Libia, che fare

Oggi il parlamento italiano “discuterà” dell’intervento internazionale in Libia. Le virgolette sono d’obbligo, visto che di dibattito vero tra opzioni diverse ce ne sarà poco, così com’è d’obbligo non solo provare a capire cosa sta succedendo ma anche chiedersi cosa potrebbero fare la nostra politica e i nostri partiti. Sono emerse finora diverse posizioni: quella dei favorevoli all’intervento tout court, soprattutto alla luce dell’approvazione dell’Onu e dell’urgenza umanitaria; quella di chi ha dato un sì condizionato come il documentarista Andrea Segre qui sotto; quella di chi dice “né con Gheddafi né con i bombardamenti” come il leader di SEL Nichi Vendola; quella della Lega che si preoccupa prevalentemente della lotta agli immigrati e agli sfollati. Vediamo di capirci di più, anche in vista della manifestazione di sabato, originariamente prevista sui temi dell’acqua pubblica e del nucleare ma che ora si sta allargando al fronte pacifista.

1. Prima di tutto, è difficile capire cosa voleva essere in origine questa missione e cosa è diventata. Il giurista Natalino Ronzitti ha illustrato tutte le ambiguità della risoluzione 1973 dell’Onu che ha autorizzato l’intervento: permette la no-fly zone ma anche “tutte le misure necessarie” a proteggere i civili, vieta l’occupazione militare sotto qualsiasi forma ma non si capisce se il divieto includa anche la scorta ai convogli umanitari. Si tratterebbe quindi della prima “guerra umanitaria” a copertura Onu ed infatti, all’interno dell’amministrazione americana così come dell’elite europea, è stata sostenuta da chi si formò con i drammi della Bosnia e del Ruanda. Proprio per questo, si rischia di compiere gli stessi errori: sostituire la politica con l’aviazione militare, imbarcarsi in un’avventura bellica indefinita, finire per bombardare massicciamente perché non si hanno alternative. La strategia militare adottata fin qui dagli americani è sulla falsariga di quella usata per il Kosovo con bombardamenti di obiettivi militari e strategici (quindi anche la TV o gli aeroporti civili) con la speranza che questo induca Gheddafi ad andarsene. Quella dei francesi è più chiaramente di appoggio agli insorti di Bengasi quasi che Sarkozy volesse crearsi una sua zona di influenza nell’est della Libia. L’idea di fondo, qui come in Kosovo, è che si possa vincere la guerra con bombardamenti aerei “chirurgici” provocando pochissime vittime occidentali e un certo numero di “danni collaterali” tra i civili. La storia non raccontata è che in Bosnia, come in Kosovo e in Afghanistan dopo, oltre ai bombardieri occidentali c’erano delle truppe di terra locali, energicamente aiutate e armate dagli occidentali. Insomma, gli interventi non sono mai “neutrali”: per riuscire devono scegliere da che parte stare e se instaurare una qualche forma di protettorato occidentale oppure se appoggiare forze interne e aiutarle a vincere.

2. E qui sta una delle maggiori differenze, anche per la sinistra, tra quello che succede oggi in Libia e quello che è successo in passato nei Balcani o in Afghanistan. Lì c’erano conflitti etnici, scontri tra opposti nazionalismi o tra diversi signori della guerra: la parte giusta con cui stare era la popolazione civile disarmata. Qui c’è un’opposizione magari disorganizzata e molto variegata (strano, da noi è così diverso!) ma che in parte è nata e si è mobilitata sui diritti umani e la libertà. La rivolta libica, per alcuni aspetti, non è diversa da quelle egiziane e tunisine che abbiamo descritto qui: è scoppiata a metà febbraio dopo l’ennesimo arresto di un avvocato di Bengasi che aveva denunciato i massacri nelle carceri operati dal regime e si è estesa il 17 febbraio grazie ad una giornata di mobilitazione indetta da alcuni blogger che risiedevano all’estero. Non abbiamo visto lo stesso film che in Tunisia ed in Egitto perché qui c’è stata una reazione violenta da parte del regime. Nel Consiglio che governa da Bengasi ci sono ovviamente anche vecchi arnesi del regime, i “badogliani” libici, mentre vanno prese con le pinze le accuse che riguardano la presenza di fondamentalisti, come ci spiega l’arabista Lorenzo Declich sul suo blog. Insomma, lasciamo il rimpianto di Gheddafi a Berlusconi: come spiegammo qui, l’alleanza tra i due era un elemento fondamentale della penetrazione del nostro premier nei salotti buoni della finanza italiana, nonché uno strumento fondamentale di alleanza con i grandi gruppi italiani come Finmeccanica ed Eni. Per Berlusconi la caduta di Gheddafi sarebbe una perdita grave in termini di potere reale.

