Buongiorno Egitto

Sarà una serata particolare e probabilmente molto bella per gli egiziani. Un popolo che certo non ha avuto molti motivi di gioia collettiva nella sua storia recente. Ce lo dimentichiamo spesso quando ci lamentiamo dell’Italia, ma c’è chi sta decisamente peggio e i 30 anni di legislazione di emergenza egiziana, con le torture e la repressione che li hanno accompagnati, stanno lì a ricordarcelo. Non sappiamo cosa succederà nelle prossime settimane: fare previsioni sarebbe inutile e difficile. Possiamo invece fermarci un secondo a riflettere su ciò che è stato questo inizio di 2011 in Nord Africa. Avvenimenti che ci riguardano da vicino, anche perché parlano di come sta cambiando la politica a tutte le latitudini.

1. La rivolta del Cairo ha avuto, anche, un carattere generazionale. Come scrive Paola Caridi, giornalista e studiosa di Medioriente tra le migliori che abbiamo in questo Paese,  “Hanno vinto i ragazzi che erano nati, cresciuti, vissuti sotto l’era Mubarak e che gli hanno imposto di lasciare: la sedia, il potere, il Cairo. Hanno vinto i ragazzi egiziani perché hanno portato per mano fratelli maggiori, padri, madri, nonni, sino a piazza Tahrir. Con tenacia, intelligenza, pazienza, nonviolenza. Alla faccia di chi li ha descritti come naive.” Sono i figli del trentennio di Mubarak che l’hanno costretto ad andarsene, così come sono stati i figli del trentennio conservatore americano a spingere Obama verso la Casa Bianca o i figli della rivoluzione islamica iraniana a condurre la per ora (ma forse solo per ora) perdente battaglia contro il regime di Teheran. E non sfigura il parallelo con il movimento studentesco italiano di questo autunno, che era composto prevalentemente da persone nate e cresciute dopo la creazione di Canale 5, così come lo furono il movimento contro la guerra in Iraq e quello contro il G8 a Genova.

Sono soggetti che hanno rivendicazioni diverse ma hanno alcune caratteristiche comuni: l’utilizzo di internet e dei social network (facebook, twitter e altri) come infrastruttura organizzativa, come strumento di reclutamento dei “militanti” e come fonte di informazione alternativa che scompagina il dominio del potere sulla TV; una struttura orizzontale, a volte ostentata come al Cairo dove non c’erano leader ma solo “coordinatori” (munassiqin in arabo) dei vari gruppi;  le televisioni “schierate” che fanno da cassa di risonanza di un messaggio nato altrove – in questa parte del mondo al-Jazeera, in America Msnbc a sinistra e Fox a destra; la presenza, oltre ai soggetti nati in rete, di organizzatori sociali, persone che si “sporcano le mani” con la costruzione di reti di assistenza e mobilitazione – in America sono i community organizers, nel mondo arabo-islamico sono le reti di assistenza degli islamisti ma non solo. Tutti elementi che andranno approfonditi per valutarne appieno l’impatto ma che, se confermati, dimostrerebbero che la politica sta cambiando e che forse bisognerebbe avere meno paura di questo cambiamento e meno nostalgia del tempo che fu.

2. Un italiano di origini libiche oggi ci ha fatto notare come certe osservazioni sugli “estremisti mussulmani” siano l’ultima frontiera del razzismo occidentale: “dite che se crolla Mubarak vincono i fondamentalisti. E’ una falsa alternativa che vi serve solo a dire che noi, dall’altro lato del Mediterraneo, possiamo solo scegliere tra la padella e la brace, tra le dittature e i terroristi”. Ecco un’altra riflessione che ci riguarda da vicino. Dobbiamo cambiare gli occhi con cui guardiamo al resto del mondo, liberarci da un certo pessimismo che nasconde provincialità e senso di superiorità: l’idea che dalla Cina possa venire solo più sfruttamento per i nostri operai e che dal sud del mondo oppresso possano arrivare solo terroristi. E invece, oggi, dall’Egitto ci arriva una grande lezione: quella di un grande movimento non-violento che sfida un dittatore e lo costringe alle dimissioni. Certo, uno dei maggiori partiti egiziani è la Fratellanza Mussulmana che però è stata presa in contropiede dalla rivolta, nata da organizzazioni laiche giovanili come “6 aprile” o Kifaya (che vuol dire “basta”). E anche all’interno del movimento islamista ci sono correnti diverse: da quelle più tradizionaliste a quelle che invece conciliano democrazia, partecipazione, diritti umani e morale conservatrice. Per chi legge l’inglese consigliamo questo articolo, uscito sulla maggiore rivista americana di politica estera.

A partire dalla Turchia, come ci spiega Lorenzo Declich, si sta diffondendo un “Islam di mercato”, una destra che coniuga democrazia, liberismo e “pressioni contro la pluralizzazione degli stili di vita”. Non si sta dicendo qui che gli islamisti sono diventati buoni: è che sono più simili, come ispirazione di fondo, alla destra americana o a quella italiana. Qualcuno si sognerebbe di dire che noi o gli americani non dobbiamo avere il diritto di voto solo perché abbiamo questa destra?

3. Per le considerazioni di politica estera, per capire l’impatto che la rivoluzione egiziana avrà sulla regione e sull’atteggiamento americano, rimandiamo a questo articolo che abbiamo scritto per Limes. Vale la pena riscrivere qui, però, alcune considerazioni che riguardano la politica italiana. C’è un buco di conoscenze che bisogna colmare. Ce lo hanno gli americani che durante il loro trentennio conservatore hanno deciso di non parlare con alcuni tra i maggiori soggetti politici della regione: hizbullah, i fratelli mussulmani, Hamas, l’Olp. Ora che avrebbero bisogno di capirli e di parlargli o  non possono farlo per motivi interni oppure non saprebbero dove cominciare. L’Europa ha, in gran parte, lo stesso buco. L’Italia ha una tradizione di rapporti politici, culturali, umani con la sponda sud del Mediterraneo. Ristabilirli e rafforzarli è un compito non solo della nostra diplomazia ma anche della politica in senso largo: perché i partiti o i sindacati italiani non cominciano a invitare i loro omologhi egiziani o tunisini? Ma è un ruolo che potrebbero giocare anche le università o i centri di ricerca. Non è un compito secondario: il mondo di oggi è sempre più complesso e chi fornisce informazioni per decifrarlo ha già vinto metà della sfida.

Ultimo ma non meno importante. A piazza della liberazione, come ci racconta Lorenzo Trombetta, le donne hanno giocato un ruolo cruciale. “La donna, nella società civile e politica egiziana, ha tradizionalmente un ruolo di primo piano. In questo caso, le donne partecipano a ogni livello della mobilitazione. Nel cuore del movimento giovanile ci sono numerose donne, per lo più trentenni, laiche, non intrappolate nelle ideologie delle loro madri. Inoltre, tra i Fratelli musulmani la sezione femminile è molto attiva e lo si è visto anche a piazza Tahrir. Ci sono poi moltissime donne mobilitate tra i liberi professionisti ma anche nelle classi medio-basse.” Domenica a Roma, un’altra piazza dove le donne saranno al centro ma non rimarranno sole.

(Mattia Toaldo)

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4 risposte a “Buongiorno Egitto

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