Sol dell’avvenire

"La Spagna non è un affare" recita il cartello in basso a sinistra

Prime impressioni dalla Puerta del Sol, raccolte giovedi fra le 20 e le 23. In primo luogo, la netta sensazione che ci sia molta gente, ben di più che al corteo per l’ottantesimo anniversario della Seconda Repubblica (lo scorso 14 aprile) o a quello tradizionale del Primo Maggio, convocato dai sindacati confederali Comisiones Obreras e Ugt. Stragrande maggioranza di persone fra i 20 e i 30 anni, pochi giovanissimi e quasi nessun over-50: guardandosi attorno, i look non sono da proletari di periferia, ma da universitari metropolitani. Mi addentro, leggo i primi cartelli (ce ne sono tantissimi), affissi sulla base di un monumento: un lungo proclama anarchicheggiante e addirittura un “né rossi né neri, ma liberi pensieri”, scritto in italiano. Sensazione sgradevole. Per fortuna, quest’ultimo si rivelerà un caso isolato, mentre i messaggi di tono e contenuto anarchico si ripeteranno. D’altronde, siamo in Spagna. Ma la maggioranza dei cartelli affissi risultano essere (con mio sollievo) critiche ai banchieri, al capitalismo, alla legge elettorale (We d’hont like this voting sistem, con il gioco di parole sul metodo d’hont, che rende tendenzialmente bipartitico il sistema politico spagnolo) e ai due partiti maggioritari, alla corruzione. Qualche richiamo al maggio parigino e a Tahrir, nessuno a Seattle o Genova. Ci sono anche curiosi, studenti stranieri e turisti.

Comincio a fare domande a chi mi capita a tiro. Pablo, ingegnere trentaduenne, lavora come consulente. Mite e riflessivo, si autodefinisce “un socialdemocratico, ma per davvero”. E’ impietoso con il PSOE (“partito corrotto e impermeabile ad ogni istanza critica”), ha votato negli scorsi anni e rivoterà Izquierda Unida, criticando il sistema elettorale inguisto. Ritiene, tuttavia, che le elezioni contino ormai relativamente. “Ci siamo imprigionati in sistemi sovranazionali che ora non possiamo più controllare”. L’idea europea è giusta, mi dice, ma quello che serve è avvicinare il governo alle persone, non allontanarlo fino a Bruxelles o Francoforte. Di fianco a lui Inés, 27 anni, laureata in scienze ambientali. Aspetto elegante, uno stile vintage poco da barricadera. Ma l’apparenza inganna. Condivide l’analisi di Pablo sul PSOE, ma non la convince Izquierda Unida. La sua ricetta può stupire: “servono leadership forti e credibili”. Insomma, di assemblearismo anarco-collettivista poco o nulla, ma una domanda di nuovi spazi di agibilità politica, da un lato, e di una politica autorevole dall’altro. Articolazioni del motto Democracia real ya!, sul quale è nato il movimento intero. Nessun rifiuto a priori della democrazia rappresentativa.

Ogni tanto parte qualche coro: “non ci rappresentano”, oppure “non pagheremo la vostra crisi”. Ondeggia una bandiera islandese, tripudio. Nessun simbolo ulteriore, nessuna bandiera repubblicana, sono una raimbow flag del movimento omosessuale legata attorno alla statua dell’orso simbolo della città. E’ come se vigesse un patto non scritto a non esporre nulla che possa dividere, mi si fa giustamente notare. Camminando nella folla, ogni tanto ci si imbatte in qualche gruppo che discute, in assemblee semi-improvvisate. Verso il centro della Piazza c’è la acampada vera e propria, con le tende, i tavolini, persino qualche sofà. Respiro l’aria delle nostre occupazioni liceali e universitarie, l’atmosfera è allegra. Si distribuisce da mangiare, si raccolgono firme, si fanno circolare volantini. Mi avvicino ai tavoli dell’organizzazione, da dove si coordina la (efficientissima) gestione della piazza, dai gruppi di discussione ai turni di pulizia. Alcuni hanno appuntato al petto un foglietto con scritto “portavoce”: sono gli addetti ai rapporti con la stampa. Una di loro, che mi parla a raffica, ha ventisei anni. Le chiedo di autodefinirsi: “né anarchica, né comunista, né capitalista, né anticapitalista”. Era attiva qualche anno fa nel movimento “V de vivienda” per il diritto alla casa. Un altro di loro ha più di cinquant’anni e l’aria e la retorica da militante consumato. Non risparmia critiche ai sindacati, per lui il problema fondamentale è la disoccupazione dei giovani. Mi dice: “qua non ci sono degli sbandati, ma giovani formati, molto più formati dei nostri politici”. Dai microfoni si grida di scendere dalle impalcature dove qualcuno si è arrampicato per appendere striscioni: bisogna evitare di farsi male. E si raccomanda di non cadere in provocazioni, ordite soprattutto da alcune canali televisivi di destra in cerca di interviste che creino allarme.