3. Cosa si può fare allora? Andrea Segre si è chiesto cosa avrebbe votato in Consiglio di Sicurezza e ha risposto che, a determinate condizioni, avrebbe votato in favore della no-fly zone. Una scelta giusta perché senza questo intervento le truppe di Gheddafi avrebbero probabilmente preso Bengasi, massacrandone gli abitanti. L’obiettivo di ridurre drasticamente le difese anti-aeree e di realizzare le condizioni per una no-fly zone, secondo i centri di ricerca americani, è stato già raggiunto. E non è detto che sia decisivo: come ha notato Claudia Gazzini, ricercatrice esperta di Libia, gli attacchi di Gheddafi sono avvenuti attraverso carri armati e truppe di terra. Come già in Kosovo, tra poco inizierà il dibattito sulla necessità di un intervento di terra. Prima di finire in quel vicolo cieco si possono fare diverse cose e, una volta tanto, l’Italia ha in mano molte carte.

4. Se l’obiettivo era instaurare una no-fly zone e proteggere i civili di Bengasi, questo obiettivo è stato già raggiunto con i primi bombardamenti. E’ quindi legittimo chiedere che questi cessino ora e l’Italia ha in mano le sue molte e cruciali basi come carta da giocare per far vincere la sua richiesta. A questo punto ci sono due vie d’uscita: la prima è quella di proporre un salvacondotto a Gheddafi che lo porti fuori dal Paese in cambio dell’immunità. E’ quello che è già successo a Ben Ali e Mubarak i quali, a meno di colpi di scena, non subiranno un processo internazionale ma semmai uno da parte dei nuovi regimi, si spera democratici. L’immunità sarebbe una cosa difficile da digerire visti i crimini di Gheddafi ma risparmierebbe molte vite. Cosa succede se non accetta? A quel punto di nuovo l’Italia ha in mano carte decisive. I 6 o 7 miliardi di beni e patrimonio azionario in aziende italiane in mano al dittatore, al suo clan o ai fondi sovrani libici. Congelarli non è abbastanza: da l’idea che un giorno saranno scongelati. Applichiamo la stessa idea che usiamo contro i boss mafiosi: confischiamoli e usiamoli a scopi sociali, magari nell’accoglienza dei profughi e dell’immigrati oggi intrappolati in Libia e spesso scambiati per mercenari africani o nel sostegno umanitario alle zone della Libia via via liberate. E poi, non bisogna fermarsi all’emergenza, ma cogliere l’opportunità di questa crisi per cambiare le politiche che ci hanno portato fin qui.

5. Facciamo un elenco sintetico. In primo luogo, rescindere il trattato con la Libia che ha sostenuto la dittatura di Gheddafi e che ha causato immani sofferenze agli immigrati in transito nel paese. La mozione del centrodestra che sarà discussa in parlamento chiede che siano ripristinati presto gli accordi bilaterali con la Libia, un buon motivo per non votarla. In secondo luogo, fare dell’Unione Europea un alleato dei processi di democratizzazione in Egitto e Tunisia, con la speranza di includervi presto anche la Libia. Si tratta, tecnicamente, di riavviare su queste basi il Processo di Barcellona e di rivedere in questa luce gli aiuti forniti con la Politica europea di vicinato ma anche di lanciare, da parte dei partiti e dei centri di ricerca europei, una grande “campagna di conoscenza” di questi nuovi movimenti democratici (ne parlammo già qui). Terzo, cambiare le nostre politiche dell’accoglienza che finora hanno rafforzato il potere di dittatori come Gheddafi: a loro abbiamo esternalizzato il maltrattamento di immigrati e rifugiati politici, persone che poi essi stessi hanno usato come ricatto contro di noi (“se mi colpite sarete invasi da quelli finora trattenevo”). Quarto, il petrolio e il gas sono stati la cassaforte con cui i dittatori hanno sostenuto i propri regimi. Puntare sulle rinnovabili (per esempio i progetti per l’energia solare nel deserto del Sahara) può diventare una grande sfida di politica estera per il medio-lungo periodo – nel breve ovviamente avremo ancora bisogno del petrolio libico. Quinto, cambiare la politica agricola europea che oggi penalizza i contadini dei paesi più poveri, spingendoli all’emigrazione. Sesto, come dimostrano il tragico attentato di oggi a Gerusalemme e gli 8 morti di Gaza di ieri, l’Europa deve tornare protagonista del processo di pace.

