La morte di Osama vista dall’altra parte del mondo

La cronaca e le riflessioni che circolano nel nostro mondo sulla morte
di Osama Bin Laden riflettono certamente come l’occidente si sta
confrontando oggi con questo evento.
Io invece mi trovo a fare i conti con questa notizia da un luogo che
non é Roma, nè New York ne Londra.  In questi ultimi tre anni ho speso
la maggior parte della mia vita occupandomi e vivendo in Paesi
islamici che vivono una dinamica di guerra o di conflitto ripetuta.
Esiste certamente un’altra prospettiva, decisamente meno rappresentata
nelle esposizioni di questi primi due giorni, che frulla nella mia
mente, per quello che é il mondo dove vivo che vorrei condividere con
voi.

Se la cattura e l’uccisione di Bin Laden sono accolte con
soddisfazione, e generalmente considerate come positive
dall’occidente, c’é un’altra parte piú o meno grande del mondo che non
condivide questi sentimenti. Manifestazioni pubbliche e religiose sono
avvenute per esempio in Palestina, in Somalia e Yemen, in espressione
di cordoglio e sostegno ad Al-Qaeda.
Alle espressioni di festa e di euforia che si registrano in occidente,
un’altra parte del mondo contrappone sentimenti opposti.  Non é un
caso che probabilmente questo possa avvenire proprio nella Striscia di
Gaza, in Somalia e in Yemen. Semplicemente guardando a questi tre casi
si percepisce come il mix tra povertá e guerra li segni tutti in
maniera significativa.
Se la storia la fanno gli uomini nel tempo, come ci insegna Marc
Bloch, allora ho la possibilitá di pensare alle persone, agli uomini e
alle donne che ho incontrato in questi anni proprio in questi Paesi.
In particolare in Yemen e in Somalia.
A lungo ho discusso con loro del terrorismo e della percezione che ne
abbiamo in occidente, e non ho mai incontrato un sostegno anche
minimo, alla strategia di Al-Qa’ida. Eppure proprio il Centro-Sud della
Somalia é in mano a un gruppo dichiaratamente legato al fu sceicco del
terrore, e lo Yemen costituisce la base maggiormente attiva nella
fabbrica della proliferazione del terrone (vedi il tentato attentato
sul volo Amsterdam-Detroit, i pacchi DHL, etc).
Significa che in questi due luoghi, dove non a caso hanno avuto luogo
manifestazioni opposte alle “nostre”, il reclutamento, la propaganda
di queste idee viaggia veloce e quasi alla luce del sole.
C’é un legame tra le condizioni di vita di questi due Paesi e quanto avviene?
Certamente si, e se come ho detto non ho mai trovato la traccia di
alcun sostegno alle idee jihadiste, ho invece ascoltato troppo la
disperazione che narrava come in quelle situazioni anche la propaganda
jihadista possa essere credibile. Molti dei “ragazzi”, che sotto il
nome di “Al-Shabab” terrorizzano mezza Somalia con le atrocitá
perpetrate in nome del rispetto della religione (comprese le
lapidazioni e gli assassini negli stadi), scelgono questa condizione,
non sono tutti arruolati forzatamente. Lo stesso vale per i loro
fratelli yemeniti, che pur senza esercitare il controllo su aree vaste
del territorio,  hanno costituito basi importanti e danno non pochi
problemi all’occidente.
Non basterebbe evitare che queste storie di disperazione possano avere
luogo? Cosa possono restituirci intere generazioni ignoranti, che
hanno vissuto tutta la loro esistenza nel terrore (spesso e volentieri
causato da scelte sbagliate o inopportune proprio dell’occidente),
senza la possibilità di poter assaporare una fetta della
torta.
I jihadisti hanno fatto bene i loro calcoli. Purtroppo hanno ragione,
conoscono i mari dove pescano, e sanno che ogni giorno ci sono decine
di disperati pronti ad arruolarsi in cambio di qualche soldo, un’arma
e la giustificazione di fare comunque qualcosa che risponde a delle
logiche (per quanto esse siano per noi inaccettabili).
Per questo non mi convince affatto il senso di ottimismo che segue
alla notizia della morte di Osama. Purtroppo nella costruzione
politica, assencondata ovviamente dai media, questi dieci anni che ci
separano dall’11 settembre, sono stati una contesta tra i buoni (noi,
l’occidente) e un mostro con la barba lunga e il turbante causa di
tutti i mali.
Ci si rende spesso conto delle illusioni solo quando si sbatte contro
la veritá. Adesso é il momento della realtá, Al Qa’ida non si
dissolverá. E se anche lo facesse qualunque altra propaganda simile
troverebbe altri proseliti altrettanto pericolosi. Adesso il mostro
non c’é piú, peró purtroppo l’occidente non si libera del terrore.
Sará forse che bisogna cambiare mostro?
Basterebbe ascoltare l’altra parte del mondo,  per sapere che i veri
mostri da combatte sono la fame, la guerra e l’ignoranza. Ma siamo
troppo impegnati a goderci la fine del nostro video-game.

