggrega gli elettori. Ma facendo primarie di un solo partito o di una sub-coalizione nell’ambito di una coalizione è un non-senso. Può essere sostenuta solo con la tesi della “vocazione maggioritaria”.
    La strada, forse, è promuovere un grande programma che possa mettere d’accordo l’attuale opposizione . Sarebbe un programma di compromesso, visto che con un Casini è difficile accordarsi su molte cose. Ma si può pensare a un buon compromesso. Al primo posto metterei una riforma del Welfare di tipo flexsecurity. Poi una vera riforma della ricerca e dell’università. Una politica fiscale che faccia, finalmente, pagare le tasse a tutti. Qualche politica seria a favore delle imprese, ma non contro i lavoratori. Tutta roba bipartisan, anche qualora la facesse la sola sinistra. Da sole non esaurirebbero – e di molto – tutte le cose che la sinistra vorrebbe fare. Ma sicuramente, se fatte bene, avrebbero un forte connotato di sinistra. E potrebbero mobilitare molti elettori di sinistra, inclusi molti delusi. Rimetterebbero un po’ in carreggiata questo paese. Se be proposte, potrebbero anche entusiasmare.
    Sarebbero cose su cui anche il sedicente centro potrebbe essere d’accordo a partecipare. Certo, bisognerebbe metterlo in condizione di non potersi tirare indietro. Ma questo significa far politica. Il discorso sulle primarie del leader dovrebbe tener conto di questo aspetto della realtà. Il rischio, altrimenti e di rimanere impigliati tra la Scilla del politicismo e la Cariddi del partito a vocazione maggioritaria.

    • Jacopo Rosatelli

      Caro Andrea,

      i tuoi rilievi sono interessanti, ma provo a dirti perchè non li condivido.

      In primo luogo, c’è “vocazione maggioritaria” e “vocazione maggioritaria”: difficile poter definire quella di Veltroni un’autentica vocazione a conquistare i consensi maggioritari nel paese. Veltroni è solo un D’Alema minore, che ha confuso tale “vocazione maggioritaria” con la raccolta di figurine (sua vera “vocazione” weberiana…): pensava di mietere consensi ovunque candidando l’integralista omofoba e il gay, il falco di Federmeccanica e l’ex boss della sinistra CGIL, etc… Se dietro il suo disegno ci fosse stato un centesimo dell’elaborazione presente nell’articolo di Toaldo, forse non saremmo a questo punto…
      A me sembra che Vendola (per essere chiari) abbia sì una “vocazione maggioritaria” in senso autentico: sbaglierò, ma a me sembra che – pur con dei limiti – stia cercando davvero di parlare a tutta la società, ma a partire dal suo punto di vista. Parlare a tutti sì, ma dicendo qualcosa, insomma.

      E poi tu dai per scontata una disponibilità alle alleanze da parte delle forze del “centro-destra costituzionale” che non mi risulta (nè risulta a Toaldo) che ci sia. Solo in presenza di un chiaro ed inequivoco segnale da parte di Fini e Casini verso un’alleanza costituzionale senza nessuna esclusione, allora il tuo discorso funzionerebbe, secondo me. A quel punto, però, il candidato premier lo fa Zagrebelsky, non Casini…