Abbiamo iniziato con il dibattito nel parlamento italiano e con quello concludiamo. Per tutto quello che abbiamo detto fin qui, se fossimo in parlamento voteremmo contro la mozione della maggioranza. Ma non ci si può fermare qui. Il dibattito attuale, anche a sinistra, riflette quello dei tempi del Kosovo o, nella migliore delle ipotesi, quello sull’Iraq di quasi dieci anni fa. Perché è la stessa classe politica di allora che usa le medicine che si ritrova nell’armadietto invece che ascoltare medici nuovi che hanno in mente cure nuove. E’ possibile proporre una politica estera allo stesso tempo radicale e pragmatica?

(Mattia Toaldo)

12 commenti

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12 risposte a “Libia, che fare

  1. Barkokeba

    Bravo, finalmente ci ho capito qualche cosa. Speriamo che Lorenzo Declich abbia ragione (penso di si). Il punto quarto e quinto del paragrafo 5 sono un po’ a babbo morto… Cioè, una politica di lungo termine per risolvere problemi del breve. Ma siccome sono utili anche in generale, va bene così

  2. Gloria Malaspina

    Condiviso su Fb con l’incipit “Medici nuovi per nuovi protocolli clinico-terapeutici”. Sulla scorta e con le integrazione dei vari documenti citati, è utile a chi legge per orientarsi su una propria posizione (in questi casi, le posizioni personali istintive “sentono” la necessità di risolvere anche tanti interrogativi collaterali), ma anche a svelare che il re è nudo e non solo quello a vocazione coloniale per le risorse, ma anche quello che usa strumenti vecchi per valutare un sistema geopolitico che non regge più e trascina con sé anche i criteri di valutazione e il modo di usare i “paradigmi” della politica…Parlo di quella vera, ovviamente.

  3. mattiad

    C’è un’impressionante debolezza dell’occidente, in realtà. Leadership fragili, indecise, predatrici ma arruffone… Gheddafi è un ottimo specchio delle loro debolezze. L’ennesima crisi richiede che le forze politiche si impegnino, prima o poi, a far nascere l’Europa Politica (per questo penso che sventolare il tricolore oggi sia proprio una battaglia di retroguardia: un simbolo senza contenuti, solo resistenza. Siccome ci sono stati tanti italiani per bene, allora li uso contro Berlusconi… Uno schema molto povero. Il futuro non è certo negli Stati-nazione).

    Se esistesse un’ Europa, avremmo un piano nel quale il Nord Africa è parte di noi, di un’Unione Euromediterranea, avremmo avuto interlocutori reali e seri in quelle aree anche nell’opposizione e nelle società civili, nel momento nel quale servivano di più (mentre adesso, al primo che è passato Sarkozy gli ha messo in mano un kalashnikov e una bandierina francese da sventolare). Avremmo avuto un piano, magari imperfetto, ma nel quale avremmo avuto da guadagnare noi e quei popoli, un progetto realista di costruzione di un’Unione politica ed economica ecc. ecc. Invece c’è una geopolitica d’accatto, Francia contro Germania, Italia contro Francia ecc. ecc. Un brutto crepuscolo.

    • francesco sinopoli

      Condivido parola per parola. Sono giorni che penso al fallimento definitivo dell’europa politica certificato da questa crisi. ciao cari

      • mattiatoaldo

        Condivido la critica dell’Europa ma dobbiamo andare oltre. Non basta la constatazione del fallimento e la richiesta di “più Europa”. Dobbiamo provare a dire cosa vogliamo che faccia quest’Europa. In definitiva, non è una questione di quale paese conta di più ma di quale politica bisogna fare. O ancora pensiamo che basti dire che l’Europa “deve avere una politica sull’immigrazione” come se una valesse l’altra?

      • Chris Demerse

        Non sono convinto che è qualcosa di negativo il fallimento questa volta dell’europa politica. Visto gli esitazioni tedeschi, l’alternativa europea probabilmente sarebbe stata nessun intervento, sobratutto quando gli americani chairamente non erano tanti entusiasti per farlo, quindi l’alternativa immediate avrebbe potuto essere la fine della ribellione anti-Ghedaffi con molti morti civili. Sono comunque totalmente d’accordo che probabilmente sarà una cosa lunga con un risultato molto ambiguo, però questo non vuole dire che un azione più o meno ben coordinato con obiettivi più o meno ben definiti non era la scelta meno sbagliato in queste circostanze.

