La Moratti è liquida, noi no

Manca una settimana al ballottaggio per le elezioni che potrebbero sancire definitivamente la vittoria di Giuliano Pisapia e la sconfitta di Letizia Moratti per la carica di sindaco di Milano. Berlusconi e la Lega ci hanno fatto conoscere ribaltamenti inattesi (ma non troppo) di risultati elettorali che credevamo potessero essere a noi favorevoli. Ma, qualsiasi cosa possa accadere, è successo qualcosa che cambierà Milano e l’Italia e che sta dentro a cambiamenti globali che in questi mesi hanno come epicentro l’area del Mediterraneo.

Nella corsa di Pisapia e delle migliaia di cittadini, compagni, volontari, iniziata a luglio dell’anno scorso, ci sono delle caratteristiche e dei fattori specificamente milanesi e ce ne sono altri che riguardano la dimensione globale.

Milano è una città per molti aspetti sorprendente. A fronte di una facciata fredda ha, dentro le sue pieghe, grandi fonti di calore e i suoi abitanti sono capaci di costruire legami e connessioni collettive di eccezionale consistenza, perché costruiti attraverso percorsi svariati, quasi mai consuetudinari, spesso frutto di scelte consapevoli. Questo tessuto e tensioni collettive sono l’anticorpo sociale che consente di resistere alla durezza dell’organizzazione del lavoro che è ideologicamente orientata alla crescita, all’efficienza, all’affermazione e alla competizione economica. Milano può essere assieme fortemente esclusiva e fortemente inclusiva; ma, per vivere e crescere, ha bisogno dello sforzo di tutti. In genere la città non piace a nessuno ma è difficile che un milanese smetta del tutto di sentirsi tale nel corso della sua vita.

Giuliano Pisapia è riuscito attorno alla sua candidatura a catalizzare questa capacità di Milano e dei milanesi di organizzarsi per inclusione e partecipazione. La conduzione della campagna elettorale è stata straordinariamente organizzata, disciplinata, diffusa , pervasiva e, allo sesso tempo, creativa e libera. E’ stata una lezione di organizzazione politica e di esercizio di democrazia orizzontale. Ha ragioni da vendere Paolo Limonta quando definisce l’insieme dei partecipanti alla campagna elettorale persone “ordinariamente straordinarie”. Lo stesso Giuliano è ordinariamente straordinario / oppure straordinariamente ordinario. Non è un leader verticale, non usa armi di persuasione di massa. Ha un atteggiamento di ascolto ed è più portato a convincere che a vincere. Non ha il phisique du role ne l’ambizione ad essere “capo”. E’ una persona gentile, un leader mite. Ci voleva dopo più di vent’anni di arroganza cafona e barzellette salaci.

La campagna elettorale, la sua conduzione, la sua organizzazione sono stati l’esercizio della democrazia diffusa contro i “poteri selvaggi” . Talmente selvaggi che non sono neanche riusciti a mettersi d’accordo su come spartirsi la torta dell’EXPO. Un noto e “antico” sociologo diceva che persino in una società di ladri ed assassini sono necessarie regole, affinchè se ne riesca a mantenere la coesione. Il sistema di potere attualmente in voga nell’era Berlsuconiana è la variabilità e imprevedibilità delle regole. Ne consegue che prima o poi il patto di coesione reciproca possa saltare – magari nel momento in cui le risorse da spartire diventano limitate. Quando si rompe questo patto “di fiducia” è praticamente impossibile tornare indietro.

Tra qualche settimana per Giuliano potrebbe iniziare la prova, almeno per cinque anni, di essere sindaco di Milano. Sarà difficile essere un sindaco efficiente e tutto dipenderà dalla sua capacità e delle persone che lavoreranno con lui di porsi come collettivo unito e plurale. Di sicuro Pisapia farà bene a Milano e ai milanesi. La città sarà migliore perché le persone che la vivono saranno migliori, più ben disposte verso gli altri e, conseguentemente, verso se stesse.

Ci sono due elementi fondamentali di approccio e “filosofia politica” che rendono Giuliano Pisapia interessante e vincente: una riguarda il tempo e l’altra riguarda lo spazio. Uno degli elementi fondanti dell’approccio Berlusconiano nella gestione del potere politico ed economico è la convinzione diffusa della inutilità della cultura, cioè dell’importanza del bagaglio di conoscenze che si costruisce per accumulazione, confronto con il passato, esperienza e capacità di apprendimento. Per Berlusconi e i berlusconiani il passato non conta.

