Germogli verdi in Germania

La piroetta opportunistica degli ultimi giorni della campagna elettorale non è bastata: la maggioranza degli elettori tedeschi chiamati a votare domenica scorsa, nei due prosperi Länder sud-occidentali del Baden-Württemberg e della Renania-Palatinato, non ha creduto alla conversione “antinuclearista” della coalizione democristiano-liberale che governa a Berlino. L’opinione pubblica tedesca, tradizionalmente sensibile alle questioni dell’ambiente, ha mostrato di considerare l’incidente di Fukushima come il tema decisivo sul quale orientare le proprie scelte elettorali, a beneficio del partito che da trent’anni ha costruito la propria identità intorno all’opposizione all’energia nucleare: i Verdi. Esiste una logica, evidentemente, anche in politica. Almeno ogni tanto e da qualche parte…

A sostegno della tesi che non si è trattato di sole elezioni per due parlamenti, ma di una sorta di referendum su un tema, può essere portato l’aumento  dell’affluenza alle urne (+12,8% nel Baden-Württemberg e +3,6% nella Renania-Palatinato). In molti devono aver pensato che, al di là di scelte su coalizioni di cui normalmente si disinteressano, esercitare il proprio diritto di voto in questa circostanza significava decidere su un fattore di rischio per la propria vita che a Stoccarda, Friburgo o Magonza le persone non sono disposte a sopportare (e a giugno tocca a noi…). Dalle prime reazioni che giungono dal governo federale, i cittadini tedeschi paiono aver avuto ragione: tanto i rappresentanti della CDU come della FDP fanno mostra di aver recepito il messaggio e, di conseguenza, di voler dare sostanza alla “nuova” politica energetica annunciata all’indomani di Fukushima, che consiste nella “moratoria del prolungamento della vita” delle centrali nucleari. Formula sufficientemente non-impegnativa che Anglea Merkel e soci avevano scelto per dare un segnale “antinuclearista” senza volersi, però, davvero impegnare a ristabilire il percorso per “l’uscita dal nucleare” deciso a suo tempo dal governo rosso-verde di Gerhard Schröder e Joschka Fischer.

Pur sottolineando l’importanza del “fattore-K” (in tedesco l’energia nucleare è la Kernenergie), sarebbe sbagliato sostenere che quello di domenica 27 è stato  un voto puramente “emotivo”. I verdi non hanno vinto semplicemente in quanto Stimmungspartei, ossia partito che ha incarnato l’umore volubile del momento (in tedesco: la Stimmung) e nulla più. No: hanno pesato, da un lato, l’insoddisfazione verso le scelte politiche del governo federale, che sin dal suo insediamento ha cominciato a perdere consensi; dall’altro lato, hanno contato, soprattutto in Baden-Württemberg, problemi politici locali, come la controversia legata alla mega-opera ferroviaria chiamata Stuttgart 21, una sorta di “TAV sveva”, contro la quale si sono mobilitati nei mesi passati ampi settori della cittadinanza.

Il successo dell’opposizione ad Angela Merkel è, quindi, essenzialmente un successo dei Verdi, che hanno raddoppiato e triplicato i loro consensi: in entrambi gli stati, infatti, i socialdemocratici perdono terreno (-2,1% e addirittura -9,9% nella più piccola Renania-Palatinato). Questi ultimi stanno sì lentamente risalendo la china, ma subiscono una concorrenza sempre più pericolosa da parte dei loro tradizionali alleati ambientalisti, che si dimostrano il partito in grado di beneficiare maggiormente delle energie attivate dalle mobilitazioni popolari e di pescare con più facilità fra gli astensionisti. In Baden-Württemberg, inoltre, hanno avuto un ruolo anche le peculiarità della cultura politica locale: in una regione in cui i socialdemocratici sono storicamente deboli, i Verdi hanno saputo, per un verso, attrarre meglio su di sé i consensi dei conservatori delusi e\o spaventati, e, per altro verso, raccogliere il testimone della cultura liberale, corrente da sempre molto forte nella Germania sud-occidentale. L’ottima amministrazione vede della città di Friburgo ha offerto loro un’ottima vetrina a beneficio degli scettici.

 

Difficile ipotizzare conseguenze ulteriori nella politica federale. Angela Merkel e Guido Westerwelle dovrebbero guidare il governo senza particolari cambiamenti. La prima è abilissima nell’andreottiana arte del galleggiare, del tirare a campare, aiutata dall’assenza di alternative nel seno del suo partito, da lei sapientemente e cinicamente bonificato da qualunque possibile concorrente alla leadership che potesse infastidirla – il barone Karl-Theodor zu Guttemberg (della bavarese CSU) ci ha pensato da solo, scopiazzando un po’ troppo la sua tesi di dottorato.  Il leader liberale, dal canto suo, gode anch’egli della rendita di posizione che gli deriva dal non avere concorrenti davvero temibili all’interno del partito, malgrado si profili il giovane e ambizioso Christian Lindner. Al di là del destino personale di Westerwelle, deve far riflettere un dato assai più significativo: due anni fa il partito liberale ottenne il massimo dei consensi mai raggiunti e sembrava destinato a lasciare il segno nella storia politica del paese. Ora è ai minimi termini: la primavera liberale è un lontano ricordo. Il suo declino è certamente materia di approfondimenti che qui non possiamo fare.  Ma se una spiegazione va trovata, la pista da seguire, probabilmente, è quella che conduce a chiedersi il senso della sua precedente formidabile ascesa, che oggi appare essere stata una specie di clamoroso equivoco di massa. La FDP sì, è stata una Stimmungspartei, un “partito umorale”. I tedeschi, gente riflessiva, sembrano essersene accorti: meglio così.

(Jacopo Rosatelli)

 

1 Commento

Archiviato in elezioni, Europa, partiti, sinistra

Una risposta a “Germogli verdi in Germania

  1. Lorenzo Fanoli

    C’è una narrazione che parla di qualità della vita, decrescita, sostenibilità, diritti collettivi e di futuro che è patrimonio della “vecchia Europa” e che si può gonfiare o sgonfiare elettoralmente e andare incontro a cicli di discesa e ascesa, ma che non svanisce mai. Questa narrazione si concretizza, polticamente, soprattutto nei Verdi tedeschi e francesi.
    Assieme al loro riporporsi significativo sulla scena politica europea, c’è anche una crescita di una sinsitra radicale in parte nuova e in parte un po’ antica in Europa e anche in Italia. Credo che ci sia ancora parecchio da fare, anche nei percorsi di trasformazione e aggiornamento ai tempi che corrono, ma siamo in cammino.
    Lorenzo Fanoli

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