        In ogni modo, grazie mille per quest’articolo molto ben ragionato.

      • mattiad

        Più Europa significa un processo politico per creare un soggetto politico-istituzionale. Queste divisioni mostrano che in sua assenza lo spettacolo è comunque di serie z, di fronte a situazioni di crisi del genere (i governi, le loro opposizioni). Servirebbero “le forze politiche” che comincino a proporre opzioni di policy comuni e transnazionali, ma i partiti e i leader europei non sembrano in grado (ne hanno voglia di coordinarli: basterebbe una riunione di Bersani, Miliband, Zapatero ecc. ecc. che dicono una cosa comune, neanche troppo intelligente, di fronte a 100 telecamere. Niente).
        Le strade sono due: o le forze politiche “si fanno” europee o le regole istituzionali le costringono a farlo. Sembra che nessuno dei due processi sia in moto. “Più Europa” si chiede perché qualcuno inneschi un processo politico che è la base della sopravvivenza, di tutto: forza economica, welfare, politiche dei diritti, efficacia nella politica estera. Gli stati da soli vanno allo sfascio. Ovviamente servono anche i contenuti, ma più Europa è un contenuto politico in sé, come gli altri.

  4. Valerio

    Mattia

    La tua proposta di confisca del beni congelati a Gheddafi è, a mio avviso, sbagliata, contraria al diritto internazionale e al diritto in generale, oltre che generatrice di un pericoloso precedente.
    Infatti possiamo o a) considerare che quei beni appartengono legittimamente a Gheddafi, e quindi gli devono essere restituiti finita la situazione eccezionale che ha portato al sequestro; oppure b) (ed è quello che farei io) considerare che quei beni non appartengono legittimamente a Gheddafi, ma sono, anche solo in parte, una gigantesca refurtiva ai danni del popolo libico e quindi vanno restituiti al popolo. Tra l’altro il governo di Bengasi avrebbe proprio bisogno di 6 o 7 miliardi per vincere la guerra e comprare un po’ di tradimenti.
    Usarli noi sarebbe un furto, al limite un po’ colonialista.

    Quanto alla posizione da assumere sulla guerra.
    Il problema è proprio “la guerra”.
    Perché questa guerra è, da molti punti di vista, “giusta”. Se non fossimo entrati in guerra Bengasi sarebbe caduta presumibilmente entro venerdì o sabato di questa settimana. E la repressione sarebbe stata spietata.
    La diplomazia ha dei limiti, non credo che, anche lavorando molto meglio nei mesi scorsi, si sarebbero trovate alternative. O Gheddafi si arrende e scappa, oppure Gheddafi vince e massacra gli oppositori, oppure i ribelli vincono e Gheddafi finisce in una versione locale di piazzale Loreto.

    Però io resto comunque contrario alla guerra.
    Con angoscia avrei assistito alla morte dei generosi oppositori del rais ed ai massacri. Con preoccupazione avrei assistito prima alla condanna internazionale e poi alla normalizzazione dei rapporti con la Libia.
    Ma con angoscia maggiore osservo come la guerra sia diventata il metodo normale per risolvere i problemi internazionali, come ora sia sempre più difficile impedire cluster di guerre contro numerose dittature (che se le meritano), fino a rischiare una conflagrazione generale.
    La sovranità nazionale è un concetto dietro il quale si nascondono i peggiori criminali e tutti i dittatori, ma è un concetto che impedisce agli stati di azzuffarsi come cani. La sua limitazione, anche solo in contesti ONU, non fa bene alla pace ed al mondo. Perché in realtà la sovranità nazionale non protegge solo i dittatori, mentre gli interventi internazionali non servono solo ad abbattere i dittatori.

    Ed in tutto questo i BRIC e il Sud Africa (cioè il futuro), non solo si sono schierati in difesa del vecchio diritto internazionale e della sovranità nazionale, ma non sono schierati per la difesa e la diffusione delle democrazie. Un bel problema.