Una delle prime cose che ho sentito da Giuliano Pisapia fin dai suoi “esordi” è stata il richiamarsi alla gestione dei sindaci socialisti del dopoguerra, alla tradizione dei Greppi, degli Aniasi al socialismo lombardo (e aggiungerei Lombardiano). Si sono riannodati dei fili con la storia, con la tradizione di una città che è riuscita a progredire economicamente e socialmente e che, dalle macerie della guerra, è diventata una capitale europea. Ci si è richiamati a una identità originaria. C’è voluto coraggio e intuizione in un epoca di nuovismo assolutista. Ma ha funzionato perché la città negli anni ha visto sfarinarsi la sua identità e si è ritrovata atomizzata, divisa , impaurita. Credo che questa scelta sia stata rassicurante e segno di solidità.

Il governo della destra milanese ha partecipato ed è stato protagonista di questo processo. Ha annichilito la dimensione internazionale e cosmopolita della città. Si sono vantati di averla amministrata come un condominio. Parlano di Zingaropoli ma non si sono accorti che, nel frattempo, la città ha accolto centinaia di migliaia di cittadini stranieri (i residenti regolari oggi sono oltre 200.000) che si sono integrati, che l’hanno cambiata e migliorata e che, grazie anche a loro, continua ad essere una città internazionale ed europea. Le grandi città Europee hanno spesso sindaci di sinistra, miti, leggeri e plurali. Giuliano è uno di loro.

Come ho scritto all’inizio la campagna elettorale milanese ha qualcosa di interessante sul piano globale. Ai milanesi – che sono un po’ “ganasa”- piace sentirsi importanti, ma qualche volta lo sono davvero.

Nel modo in cui si è costruita e sviluppata la campagna elettorale si può dire ed affermare che si è determinata, materializzata l’affermazione di un modello dell’azione e dell’identità collettiva contrapposto alla solitudine depressa e impaurita dell’individualismo della società globalizzata. C’è stata una vera e propria partecipazione “fisica” tangibile concreta, in questo del tutto simile a quello che è successo nelle piazze del Maghreb e che sta succedendo nelle piazze di Spagna.

Nella pratica politica della campagna elettorale si è consumato uno scontro tra la solidità della partecipazione politica militante contro la liquidità mediatica e monetaria del partito azienda.

E’ inutile nascondere che i soldi piacciono ai milanesi ma siccome li conoscono sanno anche che, essendo liquidi, possono scorrere e svanire senza lasciare traccia alcuna, e questo sarà dei 12 milioni e più di euro che la signora Brichetto Moratti avrà buttato in campagna elettorale.

Infine, ma forse questa è stata la cosa più importante di tutte, tutti quelli che hanno partecipato in vario modo a questa lunga ed entusiasmante corsa si sono incontrati e divertiti parecchio.

(Lorenzo Fanoli)

7 commenti

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7 risposte a “La Moratti è liquida, noi no

  1. Mattia Diletti

    Bello, mi sembra una ricostruzione molto credibile e ci sono spunti interessanti (per esempio qui non era arrivato questo passaggio del richiamo di Pisapia ai vecchi sindaci alla Aniasi). Ci sarebbero tante cose sulle quali riflettere, ma mi soffermo solo sulla più futile: per pietà, un po’ di sana scaramanzia… ci sono lettori/autori del blog come me con radici ben sotto al Po, con usi e costumi ancora piantati nel secolo passato.

    • Lorenzo Fanoli

      vero d’accordo con la scaramanzia ma se già tutti le circoscrizioni milanesi avranno un presidnete di centro sinistra qualcosa è già cambiato

      • barkokeba

        Bell’articolo. Siccome eviterei una coabitazione a Milano, mi concentrerei a capire meglio perche quel 2,x % di milanesi non ha votato a sinistra

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  5. Gloria Malaspina

    Grazie. Mi aiuta a “leggere” una Milano più composita e contraddittoria e – per questo – più interessante. Mi spiego meglio anche i motivi del voto a Pisapia. Su di lui, concordo con le espressioni che hai usato per descriverlo e che – pur da Roma – sono state percepite nelle occasioni di informazione-dibattito-interviste (a parte il conoscerlo per ragioni politiche). Su Letizia Brachetto in Moratti, hai ragione: la sua “liquidità” è evidente. Mi dispiace che la sua voce abbia netta somiglianza con la ragazzina Simpson: lei mi è simpatica e non è per niente liquida…!

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