  3. Andrea

    Caro Jacopo, il punto è che con questo sistema elettorale e con questo assetto dell’elettorato (descritto bene da Toaldo e da lui e Diletti) la vocazione maggioritaria non funziona. Peraltro, Vendola ha vinto la rielezione in Puglia per la “desistenza” della Poli Bortone. Non ha vinto con il 50% + 1 dei voti. Quindi, un accordo l’ha fatto. Ma forse sbaglio. Questa cosa bene la sa Berlusconi, che infatti tutto fa meno che mettere in discussione l’accordo con la Lega. La vocazione maggioritaria, semplicemente, non funziona. Al livello locale un accordo è più facile, perché o c’è in ballo un amministratore locale o un presidente di Regione (con tutte le accortezze, vedi il caso Puglia di cui sopra). Sono voti meno impegnativi (Rutelli fu un buon sindaco, ma come politico nazionale mi sembra che non avesse grandi idee e le poche che aveva erano sbagliate). Io sono sempre stato contrario a proiettare sull’Italia le caratteristiche locali: il tutto è maggiore della somma delle singole parti.
    Sul fatto che il centro destra costituzionale non sia disponibile ad alcune limitate ma importanti politiche mi viene da dire quanto segue. La politica prevede la negoziazione su argomenti trattatibili. Per negoziare, bisogna avere una proposta e degli interlocutori. Al momento il centro sinistra tutto non ci si sta dedicando a una simile trattativa. Quindi, semplicemente, non si può dire. Si parla solo di 2-3 cose da fare subito, inclusa una legge elettorale sulla quale non si sa se c’è accordo, anche perché non si sa quale dovrebbe essere (e perché dovrebbe entusiasmare gli italiani). Questa mancanza è grave per chi cerca l’accordo, meno per chi ha vocazioni maggioritarie (buone o cattive che siano). Ma anche i “vocazionisti buoni”, qualche idea egemonica, che conquisti anche gli avversari, la devono tirare fuori. Poi la devono poter veicolare ai potenziali elettori. Non mi sembra che questo sforzo lo stiano facendo. Ne mi è chiaro il modo con cui conquisteranno gli elettori indecisi o riluttanti (di cui parlano Toaldo e Toaldo e Diletti).
    Se non sei un vocazionista, su queste idee – se le avessi – potresti trattare, cercare alleanze. Su che altro, se no? Se i tuoi interlocutori con te non ci vogliono venire, fallisce la trattativa, ma avrai chiarito al loro elettorato chi sono i cialtroni. A quel punto, l’unica strada è la vocazione maggioritaria. Ma potrai spiegare il perché all’elettorato. In base a grandi idee forza non alla presentabilità o all’appeal di un leader.
    La politica dovrebbe essere questo. Mi rifiuto di pensare che il messaggio unificante sia la persona. Non è mancanza di stima per Vendola. E’ che il personalismo, francamente, non lo sopporto. Ed è patentemente inadatto alle necessità del paese. A noi non manca un buon leader, manca un’intera classe dirigente. Dobbiamo barcamenarci con quello che c’è, non affidarci al leaderismo

    • Jacopo Rosatelli

      Caro Andrea,
      non credere che io sia un “leaderista”: nel mio intervento mi riferivo a Vendola e basta per semplificare…
      Condivido in pieno una cosa: il leader non è sufficiente (anche se è necessario), e a noi (anche a noi “vendoliani”) manca una classe dirigente degna di questo nome… Persone valide in giro ce ne sono parecchie – sia nelle istituzioni locali o internazionali, sia nel sindacato e nell’associazionismo, senza dimenticare le università e persino a volte i partiti: serve una strategia per farle emergere e metterle insieme…

  4. Riccardo Pennisi

    Sono d’accordo: credo che l’idea “facciamo le primarie per far trionfare Vendola” sia sbagliata, sia un grosso equivoco. Le primarie servono perchè i candidati si affrontino tra loro ad armi pari confrontandosi su diversi programmi e schemi di alleanze; nel frattempo, dovremo giudicare anche i collaboratori che hanno e che vorranno trasformare in classe dirigente: è così che possiamo sconfiggere il personalismo.

    Naturalmente il vincitore avrà un certo carisma, aumentato anche dall’investitura popolare. Ma l’avrà ottenuta impegnandosi a rispettare precisi impegni e compromettendosi a fare scelte nette. Al contrario di quanto è successo con Veltroni, che avendo vinto delle primarie finte ha fatto poi delle finte scelte, come quelle di appoggiare gli operai della Thyssen e candidare Calearo, o appoggiare l’espansione dei diritti civili e candidare Paola Binetti, come faceva notare anche Jacopo.

    Insomma le primarie vere servono a discutere e costruire il programma vero e un’alleanza credibile che si aggregherà intorno ad esso. Selezionare una classe dirigente più capace è naturalmente un processo complicato, ma le capacità e le personalità ci sono, e secondo me emergono meglio attraverso un confonto chiaro, rispetto a una decisione presa nel chiuso di una segreteria con una calcolatrice (rotta) in mano.

    • Andrea

      Cari Jacopo e Riccardo,
      io penso proprio che le primarie siano una delle poche cose buone uscite fuori negli ultimi anni, esattamente per le ragioni che voi dite. Il problema è che così come sono prospettate al momento, funzionano per un mondo non solo bipolare, ma bipartitico.
      Non le butterei certo via per questo, tutt’altro. Sono un modo eccezionale per mobilitare militanti ed elettori. E’ l’unico modo per raggiungere moltissima gente quando non hai a tua disposizione tutto l’etere. Disgraziatamente funzionano solo se c’è accordo sull’assunto che chi partecipa sostiene il vincitore. Quindi, devono essere di coalizione, il che presuppone un accordo a monte, quello di coalizione. Lo stipulano i leader dei partiti. Quindi i partiti non possono sparire dando a tutti la possibilità di presentarsi: chi si presenta dovrebbe essere d’accordo con l’accordo tra i partiti. La cosa diventa complicata. In più, è ovvio, che in un sistema di questo tipo un eventuale accordo col terzo polo dovrebbe garantire quest’ultimo dal rischio di scomparire (che è tipico dei confronti del in cui chi vince prende tutto).
      Insomma, se si è a “vocazione maggioritaria” la soluzione a questi problemi è chiara: tiri dritto e fai come Veltroni. Se invece pensi, come suggerisco, che qualche alleanza bisogna pur farla, o comunque tentarla, questi problemi devi risolverli.
      Le primarie di coalizione sono andate bene con Prodi, visto che tutti erano d’accordo, nella sostanza, a sostenerlo in caso di vittoria. I vari leader che si presentarono lo fecero solo per misurare le forze.
      COMUNQUE io proporrei di fare anche le primarie per decidere le liste. Non so, forse ci sono difficoltà tecniche enormi, ma perché non discuterne?