(Marco Procaccini)

11 commenti

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11 risposte a “La morte di Osama vista dall’altra parte del mondo

  1. Ragazzi, vi seguo e vi voglio bene, spesso approvo ciò che scrivete. Ma jaedisti non si può scrive, davvero, e se non fosse per il fatto che vi voglio bene e che spesso approvo ciò che scrivete, mi impegnerei seduta stante in un post di pura invettiva nei vostri confronti sul mio pur debole blog.

    Non voglio apparire pignuolo ma:

    1. già scrivere “jihadisti” è un compromesso, e non sto a spiegarvi perché.
    2. già scrivere al-Qaeda è un compromesso proprio su quel “ae” che scimmiotta un gruppo vocali-consonanti molto complesso e non presente nella fonetica dell’italiano.
    3. fare un mix fra “qaeda” e “jihad” e scrivere “jaedista” proprio non si può fare.

    Scusate, è il neurone dell’islamologo.

  2. Barkokeba

    Post di rara banalità, e a tratti di banale scempiaggine… Per esempio, le “logiche” purchessia dei poveri giovani irretiti dai terroristi non sono inaccettabili solo per noi, ma per tutti (e per loro stessi, visto che accusano in maniera indistinta l’occidente di praticare il terrorismo).

    • stefanoanast

      e bravo Barkokeba,
      un ottimo esempio di etnocentrismo elevato al quadrato: le “logiche” dei giovani islamici non solo “sono inaccettabili” per noi, ma anche “per loro stessi” … e vai con la guerra di civiltà!

      • Barkokeba

        Stefanoanast,
        che c’entra la guerra di civiltà e la sua apologia? L’uccisione di innocenti è condannata da tutti e il fatto paradossale è che spesso i terroristi giustificano i loro atti accusando di terrorismo il loro nemico (che spesso neanche sa di esserlo, specie quando stava al mercato coi bambini a fare la spesa…). Chi ci rimette sono sempre i non belligeranti e i civili inermi. Mi sfugge il perché ci sarebbe dell’etnocentrismo. Al massimo il mio discorso è sbagliato, ma tale non risulta dalla tua argomentazione. La logica di base, viene applicata da tutti i popoli e da tutte le etnie. E su queste cose (guerra, vendetta, violenza) non è che ci sia tutta questa differenza tra gli europei e i mediorientali. Prova ne sia, che ci hanno stupito con rivolte non esattamente armate come quelle in Egitto e in Tunisia.

  3. Gloria Malaspina

    Tristemente e drammaticamente vera, l’analisi sulle “radici” del “male”. Tristemente e drammaticamente vera, la stupidità delle categorie “buoni” e “cattivi” (o potenzialmente tali) che coinciderebbero rispettivamente con “occidentali” e “altri”. Non so quanto Bin Laden di per sé avesse ancora seguito, quanto gli avvenimenti in Nord Africa disegnino uno scenario diverso per l’autoemancipazione (non tanto in senso occidentale, quanto sicuramente sociale e umana) liberatoria che quelle popolazioni hanno scelto (niente sultani, niente dittatori). Penso comunque che quella modalità – spettacolare, quasi da film – che esalta i muscoli di una superpotenza che si afferma non più per il consenso “culturale” che attira, quanto per la forza con la quale dispiega armi ed esporta nuovamente la “sua” visione del mondo e delle relazioni fra gli Stati accompagnandola con la dolorosa retorica della guerra al terrorismo, sia un veicolo per nuovi terrorismi e nuovi conflitti.

    • Barkokeba

      Va be’, consigliamo a Obama che la prossima volta al Bin Laden di turno gli mandi gli ufficiali giudiziari a contestare i danni dell’11 settembre… Bush per fare la stessa cosa di Obama ha fatto muovere migliaia di soldati in tutto il mondo… Ma che doveva fare Obama?

      • giovanni

        “consigliamo a Obama che la prossima volta al Bin Laden di turno gli mandi gli ufficiali giudiziari”
        su che tg l’avete sentita questa degli ufficiali giudiziari, che è il centesimo blog o forum in cui la ritrovo copiata pari pari?
        Emilio Fede?