Ecco, l’indignazione verso le manipolazioni giornalistiche è palpabile. Juan e Pilar, coppia di ventiseienni laureati in storia, un master a testa, mi raccontano le barbaridades che raccontano su di loro i mezzi di informazione di destra, che in Spagna rappresentano una significativa porzione del mercato dei media. Stamattina ne ho conferma guardando le prime pagine de La Razón, l’ABC o El Mundo. Assurde teorie che vincolano il movimento ad un disegno del PSOE, che ricordano le vergognose ricostruzioni complottistiche sull’attentato dell’11 marzo del 2004. Titoli strillati, accuse ai “nemici della democrazia”. Ma torniamo alla testimonianza dei due giovani storici. La loro speranza è che questo movimento serva a unificare e dare continuità alle diverse mobilitazioni in corso. Da attivisti universitari di sinistra, lamentano che i cicli di lotte degli anni precedenti si sono via via esauriti, senza sbocchi e risultati. Chiedo qual è la loro idea di democrazia e Juan mi cita l’Atene di Pericle. Sentono la mancanza di referenti intellettuali autorevoli: “qua non c’è nessun Jean Paul Sartre” mi dicono con rammarico. Hanno votato Izquierda Unida in passato, ora si orientano verso partiti più piccoli come i Verdi. S’intromette uno dei ragazzi “dell’organizzazione”, rivendicando di avere sempre votato in bianco. Rimpiange quando IU aveva un leader “con le palle” (Pilar storce giustamente il naso), Julio Anguita, molto migliore, a suo dire, di chi gli è succeduto. Di nuovo un bisogno di leadership, che apparentemente fa a pugni con l’atmosfera assemblearistica che si respira.

I portavoce ufficiali dicono che l’imminente appuntamento elettorale non va annoverato tra i fattori che hanno scatenato questa Tahrir madrilena, ma non credo sia vero. La sfida al sistema politico è evidente e voler segnalare la propria presenza per rompere l’incantesimo della “democrazia bloccata” (e “fittizia”, secondo molti) è stata la molla per molti. La generazione ni-ni, ossia “né lavoro né studio”, di cui parlano i sociologi spagnoli, non è la generazione qua convenuta: alla Puerta del Sol ci sono i laureati senza prospettive, ci sono i cervelli a cui Angela Merkel ha offerto rifugio in Germania. Ma il ni-ni viene risignificato in molti cartelli: è la generazione “né PSOE, né PP”. Qualcuno dice “non votare”, ma i più dicono “non votare loro, ma vota”. Ci si vuole liberare del bipartitismo asfissiante. Uscendo dalla piazza osservo ancora qualche cartello: uno riproduce la locandina di Inglorious Basterds di Tarantino, ma con Zapatero, il leader del PP Rajoy ed Emilio Botín, il potentissimo presidente dell’altrettanto potentissimo Banco Santander . (Ma i bastardi senza gloria del film sono “i buoni”, in realtà: chi lo sta issando evidentemente non lo ha visto, ma fa lo stesso). Nelle vie laterali, tutte pedonali, altri gruppetti con sacchi a pelo che discutono, cantano, mangiano qualcosa. Un ragazzo cammina con un cartello al collo che recita: No soy un antisistema, el sistema es anti-yo (“non sono contro il sistema, è il sistema contro di me”). Dei turisti veneti sulla cinquantina-sessantina chiedono di spiegare loro cosa significa. Mi fermo ad ascoltare. Poi intervengo, facciamo due chiacchiere e loro mi dicono: “abbiamo chiesto ad un poliziotto cosa stesse succedendo, ci ha sconsigliato di passare di là, pare sia pericoloso”. Hanno l’aria effettivamente un po’ spaventata. Li convinco a non far caso al poliziotto: come perdersi la Puerta del Sol?

(Jacopo Rosatelli, da Madrid)

3 commenti

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3 risposte a “Sol dell’avvenire

  1. Dario

    Omaggio a P. Catalunya: caro Jacopo, mi fa piacere leggerti dalla puerta del sol, mentre io da alcuni giorni cerco regolarmente di capire cosa succede nel suo specchio catalano, la Plaça Catalunya di Barcellona. Per tre giorni consecutivi sono stato alle assemblee e la prima impressione è che se al principio l’adesione faticava ad arrivare (anche a causa del sospetto di parti del movimento catalano per tutto ciò che viene da madrid), presto si sono superate le barriere di appartenenza politica tradizionale per esprimere un sentimento comune di indignazione di fronte a una politica che sembra sempre più un muro di gomma.
    Ho ascoltato dibattiti sulla destra e la sinistra, e al di là di molto ciarpame che circola in rete, ti posso garantire che l’assemblea ha preso posizioni marcatamente di sinistra su temi come i beni pubblici, la rappresentanza, la crisi e il sistema finanziario, l’immigrazione e i diritti di cittadinanza. E ho sentito un ovazione rispondere a chi diceva che il primo e il più corrotto dei politici al quale era rivolto il loro “que se vayan todos” era il re Juan Carlos.
    L’antipolitica che anche io vedo nei proclami su internet non l’ho ritrovata in nessun angolo della Plaça Catalunya, quello che ho visto è stato tanto entusiasmo e determinazione che univano posizioni a volte diverse, ma non credo così lontane dalle nostre. Poi di sicuro questo movimento non si può inserire nell’alveo della sinistra tradizionale, ma su questo spero che avremo tempo e modo di approfondire.

  2. Pingback: Sol dell’avvenire…

  3. felice besostri

    dalle vostre cronache mi sembra che la definizione de il Fatto Quotidiano di DRY o M-15 come i grillini spagnoli sia una semplificazione. Caratteristica dei grillini è rifiuto di destra-sinistra , mentre mi sembra che vorrebbero in Spagna un’altra sinistra. Il punto è la creazione comunque di un ceto politico separato dalla società invece di esserne l’espressione migliore. L’Atene di Pericle non è l’ideale ovvero era democraticap er i cttadini maschi e maggiorenni: donne minorenni e soprattutto 10 volte piùn umerosi metekos non contavano politicamente nulla

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