      • Valerio

        Sono daccordo con Andrea su come organizzare le primarie e sul farle anche per aggirare la porcellum sui candidati. Però vorrei chiarire una volta per tutte una cosa, i poli in Italia sono 3, e resteranno 3 anche alle elezioni (almeno se si voterà nel corso dei prossimi 18-20 mesi, come credo).
        Un polo Berlusconiano, un polo alternativo di centro-destra (centro-DESTRA) e un possibile polo di centro-sinistra, in cui il PD rappresenta, già, l’anima più centrista e moderata.
        Questi tre poli non possono unirsi, hanno programmi confliggenti e storie non sommabili.
        Non è necessariamente un male, il modello a tre poli è diffuso in tante regioni (e il più delle volte favorisce quello di centro-sinistra), finalmente abbiamo un avversario onesto, il centro-destra di Fini e Casini, che non è eversivo e nemico della democrazia tout court. Ma non è possibile allearsi con loro, non è possibile perchè: 1) non vogliono, 2) una parte del centro-sinistra non vuole, 3) non sarebbe possibile fare un programma, 4) non mi fiderei della tenuta di questa maggioranza.
        Invece bisognerebbe porvare a costruire un centro-sinistra nazionale, un centro sinistra PD-IdV-SEL-Federazione, con al massimo un altro partitino (Radicali?). Con queste forse sono possibili convergenze programmatiche e un governo che abbia una tenuta (perché un Prodi 2 la vendetta ucciderebbe definitivamente il centro sinistra).
        Non bisogna avere paura, in particolare di: 1)perdere Fioroni e co., molti degli ultra centristi del PD rappresentano se stessi, altri sono oggettivamente un problema per un governo stabile, se vogliono rimanere ok, altrimenti tanti saluti, 2) avere un programma radicale, Berlusconi e co. vincono perché hanno un programma radicale, da 20 anni il cs presenta programmi banalissimi, senza ideali, senza riforme radicali (eccetto quei sacrifici che dovremmo subire turandoci il naso), senza contatti con la base. Per questo anche quando vinciamo non vinciamo, oppure ci mettiamo a bombardare la Serbia, che sia detto per inciso non è stata proprio una cosa coerente con quello che dovremmo rappresentare. Se non siamo coerenti perché dovremmo votarci?
        Molto, molto, molto meglio un elezione in cui si presenta un centro-sinistra coerente, che propone al paese parole d’ordine forti su pace, lavoro, ecologia, sanità, flexsecurity (anche se la parola non mi piace), istruzione e poi le mette in pratica.

  5. Andrea

    Caro Valerio, capisco che ti piacerebbe rifare il governo Prodi… Non ho capito che cosa ci consentirebbe oggi di fare oggi quello che non abbiamo fatto ieri. Forse l’assenza di Mastella e Dini? E’ un’ipotesi. Dovrebbe funzionare, da quanto capisco, perché la coalizione sarebbe al tempo stesso più radicale e più coerente. Questo ci aiuterebbe a raccogliere i molti voti che mancano. Anche se il come conquistare i voti mancanti, che è il problema che pone Toaldo, non è poi così chiaro (radicalità e coerenza da sole?)
    Comunque, è una tesi che a sinistra piace molto. Come argomento mi sembra insufficiente, ma è una mia opinione.
    Sulla coerenza ho qualche domanda. Essere coerenti con l’idea – distintiva dell’essere di sinistra – di cambiare il mondo al fine di renderlo più giusto e uguale cosa significa? Implica forse che non ci si possa alleare con nessuno anche per portare miglioramenti, che so, alla legge elettorale? Oppure, implica il non far nulla per evitare che Berlusconi diventi anche presidente della Repubblica usando il Porcellum? O, ancora, implica il non tentare nulla contro la disoccupazione? Da quanto dici mi sembra che la coerenza implichi che lasciare che tutto vada a scatafascio sia un’opzione migliore che piccoli, ma possibili, cambiamenti migliorativi. Secondo me è un controsenso, visto che essere di sinistra significa cambiare le cose. Ti chiedo, quindi: Coerenza con che? Non trovo nel tuo ragionamento argomenti a proposito.