      • barkokeba

        A giova’, che te devo di’? Ci potrai non credere, ma l’ho inventata io. Evidentemente non era una bella battuta, nel senso che l’hanno pensata tutti. Il che mette in evidenza che la stessa critica è stata fatta da molti al tipo di ragionamento della Malaspina. Insomma: prendere Bin Laden è un’impresa tecnicamente difficile, che richiede l’impiego della forza, con tutto ciò di brutto che questo comporta. Ma alle volte la violenza è necessaria (immagino che tu sia d’accordo su questo, visto che è un’affermazione molto banale…)

  4. Francesca Marta

    La mia opinione (modestissima) è che si sono intersecate tre logiche diverse
    nell’ultimo decennio e limitatamente alla questione Al-Quaeda.
    La prima logica è quella della propaganda che ha funzionato “magnificamente” a partire dall’11 settembre, con la spettacolare operazione militare terroristica
    dell’abbattimento di un simbolo potentissimo dell’occidente. Alla stessa
    logica risponde l’operazione che ha portato all’uccisione di Bin Laden e le
    spettacolari – comprensibili – cerimonie rituali di festeggiamento che
    l’hanno accompagnata. Non credo personalmente che sia stata un’operazione felice, anche per le giuste osservazioni che fa Procaccini nella sua nota
    La seconda logica è quella investigativa di security internazionale che non
    sono in grado di giudicare, ma che avrebbe dovuto e potuto portare in questo dieci anni alla cattura di Bin Laden, alla sua traduzione di fronte a un
    tribunale penale internazionale e alla sua condanna in base ai dettami degli
    accordi internazionali e delle dichiarazioni universali di tutela dei
    diritti umani di cui va fiera (ma non sempre in modo unanime) la comunità
    internazionale.
    Infine, c’è, o ci dovrebbe essere la logica della politica nella sua
    dimensione trans-nazionale, che, come si può vedere in queste settimane sul caso Libia, non dà segni di grande vitalità. Una logica che dovrebbe portare ad azioni di sistema, che si misurino con le sfide alle quali giustamente fa riferimento Procaccini, che riguardano le condizioni di vita di interi paesi, i conflitti non bagnati dal petrolio, che nessuno segue con
    particolare apprensione, le pulizie etniche, gli stupri di guerra, le
    lapidazioni, le esecuzioni sommarie….
    Se funziona, come sembra, solo una di queste logiche, quella della
    propaganda mediatica e politica, alimentata dai grandi network, si manda al massacro tutto quello che in 60 anni di politiche internazionali abbiamo
    provato a costruire per evitare che si ripetessero tragedie come gli
    olocausti o le stragi etniche, e, al tempo stesso, come giustamente il post
    sottolinea, mi sembra che si sottovalutino i rischi di uno squilibrio sempre
    più ampio tra chi festeggia la fine simbolica di un incubo e chi ne alimenta
    concretamente la sostanza.

  5. La libertà quando ha bisogno di limiti è sogno del prigioniero. E la giustizia è davvero la divinità di tutte le passioni.

    è la legge del taglione che ci colpisce!

    Spero avrai modo e voglia di ricambiare la visita su Vongole & Merluzzi:

    http://vongolemerluzzi.wordpress.com/2011/05/03/air-tagl-one/

    P.s.: i miei complimenti per il blog!

  6. Al-Qaida in Yemen e Shebab (alqaidisti) in Somalia sono organizzazioni ampiamente “globalizzate”. Soprattutto in Somalia la “Gioventù” alqaidista viene reclutata in Europa e Stati Uniti. Gli alqaidisti yemeniti, in al-Qaida nella Penisola Araba, sono una minoranza. Pubblicano un giornale online in inglese.

    Voglio dire: il fatto che al-Qaida&co. siano collocati in posti come la Somalia e lo Yemen (e una zona particolare dello Yemen, dove il governo non arriva), obbedisce più a criteri di logistica (i famosi “haven” di al-Qaida, c’è molta letteratura in proposito, luoghi non raggiunti o poco raggiungibili da parte dei vari generi di “forze dell’ordine”) che non a criteri di consenso (poi non è escluso che vi siano campagne locali mirate al consenso, sia chiaro).

    Un’altra zona dove al-Qaida va forte è quel “non Stato” che si trova ai confini di Algeria, Mauritania, Niger, Ciad, Mali: loro stanno lì perché lì è difficile andarli a prendere.

    Per il Waziristan il discorso è lo stesso.

    E’ recente la “riesumazione” di un alqaidista “storico”: Sayf al-Adel. Questo egiziano nei primi anni ’90 andava in Somalia per cercare posti dove installare basi di al-Qaida non perché lì vi fosse terreno fertile dal punto di vista del consenso, ma perché lì gli alqaidisti avrebbero potuto addestrarsi senza essere disturbati.

    Attenzione, insomma, a non confondere i piani.

    Per quanto riguarda il discorso “povertà”. Ricordo un film a più voci sull’11 settembre in cui alla fine di un episodio un bambino (mi sembra senegalese) ringraziava sia Bin Laden che G. W. Bush per il seguente motivo: poiché si diceva che Bin Laden fosse nascosto nelle zone in cui abitava il bambino quel bambino aveva ricevuto una serie di benefit dovuti al fatto che i “seguaci di Bush” cercavano lì Bin Laden. Non so se mi sono spiegato.
    In questo solco consiglio anche la lettura di “Sozaboy” (Saro-Wiwa). La povertà può generare, indipendentemente dall’ideologia, vari tipi di mostro. La povertà da sola non fa necessariamente un alqaidista.

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