Consigli di lettura per la vecchia (ed ingiusta) Europa

Domenica e lunedì si vota in diverse città, tra cui Milano. Ieri sera ad Anno Zero Daniela Santanchè ha provato a gettare ulteriore fango su Giuliano Pisapia accusandolo di aver avuto sostenitori di Hamas ad una delle sue iniziative. Ha mostrato una foto in cui, secondo lei, si vedeva una bandiera del movimento islamico palestinese. Peccato per lei che si trattasse di un grossolano errore: la bandiera, come è stato mostrato in diretta, era della Freedom Flottilla, il gruppo di navi pacifiste che fu assaltato dalle forze di elite israeliane quasi un anno fa al largo di Gaza. Vale la pena leggere il post di Lorenzo Declich che smonta l’islamofobia (e l’islamo-ignoranza) della Santanchè per la quale mussulmano è uguale a terrorista e non c’è poi tanta differenza tra estrema sinistra italiana e terroristi islamici. L’espressione “vecchia Europa” fu usata in tono dispregiativo dai peggiori conservatori americani dell’amministrazione Bush ma forse si applica bene a quelli che la pensano come la Santanchè: oggi al Cairo piazza Tahrir era di nuovo piena per una manifestazione a favore del dialogo tra mussulmani e cristiani. Un segnale importante dopo i disordini a sfondo religioso dei giorni scorsi.

L’Europa non è solo vecchia e intollerante ma è anche ingiusta. E l’Italia è tra i paesi più ingiusti perché le disuguaglianze al suo interno sono cresciute, come ci racconta il libro di Maurizio Franzini “Ricchi e Poveri” di cui si trova un ampio stralcio sul Keynesiano.

La precedente crisi economica tra il 1991 ed il 1993 aveva visto un aumento delle disuguaglianze del 5% (dal 29% al 34%). Tanto per capire di che si tratta: un aumento del 2% significa il 7% di reddito che si trasferisce dalla metà più povera alla metà più ricca della popolazione. Da cosa fu causato questo aumento? Citiamo testualmente Franzini: “Uno dei fattori di più lunga durata che vi contribuì fu, probabilmente, l’abolizione della scala mobile avvenuta a metà degli anni Ottanta, fatto che comportò la scomparsa di un meccanismo di compressione delle disuguaglianze salariali quale era stato, negli anni Settanta, il punto unico di contingenza. Una causa più immediata fu certamente la grave crisi valutaria ed economica in cui il paese incappò nel 1992 e che portò il governo Amato ad attuare una manovra restrittiva severissima, il cui impatto sugli strati più deboli della popolazione è stato complessivamente molto marcato e sicuramente più profondo di quanto
non si fosse immediatamente considerato, anche a causa della mancanza di ammortizzatori sociali, allora persino più grave di quanto non sia oggi”.

A proposito di manovre finanziarie, su questo blog lanciammo l’allarme sui rischi dell’uso politico della crisi greca in tempi non sospetti. I fatti purtroppo ci hanno dato ragione: la “periferia dell’Euro” e cioè Grecia, Spagna (qui il nostro post) Portogallo e Irlanda, è stata costretta dalle istituzioni europee ad approvare severi programmi di austerità per ridurre il debito pubblico. Programmi che hanno pesato in gran parte sulla parte più debole della popolazione. I sacrifici, presentati ancora una volta come inevitabili, sono stati imposti anche agli italiani da Tremonti. Eppure, come scrivemmo, non lo erano affatto perché se è vero che l’Italia ha un debito molto alto, è anche vero che il “risanamento” non può essere fatto pesare solo una parte della popolazione. Non c’è una e una sola politica possibile: si possono bloccare gli stipendi pubblici o si può introdurre una tassa sui grandi patrimoni, si possono alzare le rette degli asili nido oppure si può impedire ai ricchi di esportare capitali nei paradisi fiscali. E soprattutto, prima di decidere a chi far pagare sarebbe bene capire esattamente quanto bisogna pagare e a chi. In Irlanda, come ci racconta questo articolo del Guardian, è stata lanciata una campagna molto importante per verificare la legittimità del debito pubblico: a chi deve i soldi lo Stato? E’ un debito legittimo? L’Ecuador, con una procedura analoga, scoprì che non tutto il suo debito era legittimo e quindi lo ripudiò. Sarà crollata l’economia, starà pensando il lettore. E invece no: 3,7% di crescita nel 2010 e previsioni attorno al 5% per l’anno in corso. Ma certo, l’Ecuador (così come il Brasile di Lula) è molto lontano dalla vecchia Europa.

(Mattia Toaldo)

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