    • Valerio

      Caro Andrea,
      Sono convinto che le leggi elettorali non debba mai farle il governo, le leggi le fa il parlamento, senza guardare agli interessi della maggioranza. Poi sono un proporzionalista puro e duro, al massimo disposto ad uno sbarramento al 2-3%, anche per ragioni storiche: il maggioritario è il sitema liberale sette-ottocentesco, il propozionale è quello democrtatico otto-novecentesco, che permette a tutti di partecipare e che evita l’astensionismo, discutiamone.
      Questo ragionamento vale per moltissime altre cose, una delle quali è rendere, nuovamente, questa una repubblica parlamentare, come prevede la nostra costituzione. Quindi sarò anche un Vendoliano ma sono proprio anti leaderista.
      Tutte le leggi necessitano di discussioni parlamentari, modifiche, emendamenti, solo le dittature governano per decreti, il fatto che sempre più le democrazie “mature” abbandonino il legislativo all’esecutivo non lascia ben sperare per la democrazia. E quindi sono dispostissimo ad ogni forma di gradualismo per arrivare, un passettino alla volta, a migliorare le condizioni materiali dei cittadini, secondo i principi della sinistra che tu ricordavi.
      Però (come diceva Re Vu) il senso della politica è il fallimento, non si può vincere sempre, puntare ad un nobile compromesso è già un successo, solo che non si può arrivare ad alcun compromesso se non si sa dove vogliamo andare; e mi sembra proprio che la sinistra italiana habbia dei grossi problemi a capire dove vuole andare e per questo non venga votata.
      Porponiamo qualcosa di diverso, propagandiamolo, lavoriamo, elaboriamo, studiamo, diffondiamo, interroghiamo il paese e noi stessi. Perché a me interessa anche spostare voti (e sopratutto far pensare in maniera diversa), non è un dato ineluttabile che la Lega stia al 10%, malgrado si limiti a sbraitare, i suoi elettori sono operai, casalinghe, impiegati, professionisti, insegnanti, studenti, cittadini che si possono raggiungere con delle idee diverse, non solo dicendogli che la Lega e Berlusconi sono delle merde.

      Se poi non vinciamo la politica è anche questo, il che non vuol dire che l’opposizione debba rimanere paralizzata e poco incisiva, oppure che dall’opposizione non si possa agire per attuare parti di programma. Ovvero non esistono sistemi che ci assicurano di battere il Berlusconismo al 100%, mentre ne esistono molti per far si che i parlamentari dell’opposizione contino qualche cosa nel legislativo, blocchino il tentativo di scalata a palazzo Chigi di Berlusconi oppure agiscano per contrastare la disoccupazione.
      Solo che non mi sembra che le idee del PD (inteso come nomenclatura) su lavoro (o beni comuni) siano poi così radicalmente differenti da quelle di un onesto partito liberale, e che siano così vicine agli interessi dei ceti popolari; questa è la vostra battaglia, io non sono in quel partito, ma auguro ogni possibile successo a chi c’è e non smette di interrogarsi su come aiutare i ceti popolari nella crisi. Solo che questo ci porta molto lontano dai discorsi sulle alleanze e molto vicino a Mirafiori.
      Ripeto, le sconfitte esistono, bisogna prenderne atto, ma gestire l’esistente vuol dire non vincere mai (e nemmeno perdere); questo renderebbe la politica inutile, ed ucciderebbe la democrazia più che perdere qualche volta. Lottare perchè le cose non “vadano a scatafascio” vuol dire anche essere consapevoli che le cose possono andare a scatafascio ma che, comunque, si cerca di impedirlo.
      Certe volte però per impedirlo bisogna sapere dire di no e basta, perché esistono delle cose (vedi la guerra) in cui non si può migliorare un po’ le cose, o la fai (ed allora ucciderai dei bambini, indipendentemente da quanta attenzione poni nell’evitarlo) oppure non la fai. Il compromesso è sacrosanto ma non è possibile nel 100% dei casi, e non è possibile su tante questioni, etiche, di politica estera, di diritto del lavoro, ecc. su cui appunto il terzo polo e noi siamo lontani anni luce, mentre alcuni nobilissimi compromessi sono sempre possibili nell’ambito del centro sinistra.

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