    • Barkokeba

      Non è il mio campo, ma forse Valerio ha ragione. Effettivamente la differenza tra blocco e confisca non è secondaria: la prima è cautelativa, la seconda definitiva. Ci vuole un processo. Certo, il punto sarà a chi restituirli i soldi…

    • mattiatoaldo

      Quello che sto proponendo sulla confisca è proprio il tuo punto b: ridiamo questi soldi ai libici, una volta che abbiamo scelto chi sono i migliori rappresentanti del popolo libico. Insomma, sono soldi guadagnati nel nostro paese e quindi possiamo darli come “riparazione” alla popolazione.
      Sul resto, è una questione di priorità: la questione non è guerra o non guerra, perchè ci sono tanti utilizzi diversi. Oggi ancora di più dico: va bene (e lo dici pure tu) l’uso che si è fatto in questi giorni perché ha evitato il massacro di Bengasi. Ora basta però, perché altrimenti l’intervento diventa un’altra cosa, appunto una nuova opportunità di colonialismo da 4 soldi. La politica estera, una politica estera pragmatica, deve dosare sapientemente i vari strumenti senza pensare che ci siano situazioni “senza alternative”.

  5. Valerio

    Da anni ed anni la destra mondiale ci ha imbottito di soluzioni “senza alternative”.
    Secondo loro Kosovo, Afghanistan e Iraq erano conflitti senza alternative, quando invece in tutti questi casi la diplomazia fu usata, biecamente, per impedire le alternative.
    Poi, sia chiaro, le alternative in quei casi erano tutte di mediazione (eccetto forze in Afghanistan, dove era possibile anche un’alternativa di strategia, tra l’invasione convenzionale e la polizia internazionale) e avrebbero rotto le scatole a determinati gruppi di potere.

    Però la situazione Libica è differente, infatti questa non è una guerra Occidente vs Bersaglio, come quei casi (dove però esistevano, eccome, anche situazioni strategiche locali), ma un conflitto scoppiato per cause e motivi che sfuggono completamente alle dinamiche “dell’occidente” ed in cui le alternative sono poche. E non è detto che sia per noi possibile trovarle.

    Anzi, una volta partiti i bombardieri, le opzioni si sono molto ridotte, ben poche delle quali “giuste” al 100%:
    a) ne usciamo, il più onorevolmente possibile, dopo aver stabilizzato il fronte (ma questa è la soluzione più dannosa per l’economia occidentale, vuol dire niente petrolio libico per anni…),
    b) interveniamo coordinandoci con gli insorti e dandogli l’appoggio che ci chiedono fino alla loro vittoria (ed essenzialmente questa è la posizione francese),
    c) eseguiamo una serie di bombardamenti strategici (cercando magari di uccidere Gheddafi) per favorire un cambio di regime, ma come “guerra parallela” rispetto agli insorti (questa essenzialmente è la posizione USA).
    Vi è poi la possibilità “abbiamo fatto già abbastanza” e quindi sospendiamo le operazioni senza contropartite, lasciando che siano altre forze (pezzi dell’unione africana pro Gheddafi, pezzi della lega araba e l’Arabia Saudita pro insorti) a risolvere la questione. Oltre tutto in questo caso la Libia “democratica” post Gheddafi (se non vince lui) sarebbe in balia dell’aiuto saudita.

    Comunque vada a finire ci sarà un massacro, perché le guerre civili non sono pranzi di nozze, chi vincerà si vendicherà di chi a perso. (e io, che sono un cinico bastardo, non mi scandalizzerò più di tanto quando i figli di Gheddafi e i colonelli dei servizi segreti penzoleranno dalle corde).

    In tutto ciò fa bene Vendola a ricordarci che questa guerra può trasformarsi in un pantano. Sopratutto se vince l’opzione NATO-USA della guerra parallela, un conflitto lungo come minimo 3-4 mesi. Anche se esitono le premesse perché tutto si concluda in molto meno, ma non mi sembra che si lavori in questa direzione.

    Il problema non è solo politico o diplomatico, il problema è strategico-militare, i generali, ormai abituati a lavorare con poche critiche al loro operato, non sono all’altezza di questi conflitti, non sanno che pesci pigliare, pervicacemente si aggrappano a strategie superate.
    La prima delle quali, sponsorizzatissima da molte cancellerie, è “una bella guerra risolve tutti i problemi”, ed infatti nessuna delle guerre fatte dalla NATO, tra gli anni ’90 ad oggi è ancora veramente finita.
    Un’altra è di cultura militate, a west-point, come modello di simulazione e studio per la contro insurrezione si usa l’esempio dei francesi in Algeria, questo significa che siamo in mano ad una manica di idioti.

    Come si diceva una volta “la guerra è un gioco troppo serio per lasciarlo fare ai generali”.

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