Zapatero addio

L’uomo che ha incarnato nel bene e nel male i nodi e le contraddizioni di un periodo cruciale della storia spagnola, e capace con le sue decisioni di proiettarsi sulla scena europea fino a trasformarsi nel simbolo delle speranze di alcuni, e degli odi e delle resistenze di altri, ha annunciato che alla scadenza del suo mandato di presidente del Governo si ritirerà dalla vita politica.

Si tratta di una decisione per alcuni versi attesa, dato il crollo di popolarità scontato nell’ultimo periodo, ma comunque sorprendente: l’abilità politica e l’imperscrutabilità del “Machiavelli di León” facevano pensare a un’uscita di scena molto meno istantanea e più combattuta. Ripercorrendone insieme la vicenda, cercheremo di scoprire le ragioni di un addio tanto brusco.

Politicamente precocissimo, José Luis Rodríguez Zapatero a 22 anni è già capo dell’organizzazione provinciale del Partito Socialista (PSOE) di León, e all’età di 28 anni entra in Parlamento come deputato più giovane.

Il suo arrivo al Governo è reso possibile da due eventi chiave. Il primo è la sua elezione a segretario del PSOE, con nove voti di scarto (maggio 2000): la sua proposta brillante e “rottamatrice” sconfigge la vecchia guardia del partito, screditata da scandali e sconfitte. E poi ci sono gli attentati che l’11 marzo 2004 (tre giorni prima delle elezioni politiche) colpiscono i treni dei pendolari diretti alla stazione madrilena di Atocha provocando 191 vittime. L’opinione pubblica non crede alla versione del presidente conservatore Aznar, che vuole incolpare a tutti i costi i terroristi baschi dell’ETA (la matrice islamica delle bombe sarà presto provata) e consegna, contro tutte le previsioni, la vittoria al candidato socialista Zapatero.

I primi anni di governo sono davvero innovativi e immediatamente attraenti per una sinistra europea in crisi perenne di idee e identità. Zapatero, con una strategia definita incosciente dai suoi stessi compagni di partito, in rapida successione ritira le truppe schierate in Iraq, avvia una riforma della televisione pubblica, decide l’estensione del matrimonio alle coppie omosessuali (implicitamente consentendo l’adozione), sostituisce l’obbligatorietà dell’insegnamento della religione cattolica con quello dell’”educazione alla cittadinanza”, liberalizza la fecondazione assistita, favorisce le rivendicazioni delle autonomie locali e punta sull’integrazione degli immigrati.

Si tratta di riforme condivise dalla maggioranza degli spagnoli: l’economia ha il vento in poppa da quindici anni, e il premier parla di superare Francia e Germania, dopo l’Italia; la società è ottimista, aperta, edonista e sicura di sé. Zapatero è guay (cool) e viene riconfermato alle elezioni del 2008, nonostante i primi segnali di malessere economico.

L’arrivo della crisi svela un punto debole fondamentale dello zapaterismo, comune agli altri leader della Terza Via (il rifiuto di scegliere tra Destra e Sinistra, coniugando liberalismo economico e stato sociale) come Tony Blair. Nella convinzione che la crescita fosse continua, e bastasse da sola a curare i problemi del paese e i fallimenti del mercato, il premier spagnolo ha intrapreso solo in minima parte politiche di protezione sociale, ha lasciato invariate (a un livello molto basso) le tutele legislative per i lavoratori, non ha ostacolato la diffusione dilagante del precariato, che in Spagna riguarda più di nove contratti su dieci, e ha lasciato campo libero alla speculazione bancaria e immobiliare.

La situazione è stata poi aggravata dal fatto che la recessione ha colpito i punti cardine del suo sistema produttivo spagnolo (la triade costruzione, banca, consumo), che Zapatero è stato in grado di mettere in discussione solo a parole: anche in questo caso, nonostante le riforme avanzatissime in materia di diritti civili, è mancata completamente una visione alternativa dei rapporti economici che regolano la società. Lo si è visto al momento di scegliere cosa fare contro la crisi: sotto la sorveglianza puntigliosa di Angela Merkel e della Banca Centrale Europea, il governo aumenta l’età pensionabile a 67 anni, diminuisce gli stipendi pubblici del 5%, aumenta l’IVA, rende meno costoso il licenziamento, taglia fondi agli enti locali. Provvedimenti impopolari e di stampo liberale che fanno respirare i conti, ma non arrestano la disoccupazione (quella giovanile è al 43,5%) e deludono profondamente l’elettorato socialista (qui un grafico che riassume consensi e tasso di disoccupazione). Insomma, pagano le fasce più deboli della popolazione e il settore pubblico, col risultato di un aumento netto delle diseguaglianze e un indebolimento dello Stato, nonostante l’accumulo di risorse degli anni precedenti.

