8 marzo: giornata simbolica e, in genere, fredda

Per anni ho lavorato a iniziative pubbliche nella giornata dell’8 marzo, immancabilmente funestate da temperature polari o pioggia. L’8 marzo, ricorrenza ambigua, che oscilla tra l’epos del sacrificio della vita delle operaie di New York e la festa goliardica tra amiche, arriva sempre come un momento scomodo di fronte al quale le signore come me, impegnate, ma non più “politicamente toniche”, entrano in un vortice di imbarazzo su se e come investire la loro devozione alla causa femminile.

E anche quest’anno ci risiamo. E’ l’8 marzo, fa freddo e io rifletto.

Mai come in questi ultimi due anni la discussione pubblica si è concentrata sull’argomento donne. Dibattiti, mobilitazioni, conflitti culturali di qualità…

I temi trattati sono numerosi. Io ne ho scelti due che mi hanno particolarmente sollecitato.

Il primo tema è quello della libertà. La libertà delle donne di compiere scelte, scelte libere, in ogni campo, anche in materia di uso e vendita del proprio corpo.

Il secondo tema è una domanda: la “questione” è maschile o femminile? Di questo molto si è parlato prima e dopo la mobilitazione del 13 febbraio. Le donne sono forti o deboli? Sono le donne che rappresentano un tema su cui riflettere (e quindi esiste una questione femminile) o sono gli uomini il tema su cui riflettere (e quindi esiste una questione maschile)? Esiste ancora la questione femminile declinata come una sorta di “coscienza da vittime” e di disagio del genere femminile, che diviene ragione di mobilitazione collettiva?

Libertà. La libertà per le donne di compiere delle scelte – obiettivo verso il quale si sono mosse tutte le migliori energie del movimento femminista dello scorso secolo – si declina (almeno) su due piani. Il piano della scelta (individuale?) e il menù all’interno del quale tale scelta matura.

Ora, naturalmente, la riflessione non va compiuta sull’atto individuale di scegliere, atto sul quale sarebbe sciocco pensare che qualcuno – oltre la legge e il buon senso – intenda stabilire delle limitazioni di tipo morale.

Viceversa, potrebbe meritare una riflessione, il menù delle offerte all’interno del quale la scelta individuale si compie. Ho motivo di credere che negli ultimi 30 anni – non a caso anni di torpore del “versante pop” del discorso delle e sulle donne – l’offerta si sia un po’ immiserita.

Come vedono il loro futuro ragazze e ragazzi italiani? Quale racconto sociale ascoltano e fanno proprio? Quali pezzi prendono sul mercato dei valori comuni?

Un numero sempre più vasto, socialmente e culturalmente eterogeneo di mamme, papà, figli e figlie dell’Italia degli ultimi decenni, ascolta e ama il racconto di un futuro luccicante fatto di passi rapidi e in discesa verso un successo, magari effimero, ma pieno di vestiti, viaggi, ospitate in TV e discoteca, conti in banca, autisti, piccole rendite e magari un posticino da valletta, letterina, schedina, paperetta, coniglietta, gattina….consigliera comunale, parlamentare, ministro……e via, a perdifiato verso il cuore del potere.

Questo racconto è legittimo e non lesivo della libertà personale. Ma è molto diverso e lontano da quel racconto che, parlando di libertà, parla di sforzo, di competizione leale, di meriti, di etica pubblica, di responsabilità, di trasparenza dei criteri di selezione della classe dirigente, di qualità, di pari opportunità.

Io credo che la vera e interessante discussione non sia quindi sulla libertà delle donne di prostituirsi al potente di turno.

Credo, invece, che esista una incompatibilità tra un racconto sociale e l’altro. Racconti all’interno dei quali ciascuna donna (e ciascun uomo) possono operare, liberamente, le proprie scelte.

Non solo. Sono convinta che uno dei due racconti sia giusto, mentre l’altro sia sbagliato e vada combattuto.

E credo che per combattere un racconto sbagliato e così radicato nelle coscienze, serva un discorso comprensibile, amabile, digeribile e che si può facilmente mandare a memoria.

Il discorso comico, per esempio, come osservava recentemente e giustamente Ida Dominjanni, mette sul terreno una potenza sovversiva che va apprezzata e sostenuta. Così come la musica leggera, le fiction televisive e tutto quello che contribuisce, con semplicità, a rimettere insieme l’immaginario sociale di come un ragazzo e una ragazza possono diventare grandi, affermarsi professionalmente, competere lealmente, stabilire relazioni di amore, vivere liberamente la propria sessualità.

Questione femminile o maschile? Esiste, in Italia, un vuoto di politiche pubbliche mirate al sostegno delle donne e della loro libertà di crescere, studiare, lavorare, amare, fare figli. Ma, è anche vero che questo silenzio politico si inserisce nel quadro di una drammatica precarietà sociale delle giovani generazioni che non risparmia né donne, né uomini.

Ma ci sono delle differenze.

Donna è parola che evoca, trascina, lega, fa litigare, porta in strada centinaia di migliaia di persone, come ha dimostrato la mobilitazione dello scorso 13 febbraio. Perché donna è parola intorno a cui esiste una coscienza e una condivisione profonda di identità collettiva: fatta senz’altro dai dolori del parto o dal ritmo un po’ nevrotizzante del ciclo mestruale, ma fatta anche da una storia letta insieme, da immagini, film, figure romantiche e trascinanti, disagi sociali profondi, corse contro il tempo e le sfide della routine. Sì, anche la routine che è concetto evocativo di ripetitività e noia, è per le donne una sfida quotidiana. Una scommessa.

Tutto questo crea una rete di fili invisibili che ci uniscono. Crea “le donne”.

E tutto questo non si applica ai maschi della nostra specie. I maschi vivono sfiorandosi e ignorandosi. Talvolta azzanandosi e talvolta reggendosi il gioco. Sono meravigliosi e disdicevoli (come lo sono anche le donne), ma sempre “uno per uno”, mai come soggetto.

Non esiste, tra i maschi, una capacità di chiamarsi a raccolta, di dire che certa sessualità non li rappresenta, che loro “non sono come li dipingono”. Non a caso, il meritorio movimento “Maschile plurale” di Stefano Ciccone, viene sbandierato a destra e a manca per la penisola come perla rara di maschilità consapevole e organizzata.

Questo è, secondo me, uno dei grandi buchi neri del futuro politico di questo paese.  Uno dei veri oggetti del dibattito pubblico. Con quale grammatica si mette insieme il linguaggio maschile del futuro? Su questa questione credo si debba costruire anche il futuro di una sinistra di governo che intenda essere davvero tale. Su questo sarebbe giusto riflettere e lavorare a partire da questo freddo e bellissimo 8 marzo 2011.

(Francesca Romana Marta)

1 Commento

Archiviato in Donne

Una risposta a “8 marzo: giornata simbolica e, in genere, fredda

  1. Concordo.

    Al di là comunque di quanto si possa dire circa l’origine storica di questa festa, ti invitiamo se vuoi a ricambiare la visita nel nostro blog dove per l’occasione si parla di un chimico, un malato di cuore, un ottico, un gigolò, dio, un serpente e un ermafrodita.Non è una barzelletta. è il nuovo post di Vongole & Merluzzi. Sull’ 8 marzo. Buona lettura.

    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2011/03/08/laltra-faccia-della-mela/

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