Zapatero si è accorto che tra tutto ciò che può fare, nulla risolleverà la sua popolarità né costituirà utile capitale politico in vista delle elezioni politiche del 2012. C’è il fondato timore che il PSOE perda tutte le sue roccaforti alle regionali di maggio. La sua rinuncia è frutto di una scelta totalmente personale: non ha avvisato gli altri esponenti del partito, né ha previsto un processo di successione, né la nomina di un delfino. Saranno le primarie a decidere il futuro segretario.

La parabola politica di Zapatero rispecchia i caratteri della personalizzazione trionfante, che offre a un uomo politico spazi di manovra impensabili fino a pochi anni fa. Volutamente incarnatosi nella metafora del successo, e poi suo malgrado della crisi della Spagna, il leader ha attirato su di sé l’eccesso di onori e di oneri, ha agito secondo meccanismi e riferimenti assolutamente personali, sui quali il suo partito di riferimento non ha avuto nessuna influenza, limitandosi a goderne o soffrirne gli effetti di riflesso. Zapatero è stato davvero l’interprete dello stato d’animo di un paese: nessuno era mai stato tanto popolare; nessuno ha mai perso così velocemente la sua popolarità. E quando non è stato più in condizione di “guidare” infine ha abbandonato, appunto, per “motivi personali”. Rendiamogli il merito di non aver obbligato il suo paese a fare i conti con lui a vita.

(Riccardo Pennisi)

4 commenti

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4 risposte a “Zapatero addio

  1. Credo che Zapatero sia stato un signore, in tutto e per tutto. In Italia non avremo mai politici che capiscano, al momento opportuno, quando farsi da parte.

  2. Perdonate l’OT.
    Non riesco a trovare la vostra mail?

    Saluti,
    Salvatore D’Agostino

  3. Valerio

    Perdonate l’OT ma parlo un po’ di Europa.

    Avete visto cos’è successo in Ungheria?
    Hanno introdotto una costituzione orribile, praticamente la negazione della democrazia liberale, un modello per Berlusconi, Bossi e tutte le altre forze anti democratiche ed etnocentriche d’Europa.

    Adesso è il momento di intervenite, di chiedere che l’Ungheria sia messa sotto osservazione e sottoposta a misure di isolamento diplomatico e sanzioni da parte degli altri paesi UE.

    Adesso è il momento di far circolare questa voce, di pensare a come organizzare un’opposizione europea delle sinistre del continete (sia quelle socialiste che quelle radicali e verdi), un boicottaggio politico diplomatico.

    Adesso è il momento di riprendere un discorso di elaborazione di politica estera nella sinistra, specie radicale, italiana. Da un lato abbiamo le cosidette “primavere arabe”, dall’altro abbiamo “‘l’inverno europeo”.

    Cedere ora a quel che accade in Ungheria può voler dire una nuova ondata di ultra nazionalismo nell’est dell’unione (Polonia, Finlandia e paesi baltici sono già in mivimento in quella direzione, Estonia e Cipro sono stati etnici) che finirà inevitabilmente per spaccare la UE e potrebbe persino portare a delle guerre in Europa, un’opzione che, fortunatamente, ritenevamo orami insensata.

    Nessuno può sottovalutare la portata di questa notizia, già abbiamo sottovalutato il fatto che lìUngheria, anni fa (e con la medesima regia) ha iniziato a mettere la stampa sotto controllo dell’esecutivo e a impedire agli organi costituzionali (come la corte costituzionale) di svolgere la loro funzione di controllo.

    Due provvedimenti che potrebbero diventare normali anche in Italia se non vigiliamo a sufficenza.

    L’Ungheria non è più una democrazia “vera” eppure è ancora un membro dell’Unione. Ergo l’Unione Europea non è più una struttura democratica.

    Agire! Agire! Agire!

  4. Pingback: La Repubblica del sole | Italia2013

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